Gli innocenti

Drabet

DANIMARCA - 2005
Gli innocenti
Carsten, un cinquantenne insegnante universitario, sposato e con un figlio, inizia una relazione clandestina con una delle sue ex-studentesse, Pil, fervente attivista politica dell'estrema sinistra. Una sera, Pil viene arrestata insieme ad altri compagni in seguito a uno scontro con la polizia in cui un agente resta ucciso. Carsten decide di dedicare tutte le sue risorse per aiutare la ragazza anche a discapito del suo lavoro e del suo rapporto matrimoniale.
  • Altri titoli:
    Manslaughter
  • Durata: 103'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: ZENTROPA ENTERTAINMENTS
  • Distribuzione: TEODORA FILM (2007)
  • Data uscita 13 Aprile 2007

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Terzo tassello della trilogia sulle divisioni sociali firmata dal danese Per Fly – indimenticabile il precedente L’eredità arrivato in Italia nel 2004 – Gli innocenti è un intenso e doloroso apologo sulle conseguenze non solo sociologiche o politiche, ma soprattutto individuali, che ogni gesto estremo può scatenare. Cinquantenne professore universitario, marito annoiato e padre di un figlio, Carsten (Jesper Christensen) porta avanti una relazione clandestina con Pil (Pernilla August), giovane ex allieva ora fervente attivista politica. Quando durante un’azione rimarrà ucciso un agente di polizia, la ragazza ed altri suoi due compagni verranno arrestati. Carsten, anche a costo di sacrificare il proprio lavoro e il proprio matrimonio, cercherà in tutti i modi di evitarle la condanna. Ma non basterà per evitare la tragica reazione a catena, intima ed emotiva, che quella morte avrà messo in moto.
A tratti “strumentale” per giustificare qualche passaggio altrimenti poco digeribile, Gli innocenti è comunque eccezionale nel saper mostrare il lato più vulnerabile di ogni essere umano, sia quello della paura verso la solitudine – capace di spingere Carsten oltre il buon senso per proteggere quello che altro non si rivelerà se non un amore fatuo – o l’impossibilità di proseguire a dare un senso alla propria vita di fronte alla perdita e all’insabbiamento della verità (vedi la moglie dell’agente ucciso). Evitando poi qualsiasi inutile presa di posizione (anche se il “messaggio” potrebbe essere comunque rinvenibile nella sequenza in cui il professore rivolge ai media il suo pensiero sull’attuale capitalismo fagocitante di certo Occidente) Per Fly dimostra, laddove ce ne fosse ancora bisogno, che la progressiva e ormai consolidata crescita di certo cinema danese si è definitivamente affrancata dalla pesante ombra di Lars von Trier (anche se il film è ancora una volta prodotto dalla sua Zentropa). E dalle tante, capziose provocazioni che contraddistinguono, ancora oggi, il suo essere “regista”.

CRITICA

"Prima quell'amore cui, quasi con fierezza, il protagonista sacrifica tutto, poi un pentimento che non lo porta da nessuna parte. Nel gelo. In cifre che scavano in profondo, dando rilievi fortissimi prima ai contrasti e poi alle contraddizioni, con una intensità drammatica (ed emotiva) che in tutti i personaggi, ma soprattutto in quelli principali, fa vibrare via via delle note sempre più nere, all'insegna di un rimorso che non sa però giungere ad alcun riscatto. Reso anche più oppressivo da immagini in cui, nonostante la luminosità nordica che le pervade, domina solo un grigio claustrofobico che tutto annienta. Con un solo errore di gusto: la metafora insistita di un deltaplano che, anziché sottolineare lo sconcerto del protagonista, ne infrange, anche nei passaggi più salienti, le tensioni. Dà volto a questo protagonista Jesper Christensen, già visto negli altri due film di Pyl: una maschera scolpita nel legno, dilaniata, incisa." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 12 aprile 2007)

"Capitolo conclusivo della trilogia che il danese Per Fly ha dedicato alle classi sociali 'Gli innocenti' non è tenero con la classe media, i cui esponenti sono rappresentati come portatori di ambiguità morale, gente in fuga dalle responsabilità volta a volta debole, cinica, vendicativa. Non è piacevole riconoscere nei diversi personaggi comportamenti propri della nostra epoca; (...) Senza pietà per chi cade, però controllato e mai predicatorio, Fly (nomen omen?) avrebbe soltanto potuto risparmiarsi la metafora ricorrente del parapendio, unica ovvietà in un film che, per il resto, non lo è affatto." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 13 aprile 2007)

"Quando lo scavo psicologico nella coscienza di un uomo doveva diventare più rigoroso e coerente, il film perde forza e mordente. L'intreccio tra passione amorosa e teorizzazione politica viene risolto nel modo più scontato e banale: il solito 'sogno' punitivo che si dissolve a risveglio e sembra non lasciare traccia né nel cuore né nell'animo. Che la relazione tra Pil e Carsten potesse finire era più o meno nelle cose, ma il film non sembra preoccuparsene più di tanto. Ognuno riprende la propria vita dopo aver cercato di pulirsi la coscienza in qualche modo, con una specie di (auto) assoluzione finale che se è comprensibile sul piano umano non lo è certo su quello morale né sociale. E che il regista lascia pericolosamente in sospeso, con una inquadratura in campo lunghissimo dove l'essere umano finisce per mimetizzarsi in un'accogliente natura. E' vero che la società non sembra più di tanto traumatizzata dalle proprie inadempienze ma è anche vero che il film (e il regista) non fanno niente per sottolineare queste ambiguità, né dal punto di vista dei valori condivisi né da quello dei comportamenti. La società non possiede più un vero rigore morale e le persone vi si adattano, ci dice 'Gli innocenti'. Ma con un'ambiguità che sfiora il compiacimento. Non certo il tormento e la sofferenza." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 13 aprile 2007)

"'Gli innocenti', film dedicato alla classe media con cui il regista Per Fly completa la trilogia sulla società danese iniziata con 'The bench' (sul proletariato) e proseguita con l'ammirato 'L'eredità' (sull'alta borghesia), è la riproposta di un cinema di idee come andava di moda negli anni '60/'70. (...) In precario equilibrio tra dramma a tesi e melò, il film rischia a volte di cadere in una confusione analoga a quella che lacera il protagonista e tuttavia trattasi di opera coraggiosa e stimolante." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 13 aprile 2007)

"Nell'Italia mèmore del terrorismo un film come 'Gli innocenti' avrebbe mille problemi di verosimiglianza storica e psicologica. In Danimarca invece il teorema di questo cattivo maestro, svolto da Per Fly con implacabile crudeltà, è astratto e potente come merita. Un affondo contro le nostre società opulente, dove per i problemi di cuore ci danniamo ogni giorno, mentre per le questioni di vita o di morte non abbiamo mai un secondo. Come il bel volto del bravissimo Jesper Christensen ci racconta scena dopo scena." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 aprile 2007)

"Dopo aver trattato dei poveri con 'La panchina' e della ricca borghesia industriale con 'L'eredità', Per Fly, regista danese, completa la trilogia sulla società contemporanea con Gli innocenti, soffermandosi sul ceto medio. Si tratta di un film complesso, problematico, che affronta un tema delicato - il terrorismo - agganciandolo al protagonista della storia, Carsten, un professore universitario radicale di sinistra, anticonformista, che si scopre di colpo "cattivo maestro". (...) Il suo atteggiamento appare coerente con quanto ha insegnato fino ad allora - "Se si vuole lottare per una società migliore bisogna accettare l'idea che qualcuno possa farsi male, che ci siano delle vittime" - anche se lui probabilmente non sarebbe mai passato dalla teoria alla pratica. Cosa che invece non ha esitato a fare la giovane. Così le certezze di Carsten sembrano scricchiolare di fronte allo sguardo della vedova del poliziotto che chiede giustizia: la vittima era un uomo come lui, con una moglie, un figlio, una vita da vivere. Tuttavia va avanti nell'egoistica difesa dell'ex allieva e amante, gettando all'aria matrimonio e carriera, così scoprendo, amaramente, che i teoremi non sempre reggono alla prova della realtà e che l'ideologia è insufficiente a giustificare ciò che moralmente è inaccettabile. Carsten si trova, dunque, faccia a faccia con la sua coscienza, combattuto tra menzogne, sensi di colpa e laceranti dilemmi, ai quali non riesce a trovare una risposta soddisfacente. Fly decide per il protagonista una comprensibile ma discutibile formula autoassolutoria, in un finale piuttosto ambiguo nella scelta di campo. Ciò non toglie che si tratti di un film ben fatto, che interroga. (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 28 aprile 2007)
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