Fur - Un ritratto immaginario di Diane Arbus

Fur: An Imaginary Portrait of Diane Arbus

USA - 2006
Fur - Un ritratto immaginario di Diane Arbus
La vita della celebre fotografa newyorkese Diane Arbus, che con i suoi provocatori ritratti di 'freaks' (nani, giganti, gemelle siamesi, ecc.) e prostitute ha scandalizzato l'America benpensante a cavallo tra gli anni '50 e '60. Nata in un famiglia di celebri pellicciai, Diane cresce in un mondo dorato ma condizionato dalle convenzioni sociali per cui una donna era destinata al ruolo di casalinga modello e madre premurosa. Diane - insofferente, frustrata e con un grande talento artistico - non sfugge al suo destino fino all'incontro con Lionel Sweeney, un uomo dalle abitudini bizzarre che la introduce in un mondo misterioso in cui tutte le regole che lei ha sempre rispettato vengono sovvertite. Attraverso la macchina fotografica, Diane si sente finalmente libera di esprimere se stessa lasciandosi alle spalle la famiglia d'origine e il matrimonio.
  • Altri titoli:
    Fur
  • Durata: 122'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Tratto da: liberamente ispirato al romanzo "Diane Arbus: Una biografia" di Patricia Bosworth (Ed. Rizzoli)
  • Produzione: EDWARD R. PRESSMAN FILM CORPORATION, IRON FILMS LLC, RIVER ROAD FILMS, VOX3 FILMS LLC, FURTHEFILM LLC
  • Distribuzione: NEXO
  • Data uscita 20 Ottobre 2006

NOTE

- FILM D'APERTURA ALLA 1^ EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2006), PRESENTATO NELLA SEZIONE 'PREMIÈRE'.

CRITICA

"Film diretto da quello stesso Steven Shainberg che si era fatto abbastanza apprezzare tempo fa, con 'Secretary', una durissima storia d'amore sadomaso. Adesso, raccontandoci di Diane Arbus, evita ovviamente il sadomaso però avverte che il ritratto che ce ne dà deve considerarsi immaginario, pur non mancando di elementi biografici reali, i genitori di Diane, ad esempio, ricchi pellicciai, il marito noto fotografo, i tre figli bambini e quel brusco cambiamento di Diane, da assistente di un fotografo per riviste patinate, a fotografa essa stessa ma di... mostri. L' 'Immaginario' interviene proprio per spiegare questo cambiamento che naturalmente non c'è nella celebre biografia di Diane Arbus scritta da Patricia Bosworth e che Shainberg, in piena intesa con la sua sceneggiatrice Erin Cressida Wilson, ha fatto scaturire dall'incontro fortuito di Diane con un vicino di casa a tal segno affetto da un'ipertricosi da essere, anche in viso, più peloso di un animale. Un incontro, probabilmente ispirato alla fiaba settecentesca di madame Leprince de Beaument, 'La bella e la bestia', rivisitate per il cinema dal film omonimo di Jean Cocteau che, sul filo dei casi di Diane, può quasi considerarsi adesso una sua nuova versione cinematografica. Senza un amore dichiarato ma, appunto, come occasione per mettere a contatto Diane con quel mondo di scherzi di natura, di cui il suo barbuto interlocutore aveva finito per far parte. In cifre ora tese ora dolenti, con un ritmo attento soprattutto alla psicologia della protagonista e senza la possibilità di mostrare nessuna fotografia fatta da lei a quella gente perché i detentori dei diritti l'hanno vietato. Però vediamo Nicole Kidman, bella come sempre ma con un fascino ed una espressività intensissimi. E vale il film." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 14 ottobre 2006)

"Ci sono film così ambiziosi che vorrebbero fondere generi e sguardi, ma finiscono per confonderli. Così questo 'Fur - Ritratto immaginario di Diane Arbus'. Un po' favola scontata sul doloroso cammino verso la liberazione di una figlia dellalta borghesia newyorkese rassegnata a fare da assistente all'imbelle maritino fotografo. Un po' riscrittura postmoderna della Bella e la Bestia, con la Bestia che getta alla bella le chiavi della propria vocazione artistica ed esistenziale (letteralmente, come si vede in una scena assai simbolica). Un po' racconto fantastico ma con tutti i valori sballati. Perché Shainberg ha paura di andare fino in fondo e dopo aver inserito una serie di elementi davvero perturbanti (gli amici freaks del vicino, le parrucche fatte con i suoi peli e destinate ai cadaveri), li smussa a forza di musiche, di ralenti, di fughe nella più inopportuna autoironia. Fino a far sembrare il film un assurdo remake alla Lelouch dell'indimenticabile 'Freaks' di Tod Browning. Peccato perché l'intuizione era bella e la Kidman sempre bravissima. Per non parlare di Robert Downey, che per quasi tutto il film recita solo con gli occhi sotto la massa di peli che gli copre anche naso e mani. Ma Shainberg si ferma alla superficie e se il freak e il suo mondo, malgrado la gran cura formale, restano esteriori, anche la famigliola della Arbus non esce dal quadretto convenzionale. E un tantino ipocrita se quando finalmente la Arbus entra nel suo mondo di devianti andando a fotografare un campo di nudisti, tutti appaiono nudi tranne lei naturalmente, Diane Arbus. Pardon, Nicole Kidman." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 ottobre 2006)

"Peccato che 'Fur', il racconto tra verità e fantasia di tre mesi della vita della fotografa Diane Arbus, si riveli uno di quei film indecisi tra arte e box office che finiscono per mancare entrambi i bersagli e svaporare nella statistica cinéfila. Il regista semi-indipendente Steven Shainberg, autore dell'erotico/morboso 'Secretary' che hanno amato solo gli intenditori, prende a pretesto gli scarni dati biografici per allestire un pretenzioso acquerello favolistico sul cliché della Bella e la Bestia. (...) Mentre le immagini della fotografa allieva di Richard Avedon hanno una loro incontestabile forza, quelle del film di Shainberg si limitano ad accarezzare le cadenze del filone voyeuristico-intellettualistico, chiedendo alla volenterosa diva un impegno poco incisivo, tutto di maniera e mai attraversato da un'autentica vena di crudeltà o trasgressione. Come Alice nel paese delle (contro)meraviglie, la Diane cinematografica si sforza invano di accreditare l'ormai ovvio concetto della relatività di ogni bellezza o bruttezza. Un'operazione furbesca e stilisticamente corriva, applicabile a tutte le categorie della femminilità inquieta (per la gioia delle femministe di bocca buona), ma in realtà incapace di estrarre una scintilla di pathos dalla mitografia arbusiana. Ne consegue che neanche i brandelli di nudità, magari colti in campo lungo, possano in qualche modo accostare i segreti dell'animalità dell'ulcerata cantrice dei freaks." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 14 ottobre 2006)

"'Fur' di Steven Shainberg parla di emozioni generali, sebbene in una variante elitaria come l'amour fou (...) Con una vicenda così, il morboso è in agguato. Shainberg l'aveva rasentato volentieri in 'Secretary' (2003), mentre qui se ne tiene discosto. Distilla poi dalla sceneggiatura di Erin Cressida Wilson e dagli interpreti una malinconia che è l'omaggio più bello che potesse rendere all'archetipo principale, 'La bella e la bestia' di Jean Cocteau con Jean Marais e Josette Day (1946), ma anche a 'Freaks' di Tod Browning (1933). A ben guardare, nel descrivere corrosivamente il 1958 della borghesia statunitense, Shainberg si collega anche a un altro film da festival, 'Lontano dal paradiso' di Todd Haynes (Mostra di Venezia, 2001). Oggi sulla quarantina, non ancora risposata quando (primavera 2005) girava 'Fur', qui la Kidman si libera delle inibizioni meglio di quanto le riuscisse in 'Eyes Wide Shut' di Stanley Kubrick. Non tanto per la passeggiata nuda nel parco, dove è inquadrata da lontano, quanto perché ora è capace di interpretare un'innamorata (mentre per Kubrick interpretava una disinnamorata). Quanto a Downey, già deturpato in 'The Singing Detective' di Keith Gordon (2003), qui è riconoscibile solo dagli occhi e dalla voce, che nella versione doppiata andrà, purtroppo,
perduta. Si possono considerare del film anche il rifiuto della bellezza classica, volutamente perpetrato attraverso attori di bellezza classica; o le iniziali incongruenze. Malato terminale, perché lui trasloca? Irsuto quanto si può esserlo, con quali peli può intasare i condotti di casa? Ma la sostanza è, come si diceva amour fou, dal cinema americano raramente reso così bene. Si perdonano allora lungaggini e finali in eccesso." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 14 ottobre 2006)

"Assumendo l'identità della fotografa Diane Arbus in una versione aggiornata della favola di Perrault 'La bella e la bestia', la diva Kidman non si limita a interpretare il film, ma letteralmente lo incarna. Salvo l'apprezzamento per l'ambizioso regista Steven Shainberg, 'Fur' è dunque un film di Nicole Kidman." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 13 ottobre 2006)

"In 'Fur' non c'è né lo sguardo commosso e partecipe di Lynch e del suo 'Elephant Man' (che obbligava a confrontarci con i tanti pregiudizi sui diversi) né quello quotidiano e asettico di Tod Browning e di 'Freaks' (che rispediva l'accusa di mostruosità agli esseri normali) né quello sgradevole e amaro di Ferreri e della 'Donna scimmia' (dove i rapporti umani erano solo di sfruttamento ed emarginazione). Shainberg sceglie di identificarsi con il voyeurismo della Arbus e gioca rischiosamente con l'ambiguità di una relazione che dal gusto per il perverso si incammina, forse con troppa disinvoltura, verso la passione fisica. Il pericolo in agguato è quello del kitsch, di caricare certe immagini di un eccesso di significato e quindi renderle banali, o involontariamente comiche. Succede per esempio con la barba che si fa crescere il marito della Arbus per invidia verso l'uomo-scimmia, troppo posticcia per essere credibile; o con il cappotto di peli che Lionel le lascia in eredità (!). Non succede invece con la descrizione del mondo di miserabili e reietti che Diane incontra, filmati con un pudore che rivela un indubbio sentimento di rispetto, se non addirittura di amore. Ma è soprattutto la prova di Nicole Kidman a reggere il peso del film e impedire che l'eccezionalità dell'aneddoto scivoli nel cattivo gusto. Con il suo sguardo smarrito, con i suoi gesti repressi, con la sua recitazione trattenuta riesce a equilibrare una storia dalle ambizioni (troppo) estreme e a infondere una scintilla di vera umanità in tutte le scene, anche in quelle meno risolte. Raffreddando il melò e dimostrando di aver saputo davvero capire lo spirito più vero della fotografa." (Paolo Mereghetti, , 'Corriere della Sera', 14 ottobre 2006)
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