Gravity

USA - 2013
La dottoressa Ryan Stone affronta il suo primo viaggio spaziale a bordo di uno Shuttle pilotato da Matt Kovalsky che, al contrario, di esperienza di volo ne ha maturata fin troppa ed è al suo ultimo viaggio prima di ritirarsi. Una missione di routine che si trasforma ben presto in un disastro: i due protagonisti, infatti, si ritrovano a fluttuare nello spazio e isolati dalla Terra, con scarse possibilità di essere recuperati, poco ossigeno e tempo in calo per riuscire a trovare un modo per salvarsi.

CAST

NOTE

- FILM D'APERTURA, FUORI CONCORSO, ALLA 70. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2013), HA OTTENUTO IL FUTURE FILM FESTIVAL DIGITAL AWARD.

- GOLDEN GLOBE 2014 PER LA MIGLIOR REGIA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM (CATEGORIA DRAMMATICO), ATTRICE PROTAGONISTA (SANDRA BULLOCK) E COLONNA SONORA.

- OSCAR 2014 PER: MIGLIOR REGIA, FOTOGRAFIA, MONTAGGIO, COLONNA SONORA, MONTAGGIO E MISSAGGIO SONORO ED EFFETTI SPECIALI. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, ATTRICE PROTAGONISTA (SANDRA BULLOCK) E SCENOGRAFIA.

CRITICA

"Per inaugurare (fuori concorso) la settantesima edizione della Mostra, Barbera ha scelto un film a suo modo «rischioso»: 'Gravity' di Alfonso Cuarón è interpretato da due soli attori, ben presto abbandonati nello spazio alla ricerca disperata di una strada per sopravvivere. I due protagonisti sono il veterano spaziale Matt Kowalsky e la novellina Ryan Stone, cioè George Clooney e Sandra Bullock (...). Una storia che abbiamo già visto mille volte al cinema, l'ultima fuori concorso a Cannes, con Redford alla deriva nell'oceano, in 'All Is Lost'. Hollywood ha costruito buona parte della sua mitologia sull'uomo che fa tesoro delle debolezze per superare i propri limiti, però bisogna dire che Cuarón, che ha firmato la sceneggiatura con il figlio Jonas, sa trarre il meglio dall'incalzare della storia e da un'ambientazione decisamente inedita. (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 29 agosto 2013)

"A testa in giù, con le gambe all'aria, roteanti come pale di un mulino, leggeri come foglie al vento, uniti da un cavo che si tende e si aggroviglia sbatacchiandoli senza pietà, il corpo che si contrae lottando contro l'assenza di peso, di controllo, di direzione. Non si erano mai visti due divi come George Clooney e Sandra Bullock strapazzati come in 'Gravity'. Quasi invisibili, nascosti da tute e caschi spaziali per buona parte del film (Clooney ha una sola scena a volto scoperto), calati dentro due personaggi che sono una somma di archetipi senza precedenti e insieme una metafora flessibile e potente. (...) Il tutto esaltato da un 3D che per una volta non ha nulla di decorativo. Naturalmente si pensa alla fantascienza filosofica di Kubrick, il nome più citato uscendo dal film del messicano Alfonso Cuarón, regista anomalo e sempre spiazzante (...). Ma è in parte una falsa pista. Anzi per certi versi 'Gravity' è l'opposto di '2001'. Non solo per la coloritura ironica dei dialoghi, ma perché è l'orizzonte stesso del film a essere diverso. Kubrick girava nel 1968, all'alba dell'era informatica, e partiva dal divenire umano delle macchine, ovvero dalla possibilità di simulare il cervello (Hal 9000). Cuarón ribalta la prospettiva. Non parte dalla mente ma dal corpo: che ne è del nostro corpo - gambe, braccia, sensi, riflessi - oggi che le macchine sono parte integrante della nostra vita? Che cosa ci succede se a forza di delegare, smaterializzare, implementare, non distinguiamo più alto e basso, vicino e lontano, reale e virtuale? 2001 coglieva nella nascita della tecnica (l'osso che diventava astronave) il punto di non ritorno della specie umana. 'Gravity' è figlio di Google Earth, della finta onnipotenza e della profonda malinconia dei nostri anni. La corsa allo spazio è finita da un pezzo. Oggi è lo spazio (virtuale) che entra in noi, svuotandoci, non viceversa. Siamo noi i pianeti da (ri)conquistare. Anche se «l'alba sul Gange», come dice Clooney, vista da lassù è meravigliosa." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 agosto 2013)

"'Gravity' funziona, è angosciante e al tempo stesso divertente, e i cascami filosofici che Cuarón e il co-sceneggiatore (suo figlio Jonas) vi hanno disseminato non danno fastidio. George e Sandra sono soli, nel film: più soli di chiunque altro. (...) Terribilmente autentica la sensazione di ciò che (forse...) davvero si prova, in assenza di gravità, in un ambiente dove non c'è più il sopra o il sotto, la destra e la sinistra, ma solo il fuori: un fuori gigantesco e buio, dove perdersi è questione di attimi. Cuarón e Cuarón jr. hanno voluto dare al personaggio di Ryan Stone un passato (...) che dà vita a dialoghi spesso ingombranti. Ma il regista messicano è riuscito a capovolgere il film, a sconvolgere anche drammaturgicamente le nozioni di sopra e sotto, prima e dopo. Invece di usare il genere per approfondire le psicologie dei personaggi - operazione pre-freudiana, alla base di tanto cinema parolaio e noioso - ha usato le psicologie, estremamente basiche, per caricare il genere di adrenalina. Il fatto che Stone e Kowalski siano simpatici, e interpretati da due divi, serve ad acchiappare lo spettatore per la collottola nel momento in cui i due sono assaliti da un pericolo indicibile, assai più pericoloso di qualunque alieno: l'ossigeno che sta per finire, lo spazio nero tutt'intorno, l'impossibilità di smettere di fluttuare, il non veder nulla... che c'è di più spaventoso? 'Gravity' comunica questo pericolo: non è per agorafobi, né per chi soffre di vertigini. Fa stare veramente male. Clooney e Bullock l'hanno girato all'interno di una «light boxe», una scatola di luci che simulava l'assenza di gravità e li costringeva a recitare appesi nel nulla." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 29 agosto 2013)

"'Huston, ho un brutto presentimento': la frase chiave di 'Gravity', il film di Alfonso Cuarón che ha inaugurato fuori concorso la 70ma edizione della Mostra di Venezia, ci fa capire fin dalle prime scene che non si tratterà solo di usare del nastro adesivo per riparare pannelli di controllo in avaria. Il set non è più l'area protetta di un veicolo spaziale, ma è lo spazio profondo, dove non c'è forza di gravità e in quella enorme discarica che è diventato il cosmo si potranno trovare basi spaziali in disarmo e componenti di shuttle distrutte, lanciate in orbita alla velocità di migliaia di chilometri all'ora. (...) Pur con tutte le resistenze al 3D è impossibile non restare affascinati dalla situazione di crescente pericolo quando un bolide in corsa annienta l'astronave e i due si trovano scaraventati nel nulla agganciati solo da quello che sempre più appare come un cordone ombelicale, prolunga che permette la comunicazione, in uno scenario difficile da immaginare, con soluzioni che il pubblico non ha la capacità di suggerire, dove tutto è perduto. (...) Mentre lo sguardo è catturato dai colpi di scena imprevedibili e sempre più incessanti (che dire dei comandi sui pulsanti in cinese?), si fa largo, senza prendere il sopravvento sulla pura avventura, il racconto morale che rimane sotto il controllo dell'ironia e della suspense. La sfida supertecnologica degli apparecchi utilizzati per simulare la mancanza di gravità («la scatola» la chiama Cuarón) grazie al quale è stato ottenuto anche il piano sequenza iniziale di diciassette minuti è decisamente vincente e perfino la minuscola lacrima che diventa una goccia rotonda che si fa strada verso il pubblico in sala perde la sua connotazione di disperazione per diventare sorpresa Al pubblico anche se non ha familiarità con i misteri del cosmo, il film suggerisce che quando le avversità si susseguono e tutto sembra perduto, si possono chiudere gli occhi e abbandonare tutto oppure tenerli ben aperti, continuare a lottare e trovare una soluzione. L'importante è che poi avrai un'altra storia pazzesca da raccontare." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 29 agosto 2013)

"Lo spazio profondo dice molto della Terra: Russia meglio degli Stati Uniti, Cina meglio della Russia. Considerazioni geopolitiche, catena alimentare stretta sul marketing, perché l'Estremo Oriente è il futuro di Hollywood. Dunque, non è così strano che a decretare questa scaletta umiliante per lo zio Sam sia un film americano, 'Gravity 3D', che ha aperto Fuori concorso la 70esima Mostra del Cinema di Venezia. Lassù è più facile oltrepassare i paletti e pacificare lo scacchiere internazionale in nome della comune umanità e, ben inteso, alla sfiga non si comanda: «Houston we have a problem», e la salvezza non conosce bandiere. Eppure, torna in mente 'Apollo 13': le stelle & strisce vanno in fiamme, mentre il made in China barcolla ma non molla. E i russi? Sparano e innescano un catastrofico domino, manco la Guerra fosse ancora Fredda e lo Scudo Spaziale realtà. Tutto il resto è deriva spaziale, 'dramedy' esistenziale, compromesso tra studio-system (Warner Bros) e autorialità, perché dietro la macchina da presa c'è il virtuoso messicano Alfonso Cuarón ('I figli degli uomini'). A perdersi nel vuoto i divi Sandra Bullock e George Clooney, i prossimi Oscar sono già nel mirino e sacrosanti, almeno per fotografia (Emmanuel Lubezki) ed effetti visivi. (...)questo, crediamo, fosse il film che Cuarón voleva, e ha avuto, seppur con un tot di zavorra: qualche guasconeria di troppo del buon vecchio George, un finale 'for dummies' - leggi, Hollywood - e una storia che elaborando lutto, solitudine e rinascita concede qualcosa all'edificante ed esclude analogie filosofico-kubrickiane. (...)Venezia ha avuto l'apertura che si meritava per i 70 anni: una fantascientifica sinergia tra uomo (regista-autore) e macchina (il sistema cinema americano) da mettere in Mostra. Saranno gli Oscar a dire l'ultima parola, e sinceri auguri alla Bullock, che sfata qualche pregiudizio di troppo. Non tutti: non è più quella di 'Speed' ma non ancora Meryl Streep, e quando si mette ad abbaiare tra le stelle compare lo spettro di 'Boris'. Carolina Crescentini sa di che parliamo: e non solo lei, vero?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 29 agosto 2013)

"Una drammatica odissea alla deriva nello spazio profondo per raccontare il viaggio della vita di ogni uomo alle prese con pericoli e avversità. 'Gravity' di Alfonso Cuarón inaugura fuori concorso, tra gli applausi della stampa e del pubblico, la 70esima Mostra del Cinema di Venezia spedendo in missione stellare Sandra Bullock e George Clooney, che ieri al Lido sono apparsi in splendida forma." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 29 agosto 2013)

"È toccato a un thriller mozzafiato, a un thriller fantascientifico dare il via alla settantesima Mostra del cinema di Venezia, ieri sera. È toccato a 'Gravity' del regista messicano Alfonso Cuarón interpretato dai Premi Oscar George Clooney e Sandra Bullock. Un thriller mozzafiato che trascina gli spettatori nello spazio profondo insieme ai due protagonisti. «Nello spazio la vita è impossibile» ci spiega una didascalia iniziale: e già questo non promette niente di buono. E invece la pellicola inizia quasi in modo scanzonato. (...) una serie di incredibili colpi di scena (tra cui uno geniale che, come si diceva una volta, vale da solo il prezzo del biglietto) che terranno gli spettatori con il fiato letteralmente sospeso." (Andrea Frambosi, 'L'Eco di Bergamo', 29 agosto 2013)

"C'era un'immagine in '2001 Odissea nello spazio' di Stanley Kubrick. Il momento in cui un astronauta si perde nello spazio. Tagliato il cavo di collegamento con l'astronave, è una tuta bianca che fluttua nello spazio nero. E tu, spettatore, sai che per lui è finita. Lanciato nello spazio nero, in via o eterno nell'infinito. Ecco, il film di Alfonso Cuaròn che ha aperto la Mostra del cinema di Venezia, 'Gravity', con George Clooney e Sandra Bullock, parte da lì. Espande quella sensazione per tutto il film. Un film che è un trionfo visuale, non sempre sostenuto da una narrazione originale o imprevedibile. Ma che tuttavia, insieme al suo grande fascino spettacolare, mantiene anche un valore metaforico. Diventa una riflessione sul nostro stare al mondo. E su come affrontare quel fluttuare senza ritorno nello spazio che inevitabilmente, prima o poi, ci è destinato. Tra le altre cose, è il primo film in 3D ad aprire una «Mostra d'arte cinematografica» di Venezia. Qualcosa sta cambiando. Le prime immagini sono di una bellezza ipnotica e astratta: pochissimi tagli di montaggio, mentre vediamo i due astronauti fluttuare nello spazio, in quello che sembra un rallenti eterno. Cuarón fa buon uso del 3D, mostrando o : etti che sfuggono alla loro presa e volano senza controllo, nell'aria, verso di noi. Il direttore della fotografia, lo stesso degli ultimi film di Terrence Malick, sa il fatto suo. (...) Il film (...)rischia di diventare meccanico, una specie di lista di ciò che di peggio ti può accadere se sei nello spazio, da solo, e senza telefono/casa. Sandra Bullock appena riesce a rientrare nell'astronave si mette in shorts, a mostrare il fisico elastico e asciutto, e quando trova un'astronave sovietica o cinese sembra che abbia trovato la Panda prestata dall'amica: si mette a guidarle leggendo il libretto delle istruzioni. Ma il film - a parte questi aspetti vagamente fumettistici - è una riflessione seria, su come affrontare quello che Franco Battiato chiama «lo spavento supremo». E ci dice che, in fondo, dovessimo morire oggi o tra cent'anni, l'unica cosa che possiamo fare è rimboccarci le maniche - o lo scafandro - e provare, comunque sia, a sopravvivere. E, magari, persino a vivere." (Luca Vinci, 'Libero', 29 agosto 2013)

"E' difficile immaginare un uso più straordinario del 3D di quello magistrale di Alfonso Cuarón in 'Gravity'. Il film che ha aperto l'ultima Mostra di Venezia ha diviso il pubblico e la critica, ma vale di sicuro la pena di vederlo per almeno un paio di ragioni. Una è appunto l'uso del tridimensionale. Tutto quello che avete visto finora al cinema è soltanto un gioco di effetti speciali, rispetto alla forza poetica delle immagine di Cuarón. Gli astronauti persi nel buio dell'universo, in mezzo a frammenti di astronavi, lo sfondo azzurro del nostro pianeta, come promessa e speranza, sono immagini che non si dimenticano. Per ritrovare altrettan ta forza espressiva in un film di fantascienza bisogna tornare al mitico 'Blade Runner'. E in 'Gravity' si vedono cose che noi umani non potevamo immaginare. L'altro motivo per vedere il film è Sandra Bullock in una prova da Oscar. Nel ruolo della dottoressa Ryan Stone (...) la Bullock fornisce probabilmente la più straordinaria performance cinematografica di una lunga carriera. Ed è piuttosto incredibile che il regista sia arrivato a lei quasi per disperazione, alla fine di una lunga serie di rifiuti, da Angelina Jolie a Scarlett Johansson, passando per Marion Cotillard, Naomi Watts e Natalie Portman. 'Gravity' è dunque per gran parte un one-woman-show, una storia di solitudine e di lotta per la sopravvivenza di una donna. Il compagno d'avventura George Clooney, nella parte affascinante del capo missione Matt Kowalski (...) è appena qualcosa in più di una spalla. Detto questo, non è facile condividere l'entusiasmo di alcuni per un film dove la storia, scritta dallo stesso Cuarón con il figlio Jonàs, sembra a tratti soltanto un pretesto per scatenare, in tutta la sua grandiosa ambizione, il talento immaginifico del regista. Non bastasse, Cuarón con una certa dose di masochismo va a cercarsi costantemente paragoni imbarazzanti coni classici del genere. Appena si vede un astronauta perso nello spazio, il pensiero non può non correre all''Odissea' di Kubrick. E da quel momento in cui i dialoghi fra Stone e Kowalski su vita e morte, passato e futuro, perdono gran parte del loro interesse. Sbalorditivo nell'avvio, noioso nella parte centrale, 'Gravity' si risolleva con un finale stupendo, che non è bello rivelare, all'insegna di un salto all'indietro dalla fantascienza alle origini della specie. II messicano Alfonso Cuarón è in potenza uno dei più grandi registi internazionali, ma ormai ha varcato la soglia della cinquantina e rimane un enfant prodige d'immenso talento. Chi lo ammira dai tempi degli esordi ('Solo con tu pareja'), o almeno da 'Y tu mama tambièn', continua ad aspettarsi un capolavoro che non arriva. Al massimo, piccole schegge di capolavoro, com'è a tratti questo 'Gravity' e prima 'I figli degli uomini' o perfino il terzo capitolo di Harry Potter. L'impressione generale è che l'aumento dei bugdet, questo ormai sfiora i cento milioni di dollari, non comporti necessariamente una crescita artistica. Sandra Bullock è semplicemente perfetta e forse da questo film si apre per la protagonista di tanti blockbuster una nuova carriera." (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 3 ottobre 2013)


"E' quasi una situazione da teatro quella configurata da Alfonso Cuarón (anche sceneggiatore con il figlio Jonás) all'inizio di 'Gravity'. Ma non è così, ovviamente: lo spettatore si trova totalmente immerso in uno scenario spaziale di sublime bellezza, dove i movimenti dei corpi disegnano un incantevole gioco coreografico sullo sfondo di un'enorme sfera terrestre ora illuminata ora rabbuiata per effetto del suo roteare. Lasciando agli esperti il giudizio scientifico, da un punto di vista artistico il risultato è così convincente che sembra di stare sui (non) luoghi veri; e di certo Cuarón non esagera quando afferma che ogni immagine è debitrice di una diversa tecnologia. (...) Per intenderci, siamo più dalle parti di 'Vita di Pi' che di 'Alien' o di kubrickiane Odissee: un puro dramma di sopravvivenza che, senza indulgere a filosoferie - ma coinvolgendoci in modo concreto, quasi fisico - suggerisce una dimensione altra di spazio e tempo, vita e morte, fuori dal cordone ombelicale della forza di gravità che ci lega alla Terra. (...) Del film sono eccellenti tutti i contributi: la luminosa fotografia di Emanuel Lubezki, la computer graphic che non sembra mai tale di Tim Webber, l'energia, determinazione e fisicità di Sandra Bullock, la grazia, malinconia e umorismo di George Clooney. Se a Venezia fosse stato in concorso, meritava la vittoria." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 ottobre 2013)

"Piacerà anche a un pubblico che la fantascienza la bazzica poco, non è un fan di 'Star Trek' e non considera (come dovrebbe) '2001: Odissea nello spazio' uno dei più bei film di tutti i tempi. Perché alla barra della regia c'è Alfonso Cuarón, uno che i sentimenti sa maneggiarli e soprattutto comunicarli al pubblico (difficile che le spettatrici non si identifichino con l'agonizzante Sandra)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 3 ottobre 2013)

"A 12 anni dal 2001 di Kubrick il cinema di fantascienza perde ancora la forza di gravità per i 90 minuti del nuovo film di Cuarón con due star in odissea nello spazio, Gorge Clooney (...) e Sandra Bullock (...). La bella idea di far parlare i due della loro vita sulla Terra viene presto lasciata per scegliere una fastosa illustrazione grafico visiva che lascia allibiti per l'eleganza tragica con cui si riempie il «vuoto». Purtroppo non è altrettanto felice il ritmo del racconto che s'allunga, si ripete e non riesce a fare di questo Infinito, elargito in 3D finalmente appropriato, un elemento poetico leopardiano." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 9 ottobre 2013)

"Che noia spaziale. Novanta minuti, spesso ripetitivi, nei quali bisogna far finta di credere a tutto quello che ci rifilano. (...) un film il cui 3D, in compenso, è uno dei migliori visti da Avatar." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 10 ottobre 2013)
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