GIOCO D'AMORE

FOR LOVE OF THE GAME

USA - 1999
GIOCO D'AMORE
Acclamato e famoso campione di baseball, Bill Chapel è al centro dello Yankee Stadium in procinto di effettuare quello che forse è il lancio più importante della sua carriera. Mentre gli spettatori sono in attesa, Bill riflette sulla direzione che ha preso la sua vita e ne rivede gli avvenimenti. Si è innamorato di Jane Aubrey, una giornalista di moda che ha una bambina, ma la trascura perché lo sport e la squadra occupano sempre il primo posto. Visto inutile ogni tentativo, Jane alla fine decide di lasciarlo. Allo stesso tempo, la sua squadra, i Detroit Tigers, sta per essere venduta, e i nuovi proprietari sembrano intenzionati a fare a meno delle prestazioni di Chapel. Bill del resto ha ormai quaranta anni e sa che la sua carriera è alla fine. E poi un giorno lui ha incontrato Jane in compagnia di un editore. Ecco l'ultima azione: un lancio, poi gli altri, quindi quello decisivo, vincente. Bill viene portato in trionfo nello stadio. Poi va all'aeroporto, e lì vede Jane. Avevano mete diverse, ma ora si abbracciano e il loro viaggio diventa unico.
  • Durata: 137'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Tratto da: TRATTO DAL ROMANZO DI MICHAEL SHAARA
  • Produzione: ARMYAN BERNSTEIN, AMY ROBINSON
  • Distribuzione: UIP (2000) - UNIVERSAL

CRITICA

"Ulteriore colpo ai fans di Sam Raimi, per i quali era già stato duro digerire il western parodico 'Pronti a morire'. Ma come accettare l'idea che l'autore di 'La casa' e 'Darkman' sia passato addirittura ad arpeggiare sulle corde del romanzo rosa, raccontando un melenso 'Gioco d'amore'?". (Alessandra Levatesi, 'La Stampa', 2 aprile 2000)
"Ma che sarà questa strana epidemia? Uno dopo altro i maestri del cinema fantastico-orrorifico si convertono al melodramma. Ora è la volta di Sam Raimi, il regista della serie culto 'La casa' con 'Gioco d'amore' mélo sportivo per star tratto da un romanzo e giocato su un tema topico del mélo, quello dell'impossibilità amorosa. (...) Se Kevin fa più film del baseball che su tutto il resto, Raimi perde una parte rilevante della sua personalità uscendo dai territori del cinema gotico e nero. Dirige un melodramma corretto ma parecchio ovvio, che si contenta di seguire diligentemente le regole del genere". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 3 aprile 2000)
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