Giovanni Falcone

ITALIA - 1993
Il Giudice Giovanni Falcone, nel corso di un decennio - dall'81 al '92 - svolge la sua missione contro lo strapotere della mafia. All'inizio, in quanto collaboratore del Giudice Rocco Chinnici, sulla scia dell'uccisione del Generale Dalla Chiesa, Falcone ipotizzò l'esistenza di un "terzo livello" della famigerata "Cupola", ed un progetto che prevedeva radicate collusioni tra i boss mafiosi (i Corleonesi, i Greco, i Riina ed altri) con importanti uomini politici. Ucciso Chinnici, Falcone continua la sua pericolosa indagine, collabora con altri Magistrati tra cui Paolo Borsellino e Ninni Cassarà e interroga i grandi pentiti: Buscetta emigrato in america, Calderone, Mannoia, Contorno. In Sicilia continuano gli assassinii. Dopo il maxi processo alla mafia, il pool antimafia viene smantellato e a capo del Tribunale palermitano è destinato il Giudice Meli. Poi Falcone viene destinato a prestare servizio al Ministero, quale Direttore generale per gli affari penali. Non è tanto una promozione, quanto piuttosto un modo per liberarsi in loco di un uomo diventato scomodo e pericoloso per tutti i poteri coalizzatisi contro la sua azione tenace. Falcone rimane pressoché isolato, lo sostengono solo Paolo Borsellino ed il suo nuovo capo Caponnetto. Infine sull'autostrada di Capaci il giudice Falcone, Francesca e gli agenti di scorta, vengono uccisi con una esplosione accuratamente preparata, preceduta a seguita da puntuali telefonate. Seguirà a suo tempo un'altra esplosione, in cui perderà la vita anche Paolo Borsellino.
  • Durata: 124'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, POLITICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM, PANORAMICA
  • Produzione: GIOVANNI DI CLEMENTE PER CLEMI CINEMATOGRAFICA
  • Distribuzione: COLUMBIA TRI STAR FILM ITALIA - CDI HOME VIDEO, CLEMI VIDEO

NOTE

- REVISIONE MINISTERO OTTOBRE 1993.

CRITICA

"Come in un cine-Bignami che mescola episodi noti e fatti oscuri. Senza distinguere però, senza contrapporre apertamente versioni ufficiali e ricostruzioni ipotetiche (come faceva invece l'inarrivabile Jfk di Stone, tanto invocato da Ferrara). E' già molto che un film del genere esista, si sente dire, apprezziamo il coraggio e la tenacia. Ma non sarebbe bello, visto che esiste, poterci anche credere?" (Il Messaggero; Fabio Ferzetti 31 ottobre 1993)

"I misteri d'Italia senza vero mistero hanno anche questo di particolare: durano da tanto tempo e per tanto tempo, vengono periodicamente resuscitati da rivelazioni talmente contraddittorie, sono nutriti da notizie melodrammatiche così incerte e confuse, che nella memoria dei cittadini restano come un guazzabuglio faticoso e scoraggiante, inestricabile al punto da indurre a rinunciare a capire. Alcuni registi (Giuseppe Ferrara, Pasquale Squitieri, Marco Risi) hanno tentato con i loro film ('Cento giorni a Palermo' e 'Il caso Moro', 'Il pentito', 'Il muro di gomma') di riassumere e chiarire, sintetizzare e far capire, condensare all'essenziale alcuni eventi o momenti cruciali del Grand Guignol italiano. Lo hanno fatto, naturalmente, dal proprio punto di vista: suscitando sempre reazioni violente, polemiche, proteste e azioni giudiziarie dei protagonisti o coprotagonisti di quegli episodi, dei parenti o degli amici gelosi della memoria di quei personaggi così vicini nel tempo, dei politici, giornalisti o specialisti più esperti sul tema pronti a condannare inesattezze magari inessenziali. Lo hanno fatto, naturalmente, nel proprio stile, che non è precisamente quello del docu-dramma all'americana, piuttosto quello della narrazione popolare: suscitando sempre la deplorazione o anche l'orrore della critica cinematografica ma anche successi di pubblico, se sono esatte le cifre fornite dal regista Ferrara secondo il quale 'Cento giorni a Palermo' (sull'assassinio del generale Dalla Chiesa e di sua moglie) e 'Il caso Moro' (sul rapimento e l'uccisione del presidente democristiano da parte delle Brigate Rosse) hanno raccolto circa 1 milione di spettatori e circa 10 milioni di telespettatori al primo passaggio televisivo seguito poi da diverse repliche tv. Magari bruttissimi, 'Giovanni Falcone' e i suoi simili sono insomma film anomali. Appartengono a quel genere più contemporaneo di film politico che, partendo da un preciso punto di vista, tenta abbastanza disperatamente di mettere ordine e fare chiarezza nella sanguinosa cronaca italiana recente: sarà anche per questo che dispiacciono a tanti e si attirano tanti guai. (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa' 29 ottobre 1993)

"Ho sentito dire da chi ha conosciuto Falcone che quello di Ferrara è solo un suo pallido riflesso, ma, anche senza riferirlo al modello, lo è come personaggio, meccanico, esteriore, studiato solo un pò da vicino in occasione di alcuni improbabilissimi colloqui con la moglie e in un Leit Motiv di gusto scadente che, dal principio alla fine, lo vede confrontarsi con le immagini in bianco e nero della Morte tolte al Settimo sigillo di Bergman. Altrettanto meccanici i personaggi che l'attorniano (i 'buoni' e i 'cattivi'), così poco inseriti in un logico contesto narrativo da aver bisogno di essere sempre introdotti da scritte che ne annunciano il nome ed il cognome, come nelle interviste TV. Certo, quando si vedono riprodotte sullo schermo certe terribili ore, si è portati a commuoversi, anche se - salvo nella pagina davvero intensa dell'uccisione di Cassarà - i modi di rappresentazione sono più cronistici che non drammatici, privi quasi del tutto di nerbo, e, d'altro canto la rievocazione di momenti così neri della storia recente d'Italia suscita, come quando la si legge sui giornali e la TV ce la espone, i sentimenti più angosciati, ma l'occasione, da un punto di vista cinematografico, non è in nessun modo alla loro altezza, anzi, a differenza di quanto accadeva con asciuttezza e rigore nella Scorta di Ricky Tognazzi, è da considerarsi totalmente perduta. Aspettiamo più in là, specie, quando tutto sarà chiarito: allora, su fatti così tragici, un autore vero potrà darci un film che farà epoca. Fra gli interpreti, intenti alcuni anche al gioco delle somiglianze, mi sembra giusto citare per primo Michele Placido come Falcone (anche se coinvolgeva di più quello della Piovra). Bene inciso al suo fianco, ma troppo marginale, il Paolo Borsellino di Giancarlo Giannini; e marginali, anche se attenti, tutti gli altri, da Anna Bonaiuto (Francesca Morvillo), a Massimo Bonetti (Ninni Cassarà) a Giovanni Musy (Buscetta), a Marco Leto (Caponnetto): costretti, alcuni, soltanto ad apparire: per spingere avanti l'azione. (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 29 ottobre 1993)

"Suona come un'imbarazzante beffa inferta alla memoria di Giovanni Falcone questo docudramma abborracciato alla bell'e meglio, sprovvisto di quei minimi requisiti estetici che possono legittimare qualsiasi ipotesi artistica. Non è il caso di dire che il film è arrivato troppo presto o troppo tardi, quanto che è arrivato male o, meglio, non è arrivato affatto. La volontà dell'informazione e della denuncia di per sè apprezzabile, avrebbe il sacrosanto dovere di non franare in uno stile "scombinato ed approssimativo, in cui la ricostruzione suona falsa e filodrammatica", come già annotò Goffredo Fofi a proposito del primo lungometraggio di Ferrara, 'Il sasso in bocca' (1970). E' chiaro che era estremamente difficile raccontare dodici anni di lotta alla mafia in due ore e far capire chi fosse l'uomo Falcone: il guaio è che il regista e la sua sceneggiatrice Armenia Balducci fanno credere d'averci in qualche modo messo ordine e fatto chiarezza nella sanguinosa storia italiana recente." ('Il Mattino')

"Quasi passabile, per lo meno dal punto di vista spettacolare, ricostruzione di un tragico decennio della più recente guerra a Cosa Nostra. Giuseppe Ferrara offe il contributo del documentarista, riempiendo lo schermo di cadaveri e polemiche in una convulsa storia con lo stile della saga della Piovra televisiva. Decorosi gli appassionati interpreti, buona parte dei quali costretti a defungere prima di metà film". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 22 maggio 2003)
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