Hele sa hiwagang hapis

FILIPPINE, SINGAPORE - 2016
Hele sa hiwagang hapis
Andrés Bonifacio y de Castro è considerato il padre della lotta contro il dominio coloniale spagnolo nelle Filippine, sfociata nella rivoluzione che ha avuto luogo nel 1896-'97. La vedova di Bonifacio si reca nei profondi meandri della giungla in cerca del cadavere scomparso di suo marito. Nel frattempo, il governatore spagnolo cerca di portare allo scontro le varie fazioni ribelli, in lotta l'una contro l'altra con le loro visioni utopiche. Mentre i morti e la sofferenza piagano il Paese, la ballata "Jocelynang Baliwag" diventa l'inno degli insorti. Fatti realmente accaduti e leggenda si mescolano per raccontare la Storia e lo sviluppo politico e sociale del Paese.
  • Altri titoli:
    A Lullaby to the Sorrowful Mystery
  • Durata: 485'
  • Colore: B/N
  • Genere: DRAMMATICO, FANTASY, AVVENTURA
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: TEN17P, EPICMEDIA, SINE OLIVIA PILIPINAS, IN CO-PRODUZIONE CON STAR CINEMA, ABS-CBN PRODUCTIONS, AKANGA FILM ASIA, POTOCOL, DISSIDENZ FILMS, HUBERT BALS FUND, CENTRE NATIONAL DES ARTS PLASTIQUES, ASIAN PROJECT MARKET

NOTE

- ORSO D'ARGENTO ALFRED BAUER PRIZE AL 66. FESTIVAL DI BERLINO (2016).

- PRESENTATO AL 34. TORINO FILM FESTIVAL (2016) NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.

CRITICA

"(...) una full immersion nella rivolta filippina contro i dominatori spagnoli alla fine del diciannovesimo secolo. Due le linee narrative che si intrecciano: tre donne alla ricerca del corpo di Andrés Bonifacio (...); e un uomo, Isagani, che vuole portare in salvo il leader ribelle Simoun (...). Due viaggi all'interno di un'impenetrabile foresta, dentro una Natura indifferente e popolata di fantasmi, tra soldati e fedeli invasati, che Lav Diaz filma con evidenti ambizioni metaforiche, per riflettere sulla violenza dell'uomo sull'uomo, sulla centralità della donna, ma anche sulla necessità di non abbandonare la speranza in un futuro da costruire in modo migliore." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 19 febbraio 2016)

"La «durata» è una caratteristica centrale nella poetica di Lavrente Indico Diaz, lui la definisce una scelta politica contro le logiche del mercato. Come il suo bianco e nero pittorico e violento e i suoi piani sontuosi, ricerca sul tempo cinematografico ma soprattutto costruzione di un mondo. Si ha l'impressione entrando nella sala di varcare una soglia, di essere catturati nel respiro profondo di un accadimento unico, un movimento forse diseguale - e anche questo è la sua forza - che alterna epifanie e qualche pausa di stanchezza, e che appunto spalanca una diversa realtà. (...) la sfida è riscrivere la Storia e indagarne gli enigmi secondo linee critiche che sfuggono alla interpretazione dominante. (...) La Storia e i suoi interrogativi prendono forma per astrazione, non è un film in costume questo e tantomeno di ricostruzione anche se i protagonisti sono figure reali del passato. È la trasmissione «lineare» univoca, il pensiero e la lettura ufficiali che Diaz mette in discussione aprendo la Storia al presente per cercarne la lezione nei conflitti e nelle zone ambigue. Per capire come la rivoluzione ha perduto le sue rivendicazioni originarie risucchiata dagli interessi di coloro che voleva combattere. Ieri come oggi. Sulle note tristi di una ballata, e di una lettera d'amore alla donna amata, Pepita, le parole dell'inno rivoluzionario e l'immagine delle Filippine Diaz (...) punteggia la storia di altre presenze, figure narrative che incarnano uno stato d'animo una modalità dell'agire umano fuori dal tempo. (...) Chi sono gli oppressi e che gli oppressori? Sono i filippini il centro di questo universo, è a loro e di loro che parla il film , non dei conquistatori ma dei colonizzati anche se la relazione è indissolubile ed è questa strategia che lo interessa, come funziona il controllo, come viene reso sentimento comune, debolezza, incapacità di reagire. Ma Lay Diaz non giudica né da lezioni agli altri: la sua sfida è illuminare i punti deboli, svelarne la natura universale. Oppressi e oppressori. (...) Analisi spietata del colonialismo fino al presente, 'A Lullaby to the Sorrowful Mystery' è quello più vicino alla serialità televisiva in forma di oralità epica e popolare, procede per accumulo, somiglia a telenovela ma di segno opposto, destabilizzante, in paesaggi fordiani e con un senso del cinema assoluto. (...) Nell'epopea di Lav Diaz non ci sono né santi né supereroi. C'è una dimensione umanissima e fragile che cerca il proprio spazio, un risveglio non dominato da un qualche potere, ma conquistato con una propria visione del mondo. Il potere del cinema." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 19 febbraio 2016)
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