Harry Potter e i doni della morte - Parte 2

Harry Potter and the Deathly Hallows: Part II

3/5
Harry Potter e i doni della morte - Parte 2
Harry, Ron ed Hermione decidono di andare alla ricerca degli ultimi horcrux, ma Voldemort scopre la loro missione. Avrà così luogo l'ultima, decisiva battaglia che cambierà per sempre l'esistenza dei tre maghi...
  • Altri titoli:
    Harry Potter e i doni della morte: Parte II
  • Durata: 130'
  • Colore: C
  • Genere: FANTASY
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT/ARRICAM ST, SUPER 35 STAMPATO A 35 MM/70 MM/D-CINEMA (1:2.35) - TECHNICOLOR 3D
  • Tratto da: omonimo romanzo per ragazzi di J.K. Rowling
  • Produzione: DAVID BARRON, DAVID HEYMAN, J.K. ROWLING, TIM LEWIS, JOHN TREHY PER WARNER BROS. PICTURES, HEYDAY FILMS
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA - BLU-RAY: WARNER HOME VIDEO (2011)
  • Data uscita 13 Luglio 2011

TRAILER

RECENSIONE

Parla chiaro. La trasparenza è sinonimo di efficacia per un blockbuster. Diffidate di codicilli, indovinelli, enigmi paratattici creati ad arte (come quelli sfornati dal Gran Maestro Albus Silente). Dietro il linguaggio per adepti c'è una comunità linguistica porosa e democratica. Horcrux, Bacchette di Sambuco, Pietre Filosofali, Doni della Morte. Nomi suggestivi, senza dubbio. Ma l'ambiguità, quella vera, è orrore per l'industria culturale. Un'arrampicata in alta quota per chi soffre di vertigini.
In Harry Potter - la seconda parte dell'ultimo dei sette episodi della saga è lapalissiana - il simbolo viene preso alla lettera, il personaggio è un archetipo col fondotinta, la drammaturgia un'applicazione del teorema funzionale di Propp. Non a caso il nocciolo della vicenda è elementare quanto un modello attanziale basic: la ricerca dell'eroe. La caccia riguarda gli Horcrux, oggetti in cui il Signore Oscuro ha nascosto la sua anima partitiva e ricomponibile. Questa missione subisce un'accelerazione nel più action, convulso, spettacolare episodio della saga. Probabilmente anche il meno interessante dal punto di vista cinematografico.
In 2 ore e 10 minuti in modalità 2D/3D - con la stereoscopia utile solo a far lievitare il prezzo del biglietto (fino al 50%!) - assistiamo alle prove sostenute dal protagonista e dai suoi aiutanti (Ron ed Hermione) che si susseguono a un livello crescente di difficoltà. Come novelli Mario Bros. , i tre se la vedranno prima con un drago sputa-fiamme, poi con gli orchi della foresta, quindi con il serpente a sonagli, infine con Tu-Sai-Chi, il satanasso Voldemort, dispensatore di giorni funesti, di ira e di morte. Tra il drago e l'orco c'è anche la fatina a soccorrere il maghetto al momento del bisogno. Lo spazio stesso è paradigmatico: dal castello alla foresta, dalle acque torbide all'aldilà. Con disinvoltura il piano figurativo intreccia fiaba, fantasy e cristianesimo. Non solo il serpente è degna controfigura del Male, ma il Male stesso assume la valenza di un peccato da espiare tramite il sacrificio.
Il vero colpo di scena per chi fosse a digiuno dei fatti è la scoperta che l'ultimo Horcrux è dentro Harry Potter. Che per mondare l'essere dalla colpa quest'ometto coraggioso e apparentemente insignificante dovrà sacrificare se stesso. Che il salvatore del “genere mago” potrà risorgere, dopo aver incontrato nell'interzona edenica un vecchio barbuto che sembra Dio ma è solo l'anziano Silente, il defunto e saggio Preside di Hogwarts.
Come un addensante simbolico l'ultimo Harry Potter tira le fila di un ricco sincretismo culturale. Riporta la narrazione al suo cordone ombelicale, primitivo. Insegue Il Signore degli Anelli e La Storia Infinita ma si ritrova al di qua di entrambi, a proteggere i confini della propria aureas mediocritas che ne ha definito da sempre ambizioni ed effetti. Harry Potter non è mai stato completamente teen-movie o fantasy o film gotico o altro. E' stato tutto questo senza mai eccedere ed eccellere in nessuno dei suddetti generi. Una media statistica di vari edifici narrativi. Non un luogo specifico, ma la mappa dei luoghi segnati dalla tradizione occidentale. La dimostrazione che per conquistare questo decennio non servivano idee innovative. Bastava riciclare le vecchie e spacciarle per nuove.
Gianluca Arnone

NOTE

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2012 PER: MIGLIOR SCENOGRAFIA, TRUCCO ED EFFETTI VISIVI.

CRITICA

"Dimenticate i primi dieci minuti, dove nomi, luoghi e 'magie' si accavallano con una frenesia da confondere quasi ogni spettatore (non certo i super-fan della serie, ma loro sono un discorso, e un pubblico, a parte...). Non cercare di scavare nella memoria per ricordare a cosa si riferisce quel nome o quel tipo di magia: sarebbe fatica sprecata. Ma appena superata questa specie di 'esame' introduttivo, il capitolo finale dello scontro tra il maghetto di Hogwarts e il malvagio Voldemort si impone con la forza delle sue atmosfere e del suo ritmo. Sempre affidato alla penna di Steve Kloves (...), il film trae partito dalla maturazione del personaggio, del suo interprete (Daniel Radcliffe) e soprattutto del suo pubblico, decisamente pronto a toni più cupi e atmosfere più tenebrose, così da affrontare in maniera diretta lo scontro epocale tra Vita e Morte. (....) Spogliato di tutto quello che potrebbe sembrare superfluo, (...) il film prende l'andamento di un vero e proprio assedio a Fort Apache, dove il collegio di Hogwarts e i suoi abitanti devono respingere l'attacco sempre più cruento dei 'nemici'. (...) Questa 'spoliazione' narrativa mette maggiormente in risalto anche l'impianto filosofico ('si parva licet') alla base del racconto, dove il tema della predestinazione si colora di sfumature para-religiose, con più di un debito verso l'idea protestante dell'uomo segnato dal male." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 13 luglio 2011)

"Sempre più gotico, sempre più psicanalitico. All'ottavo e ultimo episodio, la saga più lunga della storia del cinema perde definitivamente i connotati giocosi delle prime puntate per calarsi con fragore in fondo al pozzo tenebroso dell'identità, del destino, o per essere più precisi di quelle che oggi chiamiamo 'costellazioni famigliari'. Il mondo magico di Harry Potter e dei suoi compagni d'avventura diventa una metafora sempre più scoperta dell'esistenza, con le sue lotte per il potere, i suoi intrighi, i suoi segreti, nascosti talvolta nel vissuto di chi è venuto prima di noi e ha impresso una direzione alla nostra vita ancor prima che venissimo al mondo. (...) A volte non crescono solo i personaggi (i giovani attori), crescono anche gli autori. E quando ci si confronta con romanzi densi e notissimi come quelli della saga di J.K. Rowling, cambiando per giunta più volte regista, la sfida si fa anche più impervia. Fino a ieri, inevitabilmente, abbiamo considerato ogni singolo film come un capitolo a sé stante, con un inizio, una fine, un'impronta più o meno coerente e felice. Oggi dovremo guardarli come un insieme, apprezzando discontinuità e salti di registro senza al tempo stesso farcene troppo condizionare. In questo senso l'ottavo episodio chiude la serie su una nota largamente positiva. Viste in prospettiva, le diverse tappe della crescita di Harry, Ron, Ermione e dei loro compagni (talvolta nemici) di Hogwarts acquistano una coerenza nuova. La ricetta di Harry Potter al cinema in fondo si basava sulla fusione più o meno sapiente di fantasy e azione, di cui erano protagonisti i ragazzi, con momenti di gran teatro garantiti invece dalle gigionerie dei più illustri nomi dello spettacolo britannico. L'ultimo episodio fonde queste due anime con abilità. Ricordandoci in extremis, per bocca di Albus Silente, che «le parole sono la nostra massima fonte di magia, capaci di infliggere dolore come di alleviarlo». Una morale curiosa per un film così sfacciatamente spettacolare. Ma del tutto condivisibile." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 luglio 2011)

"C'è il rischio concreto di ripetersi a furia di scrivere della saga cinematografica di Harry Potter! Tanto più che questo atteso finale (alla fine, cara fine... scriveva il poeta) è stato diviso addirittura in due parti, allungando a dismisura, quasi fosse un eterno ralenti, gli avvenimenti certo concitati raccolti nell'ultimo romanzo della Rowling, il settimo. È evidente il movente commerciale che ha portato i produttori a sdoppiare l'ultimo capitolo di Harry (e non vorremmo risultare troppo naif soffermandoci su questo dato), eppure non possiamo non dirci annoiati da questa operazione e dal risultato cinematografico che ne consegue: la guerra virulenta tra il Bene (Harry Potter e i suoi compari) e il Male (Lord Voldemort) consumata nella cara Hogwarts, il castello di magia trasformato da scuola in un campo di battaglia. (...) Quel che possiamo aggiungere, recuperando il gesto critico, è che nell'aver voluto dividere in due l'ultimo capitolo, la seconda parte è come se fosse il finale di un film che dura due ore e dieci. Ogni scena ha quel sapore quasi sacrale dell'addio, ogni inquadratura sembra sottomessa al rito conclusivo della saga e tutto si perde nel gesto dell'azione guerresca, nel film action, nello scontro definitivo di cui già si conoscono le sorti. Fatti salvi un paio di baci rubati e una chiacchierata con i cari morti chiamati a dar sostegno dall'aldilà, anche lo spessore psicologico dei personaggi, quel che li rendeva simpatici o antipatici, infine le loro qualità umane (oltre che magiche), si perdono nel fragore della battaglia, e persino Harry (Daniel Radcliffe), che è sempre stato un po' rigido perché tutto compreso nel suo ruolo di eroe, risulta ancor più univoco, se volete, unidimensionale. Ma questi sono punti di vista..." (Dario Zonta, 'L'Unità', 13 luglio 2011)

"Due indizi non basteranno a fare una prova ma poco ci manca. Quel finale aperto che lascia presagire nuovi sviluppi legati alla prole dei tre protagonisti ed il 'mai dire mai' pronunciato, qualche giorno fa, dalla Rowling, potrebbero significare che la parola fine sul mondo di Harry Potter non sia stata ancora scritta. (...) Questa seconda parte, tratta dal volume finale della saga di Harry (azzeccata l'idea di dividerlo in due film), è talmente epica e ricca di avvenimenti che diventava veramente difficile riuscire a rovinarla; bastava inserire il pilota automatico per non fare danni. (...) Questa 'parte 2' è il primo film della saga ad essere distribuito in 3D. Una scelta giustificabile solo per gli incassi perché la riconversione dal 2D non solo stilisticamente non aggiunge nulla ma riesce addirittura a rovinare la splendida fotografia che è uno dei (pochi) punti di forza di questa trasposizione. Il film è chiaramente ad uso e consumo dei fan, con rari momenti didascalici e tanta azione concentrata nelle due ore di durata. Una pellicola che scorre via fin troppo veloce dando per scontati o per letti alcuni dettagli o avvenimenti che chiarirebbero, a chi è a digiuno della parte cartacea, l'evolversi della trama. Tutto sommato, è il male minore perché, per una volta, non vi ritroverete a guardare sconfortati lancette dell'orologio che sembrano non scorrere mai come nella precedente verbosissima prima parte. Gli effetti speciali hanno una parte importante in un film che racconta una guerra tra maghi e qui se ne fa largo uso ma senza lasciare gli spettatori con la bocca aperta." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 13 luglio 2011)

"Dieci anni, otto film, e (per ora) quasi sei miliardi e mezzo di dollari di incassi, dopo, è l'epilogo della franchise cinematografica che ha venduto più biglietti della storia. (...) Pieno zeppo di azione, personaggi conosciuti che ritornano, creature fantastiche e battaglie, laddove il film precedente lasciava più spazio all'introspezione, 'I doni della morte 2' è - come sa anche chi non ha letto il libro - il teatro dello scontro tra Harry e la sua nemesi, il serpentino, implacabile Voldemort. È anche, secondo la tradizione di 'Star Wars' e di 'Il signore degli anelli', le saghe a cui Potter è più vicino, per ispirazione e ambizioni, il teatro dello scontro ultimo tra bene e male. (...) E, se J.K. Rowling (...) rimane l'autore indiscusso dei film di Harry Potter, l'approccio non ironico, non autoreferenziale, non iperbolico, quasi retrò, concretizzato dagli ultimi quattro episodi della serie, ne fanno un progetto anomalo, forte, nel panorama del blockbuster hollywoodiano del terzo millennio. Spiagge battute dalle mareggiate, venti ululanti, boschi pieni di pericoli, il senso di una notte quasi perenne: 'I doni della morte 2' (...) è sprofondato in una palette di neri, grigi e marroni di tristezza lancinante - i colori desaturati come il segno di una resistenza arrivata allo stremo delle forze. Nell'aria il vuoto lasciato dagli amici scomparsi nelle recenti battaglie. I sopravvissuti sono pallidi e stanchi, sporchi di sangue scuro. Hogwarth non è più l'isola meravigliosa dove fortunati bambini magici vanno a imparare i segreti di Merlino, ma una pericolante fortezza sotto assedio." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 14 luglio 2011)

"'This is the end / My only friend, the end / Of our elaborate plans, the end / Of everything that stands, the end / No safety or surprise, the end'. Forza dei geni è prevedere il futuro degli altri: è morto 40 anni fa, ma Jim Morrison aveva già messo la parola fine alla saga di Harry Potter. Fine dei piani, nessuna sicurezza e nessuna certezza: la recensione del conclusivo 'I Doni della Morte- Parte II' è tutta qui. 'The End', almeno finché i nipotini di J.K. Rowlings non avranno problemi col mutuo dello yacht e nonnina dovrà rimettersi a tavolino: per ora, l'epilogo, che sfonderà quota 1 miliardo di dollari (mai raggiunta dai sette capitoli precedenti) facendoci ripassare 'La morfologia della fiaba' di Propp. (...) Se ne va l'enfant prodige di tutti i blockbuster, e infine Daniel Radcliffe può riguadagnare l'età perduta per fiction e già annegata nella bottiglia: '19 anni dopo', la sua guancia non è più glabra. E l'addio la fa in barba alla nostalgia." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 14 luglio 2011)

"Certo che per chi, come noi, era fermo al duello di magia tra il Mago Merlino e la Maga Magò nel disneyano 'La spada nella roccia', le acrobazie magiche di Harry Potter e compagni hanno saputo mantenere il sapore dell'inaspettato, il colore della novità, il culto della sorpresa. Inutile stare a sottilizzare: Harry Potter non è un personaggio è un 'marchio', non è solo una serie (di libri e di film) ma ha creato, nel tempo, una sorta di comunità che si riconosce nelle avventure del simpatico maghetto occhialuto e le ha seguite via via tra le pagine dei libri o nelle immagini dei film. Una serie, quella ideata dalla scrittrice inglese J.K. Rowling, che eccede - da un lato nella sua ingenuità, dall'altro proprio grazie alla sontuosa complessità del suo universo - i codici 'alti' della storiografia del genere che vanno dagli studi di Vladimir Propp sulla morfologia della fiaba a quelli di Bruno Bettelheim senza tralasciare un'occhiata alle mitologie di Northrop Frye. No, non c'è bisogno di questa sovrastruttura Harry Potter nega le sovra letture, le interpretazioni, le esegesi (che pure hanno trovato più di una penna disposta a cimentarvisi): lo si accetta così perché una volta entrati nell'universo della scuola di magia di Hogwarts, ci si trova in un universo parallelo conchiuso in se stesso dove l'inaspettato è di casa, la magia diventa quotidianità, dove non c'è bisogno della sospensione dell'incredulità perché anche il più smaliziato degli spettatori cede immediatamente al fascino dei personaggi, degli ambienti, dei caratteri, dell'atmosfera. (...) Legioni di ragazzini in tutto il mondo si sono identificati con l'intrepido maghetto, se è servito loro per affrontare la vita meglio così, se hanno solo passato qualche ora di svago va bene lo stesso: Harry Potter è un po' diventato parte di tutti, così come lui scoprirà di possedere parti di sé che non sospettava perché, naturalmente, non tutto il bene e non tutto il male appartengono solo ad una persona. Ma la vera morale della favola che emerge dall'intera serie ci sembra questa: alla fine la vera magia è quella del cinema. E della vita." (Andrea Frambrosi, 'L'Eco di Bergamo', 14 luglio 2011)

"Forse non è il migliore: noi, per esempio, gli preferiamo la Parte prima, più lenta e ricca di atmosfera. Ma proviamo a immaginare di vederli uno dietro l'altro i due film, come è giusto che sia perché in fondo sono uno solo: e prima avremo la tensione dell'attesa e poi un eccitante scatenamento dell'azione, con scene di forte impatto emotivo e visivo. Il tutto con qualche infedeltà al testo originale, cosa che ha spinto molti aficionados della Rowling a indignarsi su Internet. (...) Tuttavia a compenso dei piccoli tradimenti e degli omissis, il film offre una caccia agli horcrux (gli oggetti dove Voldemort ha disseminato pezzi della sua anima) piena di colpi di scena; ambientazioni di fascino cupo e suggestivo; un'epica battaglia fra le forze del Bene e del Male, che rimanda in versione fantasy alla grande tradizione del cinema bellico britannico. E, in ogni caso, per la quarta volta validamente al timone dell'impresa, il regista David Yates non perde mai di vista i temi fondamentali dei romanzi: il confronto con l'inevitabilità della morte, la presenza pervasiva del Male, il senso della perdita, il valore dell'amicizia, l'esaltazione del coraggio. Tirando poi le fila sull'intero ciclo, si può ben affermare che la Warner Bros ha realizzato una cine-saga che resterà nella storia della Settima Arte. Non come opera autoriale - ben 4 cineasti si sono avvicendati alla macchina da presa - ma come straordinario, impeccabile lavoro di squadra: e del resto quante meravigliose cattedrali gotiche non portano firma?" (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 15 luglio 2011)

"Piacerà a un pubblico più numeroso di quello del capitolo precedente. Il penultimo 'Potter' era francamente noioso, questo ha un impeto spettacolare da 'Signore degli anelli'." (Giorgio Carbone, 'Libero', 15 luglio 2011)
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