GRAZIE, SIGNORA THATCHER

BRASSED OFF

GRAN BRETAGNA, USA - 1997
GRAZIE, SIGNORA THATCHER
In Inghilterra, nella regione dello Yorkshire nel 1989, l'ondata di chiusura delle miniere produce effetti devastanti tra le persone e le famiglie dei piccoli centri. La Grimley Colliery Band, dove suonano molti minatori, ha una tradizione ormai centenaria e diventa il baluardo della comunità. Il suo leader, Danny, minatore in pensione, ne ha fatto una ragione di vita, molti dei componenti, ormai disoccupati, non riescono a condividere questo entusiasmo e pensano di abbandonare. Un giorno torna in paese la giovane Gloria, nipote di Danny e primo amore di Andy, uno dei musicisti. Gloria si unisce alla banda e tra tutti torna l'entusiasmo. L'ammirazione nei suoi confronti viene però meno quando scoprono che in realtà lavora per il British Coal, l'organismo che deve decidere la chiusura definitiva delle miniere. Intanto la banda partecipa ad una gara nazionale, vince le fasi eliminatorie, torna trionfante dalle semifinali, ma i problemi si aggravano: Phil, il figlio di Danny, ha perso tutto, lavoro, famiglia, e anche il padre, malato in seguito al lavoro in miniera, viene ricoverato in ospedale per una grave malattia. Quando stanno per rinunciare alle finali nazionali a Londra, ricevono un aiutoeconomico inatteso proprio da Gloria, partono per la capitale e vincono il primo premio. Sono raggiunti da Danny, scappato dall'ospedale, che al momento della premiazione, fa un discorso in cui dice ad alta voce le loro terribili difficoltà di vita.
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: CHANNEL FOUR - MIRAMAX - PROMINENT FEATURES
  • Distribuzione: BIM DISTRIBUZIONE - MEDUSA VIDEO

CRITICA

"Il film, civile e appassionato, commovente e furbo, massimalista e minimalista, racconta appunto il pubblico (sindacale) e il privato (sentimentale con birra) di questo villaggio inventato ma verosimile dello Yorkshire, dove ogni convivenza è messa a dura prova dalla perdita del posto e della dignità. Piovono pietre, per dirla alla Ken Loach. (...) Basato sulla solidarietà tra umiliati e offesi e sul rilancio del fattore umano contro la logica industriale, 'Grazie, signora Thatcher' è un film che ci entra subito in vena per la dichiarata e perfino ingenua partigianeria, per la simpatia dell'impressionismo narrativo e per la bontà delle sue cause sociali, subito sposate da Rifondazione comunista. Pieno di colpi bassi del destino, il film dimostra ancora una volta che non è vero che le persone normali non hanno nulla di eccezionale da offrire. Il regista coniuga gioia e fatica, prosa e poesia, la rabbia e l'ouverture del Guglielrno Tell, la vita e la musica, secondo una ineluttabile ricetta emotiva valorizzata da una compagnia ottima, in cui risalta Pete Postlethwaite". (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 14 febbraio 1998)

"Un bel film pur con qualche eccesso demagogico, sospeso tra commedia sentimentale e melodramma sociale, recitato benissimo da attori che a Cinecittà nemmeno ci sogniamo. Il regista Mark Herman fa tappa nel rumoroso caffè con biliardo tra le viuzze in saliscendi e le decorose case del villaggio, e naturalmente nei teatrini dove si svolgono i concerti dei fieri minatori, indecisi se abbassare la testa di fronte alle 23mila sterline offerte dalla ditta. Promemoria per Nerio Nesi: è vero che il portavoce dei minatori annuncia orgogliosamente davanti alla platea sbigottita di non voler ritirare la gigantesca coppa appena conquistata, ma poi, quando nessuno guarda, se la porta via. Come dire: democratici sì, fessi no". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 13 febbraio 1998)

"Proviamo, dunque, a parlare del film come se fosse semplicemente un film. L'errore (cinematografico) consiste nello scambiarlo per un manifesto politico o un esempio di cinema militante, quasi si trattasse di 'Borinage' l'archetipico documentario di Joris Ivens sugli scioperi minerari degli anni '30. Se fosse così, avrebbe ragione chi gli rimprovera di risolvere tutto con un colpo di bacchetta magica: anche se, in realtà, la rivincita morale a Londra è pur sempre quella di una banda di neodisoccupati. Ma così non è. A lady di ferro Mark Herman contrappone sceneggiatura di ferro, mettendo in scena una commedia amara che dosa sapientemente commozione e sorrisi, solidarietà e sdegno secondo la più solida lezione del 'cinema civile' quando vuole arrivare al grande pubblico. I nostalgici della premier britannica troveranno 'Grazie, signora Thatcher' 'rosso' e fazioso; i duri e puri gli rimprovereranno l'uso dell'emotività, come hanno fatto con gli ultimi film di Ken Loach. Agli altri piacerà". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 febbraio 1998)
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