Fury

USA - 2014
2/5
Fury
Seconda Guerra Mondiale, aprile 1945. Mentre gli Alleati portano l'attacco definitivo in Europa, il grintoso sergente dell'esercito Don "Wardaddy" Collier guiderà un carro armato Sherman e gli uomini dell'equipaggio verso una missione mortale dietro le linee nemiche. Nel loro eroico tentativo di sferrare un colpo al cuore della Germania nazista, "Wardaddy" e i suoi uomini, pochi e male armati, si troveranno di fronte a terribili minacce...
  • Altri titoli:
    Herz aus Eisen
  • Durata: 134'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, DRAMMATICO, GUERRA
  • Specifiche tecniche: PANAVISION PANAFLEX MILLENNIUM XL2, 35 MM/D-CINEMA (1:2.35)
  • Produzione: DAVID AYER, BILL BLOCK, ETHAN SMITH, JOHN LESHER PER LE GRISBI PRODUCTIONS, CRAVE FILMS, HUAYI BROTHERS MEDIA, IN ASSOCIAZIONE CON QED INTERNATIONAL, LSTAR CAPITAL
  • Distribuzione: LUCKY RED (2015)
  • Data uscita 2 Giugno 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Alessandro De Simone
Il cinema bellico è un genere difficile, costretto a confrontarsi con questioni politiche, storiche e sociali delicate. Negli ultimi anni molti grandi registi ne hanno dato una loro visione, da Spielberg a Eastwood, passando per Malick e Tarantino, opere diverse e diversamente mirabili. Mancava nel panorama contemporaneo un film che ritrovasse l’estetica della violenza come manifesto dell’inutilità delle guerre proprio di iconoclasti straordinari come Aldrich, Fuller e Peckinpah.

Un tentativo lo fa David Ayer con Fury, storia dell’equipaggio di un carro armato americano nella Germania che sta per cadere alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Veicolo voluto e confezionato su misura per Brad Pitt, sorta di Achab con il panzer, questo war movie tra Il Grande Uno Rosso e Il mucchio selvaggio soffre proprio dell’invadenza del suo superomistico protagonista, oltre che di una struttura tragica in cinque atti sin troppo classica e prevedibile.

Il cast si adegua e tratteggia personaggi ineluttabili come la fine di questa parabola pseudopacifista, ma Ayer regala comunque una delle migliori sequenze degli ultimi anni, una memorabile battaglia tra tank che batte qualunque videogioco.

NOTE

- BRAD PITT FIGURA ANCHE TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI.

CRITICA

"Ha il sapore del cinema classico di guerra, 'Fury' di David Ayer. (...) L'atmosfera di 'Fury' ricorda 'Quella sporca dozzina' o 'Il grande uno rosso', scontri realistici, pochi effetti speciali, ma fango, sporcizia, sudore, sangue, mezzi che si rompono davvero. Ayer racconta una guerra che non piace a nessuno, mostrata nella sua assurdità, ma anche nel crudo realismo, guerra che va combattuta anche se fa male. Da lodare le prove del cast, ben scelto e ben diretto, capitanato da un Pitt a metà tra John Wayne e 'Terminator', con tutti i personaggi ben caratterizzati." (Nicola Falcinella, 'L'Eco di Bergamo', 5 giugno 2015)

"Con 'Fury' il regista/sceneggiatore David Ayer passa dal prediletto genere poliziesco girato come un falso documentario ('Harsh Times', 'The End of Watch') al dramma bellico stile anni 50 ridisegnato con un sovrappiù di violenza, ma ricorrendo a tutti gli stereotipi del caso: a partire dal personaggio di Don Collier (...) che un tempo sarebbe stato affidato a un John Wayne. Ora lo incarna in modo convincente Brad Pitt (...). Contrapponendo serrate, cruente scene di scontro a fuoco a momenti di pausa durante i quali a insorgere nei soldati sono i demoni interni della paura e della colpa, il film segue le peripezie di Fury fino al fatale esito, che è uno dei punti deboli del copione. Non si capisce il motivo dell'eroica missione suicida di Pitt e dei suoi: visto che i nazisti non possono ormai in nessun modo ribaltare la loro sorte, a che pro rischiare la vita? A meno di non leggere il gesto come una forma di espiazione del male compiuto nell'ottica aberrante della guerra. (...) E ha una valenza altrettanto emblematica un intermezzo sentimentale che si trasforma in una sequenze di drammatica tensione fra i provati membri del quintetto. Il tutto configura un prodotto contraddittorio nel suo esaltare e al contempo condannare la guerra, e tuttavia avvincente per la radicalità della messa in scena." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 4 giugno 2015)

"Piacerà a chi magari rimpiangeva il bell'eroismo dei film bellici alla John Wayne. Dopo essersi tenuto encomiabilmente lontano dalla retorica per quasi due ore, 'Fury' nell'apocalisse finale si abbandona alla rodomontata a ruota libera (facendo un po' di conti, un americano valeva nel 1945 circa quaranta tedeschi). Sarà un caso, ma il film di Ayer arriva a ridosso di 'American Sniper' di Eastwood. Se non è un caso vuol dire che il cinema americano, dopo aver mestamente ammainato molte bandiere (vedi i film di Michael Moore) sta riscoprendo l'inno dei marines e il vessillo a stelle e strisce. Regista, produttore e sceneggiatore di 'Fury' David Ayer si annuncia come un grosso tipo. Le scene di battaglia sono girate come Dio comanda, e tra un combattimento e l'altro, Ayer infila una prolungata scena di rara brutalità. I soldati s'infilano nella casa di due donne tedesche e fanno loro passare una brutta mezz'ora (interrogativo: violenteranno le donne, o s'ammazzeranno tra loro, o tutt'e due le cose?). Nella mezz'ora Ayer schiaccia il pedale della tensione come forse solo Quentin Tarantino (con una variante, Quentin mette in scena i cattivi, Ayer i «buoni» anche se le azioni son da carogne). Ayer semmai si dimostra regista di seconda schiera nella scena del suicidio di massa degli ufficiali nazisti. Che han bevuto, mangiato, fornicato, prima di darsi la morte, in prossimità dell'arrivo degli americani. Un grosso direttore avrebbe inscenato un «gotterdamerung». Ayer tira via. Gli eroi lo interessano più dei nazisti decadenti." (Giorgio Carbone, 'Libero', 4 giugno 2015)

"(...) molto bravo Brad Pitt (...). Uno dei più bei film di guerra degli ultimi anni, reso ancor più credibile per il fatto di non rappresentare il male solo dalla parte nazista, come hanno fatto tante, troppe pellicole «patriottiche». Qui, ciò che conta è dimostrare come il conflitto bellico sia disumanizzante per tutti, alleati e nemici, trasformando ideologia e coscienza. (...) Il punto di forza, poi, è lo splendido cast che dà volto all'equipaggio del 'Fury'. Di Pitt si è detto. Ma si farebbe un torto non citando, ad esempio, il bravissimo Shia LaBeouf che raramente aveva toccato vette così alte come nei panni dello «spirituale» Boyd «Bible» Swan; e che dire del giovane Logan Lerman (Norman) che regge bene il confronto con attori più affermati. La regia di Ayer spia la loro intimità, fuori e dentro il carro, consegnandoci un'estetica della figura del soldato di grande carica espressiva." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 4 giugno 2015)

"'Fury' (...) è un rimando al cinema bellico di Sam Fuller, Robert Aldrich e persino John Ford, una fangosa, gelata, cartolina dal fronte durante le ultime fasi della seconda guerra mondiale, nella cui soporifera gravitas è rimasto letalmente impantanato, insieme all'equipaggio del carro armato che dà il titolo al film, un regista/sceneggiatore generalmente dinamico come David Ayer. Film sull'inequivocabile macello della guerra visto dalla contemporanea Hollywood pacifista, 'Fury' è un inno all'eroismo americano e al cameratismo maschile molto più esplicito di quanto lo sia 'American Sniper' ma, protetto com'è dalla patina del tempo, e da un nemico a prova di polemica come i nazisti, difficilmente entrerà nel dibattito ideologico che si è creato intorno al film di Eastwood. E se la scelta di uno stile tradizionale, vecchio stampo, poco vistoso (quindi diverso per esempio dallo Spielberg di 'Il soldato Ryan'), è pregevole, questo ritorno di Brad Pitt (anche produttore esecutivo) ai campi di battaglia della WW2, nei panni del comandante di un carro armato Sherman, ci fa terribilmente rimpiangere il suo luogotenente Aldo Raine in 'Bastardi senza gloria', quello sì un erede degno dei dodici pendagli da forca/kamikaze di Aldrich. Autore delle sceneggiature di 'Training Day' e 'End of the Day' (di cui era anche regista), Ayer si muove qui con molta più cautela, anche nel genere di ambiguità che rendevano avvincenti gli altri suoi film. II che fa di 'Fury' un oggetto senza particolare ragione di essere. (...) Un po' come succede nell'israeliano 'Lebanon' (che sicuramente Ayer ha visto), gran parte del finale si consuma all'interno della trappola di metallo che dà il titolo al film, potenzialmente un Transformer antidiluviano a cui però Ayer non attribuisce nessuna personalità, filmica e non." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 3 giugno 2015)

"(...) destinato a conquistarsi un posto di riguardo nei futuri repertori del war movie. (...) 'Fury' è un war movie, allo stesso tempo, di grande qualità e di grandi contraddizioni. Racconta una storia di guerra concepita secondo i classici parametri del genere: inquadrata come un romanzo di formazione attraverso gli occhi del soldato più giovane, nonché in equilibrio tra realismo e mitologia. Anche l'assortimento dei soldati è dei più tradizionali, col comandante stoico e determinato, ma interiormente sofferente, e i suoi sottoposti assortiti secondo caratteristiche macroscopiche. Però la struttura del film è singolare, organizzata per grandi blocchi narrativi: tre battaglie e, al centro, il lungo episodio dei militari nella casa di due donne tedesche, che produce una sorta di malessere mentre fa pensare, ma senza l'ironia di Tarantino, alle scene non belliche di 'Bastardi senza gloria' (cui rimanda anche la presenza di Brad Pitt al posto di comando). Inoltre il film resta sospeso tra sincero orrore (le stesse azioni degli americani sono al limite del crimine di guerra) e celebrazione dell'eroismo: insomma, mostra il conflitto con bagliori infernali ma ne ribadisce anche la necessità (quella contro il nazismo resta «l'ultima guerra giusta« ), sventolando la bandiera a stelle e strisce. Ciò che rimane stabile, in tutto ciò, è la qualità cinematografica. I riferimenti filmici sono numerosi e vari: da classici del genere più ('Salvate il soldato Ryan' di Steven Spielberg per la ferocia dei combattimenti e il senso di sofferenza nella carne dei soldati ) e meno (il magnifico 'Il grande uno rosso' di Samuel Fuller) recenti, fino al film israeliano 'Lebanon' (...). La solennità delle immagini e del paesaggio (il racconto è ambientato in una primavera grigia ancor piena di reminiscenze invernali), invece, rimanda al cinema di guerra sovietico. Ed è notevole la logistica della percezione con cui il regista David Ayer fa capire sempre allo spettatore la topografia delle azioni: anche le più complicate (vedi quell'autentico pezzo di bravura che è il combattimento tra lo Sherman e la 'corazzata' Tiger )." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 2 giugno 2015)

"Il bel film diretto da David Ayer racconta questo paradosso: gli alleati stanno vincendo la guerra ma Wardaddy e la sua truppa sembrano sentire solo l'odore della sconfitta e scorgere presagi di morte mentre avanzano in una Germania ostile fino all'ultimo (...). Ayer (...) orchestra dei fantastici combattimenti su carri armati dove le cannonate sembrano dei laser verdi usciti direttamente dai cannoni di 'Guerre Stellari'. Spielberg aveva già portato il livello espressivo dei film sulla Seconda Guerra Mondiale a vette di truculenza mai viste nel 1998 con 'Salvate il soldato Ryan'. Ayer lo sorpassa addirittura da un punto di vista psicologico visto che esclude la possibilità di una redenzione per i 'figli' contaminati dalle atrocità belliche di Wardaddy. E dunque: l'individuo perde anche quando la collettività vince. È la Guerra, bellezza. La disperazione di 'Fury' ha provocato un certo sconcerto presso i membri dell'Academy con il risultato di zero candidature all'Oscar 2015 per il film. Peccato." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 1 giugno 2015)
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