Happy End

FRANCIA, GERMANIA, AUSTRIA - 2017
2,5/5
Happy End
Storia di una grande famiglia altoborghese che ha ormai perso i suoi valori. Specchio di una società votata alla falsità, all'egoismo e all'infelicità, sullo sfondo di Calais, spazio di transito per i rifugiati, presenza tanto latente quanto ingombrante.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:1.85)
  • Produzione: LES FILMS DU LOSANGE, X-FILME CREATIVE POOL, WEGA FILM, IN COPRODUZIONE CON ARTE FRANCE CINÉMA, FRANCE 3 CINÉMA, WESTDEUTSCHER RUNDFUNK, BAYERISCHER RUNDFUNK, ARTE
  • Distribuzione: CINEMA DI VALERIO DE PAOLIS
  • Data uscita 30 Novembre 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Spazzolino da denti. Asciugamani. Capelli. Posa la spazzola per capelli. Fa la pipì.

Una mano misteriosa riprende in live periscope le ultime abluzioni di una donna prima di andare a letto. Stacco. Sempre via periscope, vediamo la morte in diretta di un criceto (o di qualcosa di simile), causata volontariamente dallo stesso autore del video.

Si può pensare facilmente ad un ritorno alle atmosfere thriller di Caché, ma il nuovo film di Michael Haneke – lo scorso maggio in gara per la (terza) Palma d’Oro al 70° Festival di Cannes – pur tornando a ragionare sull’invadenza dei nuovi dispositivi visuali, si scopre ben presto qualcos’altro, meno avvincente (la prima parte è a rischio narcolessia) e prosecuzione “ideale” del suo più recente Amour, con tanto di “confessione” da parte di Jean-Louis Trintignant che, ovviamente, si chiama Georges proprio come nel film precedente.


 

E ritroviamo la figlia, Anne (Isabelle Huppert), contornata stavolta dal resto della famiglia: il figlio problematico di lei, Pierre (Franz Rogowski), il fratello Thomas (Mathieu Kassovitz), la seconda moglie di lui Anais (Laura Verlinden), la figlia adolescente avuta nel primo matrimonio, Eve (Fantine Harduin).

Come in un susseguirsi di quadri dove, almeno in un paio di occasioni, il rumore dell’ambiente circostante sovrasta alcuni dialoghi (sì, proprio come nel Fascino discreto della borghesia di Buñuel), il puzzle di Happy End prende forma portando a compimento un teorema tutto sommato già esplorato ampiamente nella cinematografia del grande regista austriaco, divenendone al tempo stesso (facile) sintesi e (supponiamo) ultimo canto del cigno: la morte dell’alta borghesia europea contrapposta al suicidio delle giovani generazioni.

Esemplare (come di consueto) nella forma e per la direzione degli attori, il film però rischia di farsi troppo semplificativo per quello che riguarda l’assunto: l’occhio che uccide, oltre a quello di un cineasta da sempre poco abituato ad “intromettersi” nell’oggetto che sta filmando, diventa quello di una gioventù che, anziché ammazzare i propri padri, si limita a “spiarne” la caduta, la fine.


 

Che accompagna, su richiesta, fino al ciglio del precipizio. Ma che si allontana piuttosto che dare l’ultima spinta, per riprendere (e condividere) meglio: Happy End.

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: ARTE FRANCE, FRANCE TÉLÉVISIONS, CANAL +, CINÉ+, ORF FILM/FERNSEH-ABKOMMEN; CON IL SOSTEGNO DI: CINÉMA SRL, CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE, PICTANOVO, LA RÉGION HAUTS DE FRANCE, FILMFÖRDERUNGSANSTALT, CNC/FFA MINITRAITÉ, ÖSTERREICHISCHES FILMINSTITUT, FILMFONDS WIEN, EURIMAGES.

- IN CONCORSO AL 70. FESTIVAL DI CANNES (2017).

CRITICA

"Il regista tedesco con 'Happy End' scopre che l'alta borghesia è egoista e mortuaria, ma con quaranta e più anni di ritardo (almeno) su Buñuel. (...) Haneke sembra preoccupato solo di citarsi, dalle riprese video fatte di nascosto ai soffocamenti per amore alle scene filmate tanto da lontano da essere inintelligibili. Ma quello che ci dice - lo sfacelo morale e sociale della borghesia - o lo sapevamo già oppure ci interessa proprio poco." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 23 maggio 2017)

"Haneke (...) gira un po' a vuoto, come ripetendo accademicamente cose già dette nei film precedenti. La sua maestria registica è fuori discussione, con momenti fortissimi e un gran controllo degli attori, ma questa storia corale di una famiglia di industriali e della loro perdizione segue dei binari preordinati nei quali non si è in fondo mai sorpresi. Anche il continuo riferimento agli schermi di telefonini e computer, che contribuisce a dare complessità all'insieme, era stato anticipato con risultati migliori in altri film." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 23 maggio 2017)

"Chi conosce l'autore austriaco (...) ritroverà tutti i temi e i trucchi imparabili di questo anatomista della violenza. Il gioco sul punto di vista (chi guarda, chi spia?), il nichilismo delle nuove tecnologie, il susseguirsi di inganni e manipolazioni che moltiplica caos e dolore. Con una novità agghiacciante: quel ponte fra generazioni che salda la voglia di morire del nonno con la disperazione precoce della nipotina." (Fabio Ferzetti, 'Il Fatto Quotidiano', 23 maggio 2017)

"'Happy End' è cinema calato dall'alto, tutto di testa, programmatico fino al midollo. Attraverso le vicende di una famiglia ricca di Calais (...), l'austriaco riprende le sue ossessioni per raccontare la decadenza e la barbarie dei tempi che viviamo. Modalità del vedere, e del girare, comprese: non a caso si parte da un video di crolli e morte. È la crisi dell'Occidente e del cinema: a crollare è il nostro mondo, siamo noi; e la colpa è nostra, che stiamo a guardare senza saper reagire, e anzi ci compiacciamo quasi del disastro. Anche Haneke lo spietato è compiaciuto: e il cinema (il suo) ne risente." (Federico Gironi, 'Il Messaggero', 23 maggio 2017)

"Dopo lo struggente 'Amour', Haneke (...) ci consegna, con grande dispiacere, un film lungo e noioso su una famiglia di Calais nella quale i personaggi sono così presi dalle personali crisi borghesi da non curarsi minimamente del fenomeno dei migranti. Nel cast ci sono anche Jean-LouisTrintignant e Mathieu Kassovitz, oltre alla Huppert, che non bastano a salvare una pellicola deludente." (Giulia Bianconi, 'Il Tempo', 23 maggio 2017)
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