French Connection

La French

FRANCIA, BELGIO - 2014
4/5
French Connection
Marsiglia, 1975. Il giovane magistrato Pierre Michel, da Metz si trasferisce con moglie e figli nel Sud della Francia per condurre la battaglia contro la potente malavita locale, nota come "French Connection". Le sue indagini si concentrano sulla figura di Gaëtan Zampa, padrino della malavita marsigliese e tra i maggiori trafficanti di eroina in tutto il mondo. Sprezzante del pericolo, il giudice Michel condurrà senza paura la sua battaglia, ma ben presto capirà che per affrontare la mafia francese e far cadere il padrino marsigliese dovrà cambiare i suoi metodi... Tratto da una storia vera.
  • Durata: 135'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: ILAN GOLDMAN PER LÉGENDE FILMS, IN COPRODUZIONE CON GAUMONT, FRANCE 2 CINÉMA, SCOPE PICTURES, RTBF (TÉLÉVISION BELGE)
  • Distribuzione: MEDUSA (2015)
  • Data uscita 26 Marzo 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Gianfrancesco Iacono

L’invasione francese continua. La cinematografia più florida d’Europa, generosa di commedie, ha nel polar (mélange fra polizie e noir) un altro dei suoi piatti forti.
Marsiglia, 1975. Ispirato alla vera storia del giudice Pierre Michel, qui interpretato da Jean Dujardin (The Artist), questa nuova French Connection porta in scena il logorante confronto tra il giovane e ostinato magistrato e Gaetan Zampa, padrino della malavita marsigliese e signore del narcotraffico tra Europa e Stati Uniti. Il fascino della pellicola, che pure si avvale di una complessa ma solida sceneggiatura, cui ha collaborato lo stesso regista Cédric Jimenez, risiede tuttavia nel carisma dei due protagonisti in stato di grazia: Michel (Dujardin) e Zampa (Gilles Lellouche, già visto in coppia col primo in Les Infidèles), scolpiscono due figure antitetiche che si combattono senza esclusione di colpi ma congiunte da un legame di ossessione-attrazione, nonostante siano schierate su posizioni opposte.
Il film, sostenuto da un buon ritmo che riesce a sostenere la fluviale durata, oltre le due ore, si avvale anche di una perfetta ricostruzione d’epoca (i 21 milioni di euro di budget non son stati spesi invano…), complici una fotografia vintage che ritrae una Marsiglia accecata dalla luce mediterranea e una colonna sonora azzeccata e mai invadente.
Le fonti di ispirazione, infine, sono tante, ma Jimenez ha abbastanza senno da non scadere nel citazionismo e nel perseguire una sua idea di messa in scena adeguata solo e soltanto alla storia che ha scelto di narrare: i richiami all’omonimo cult di William Friedkin, agli Intoccabili e a Scarface di De Palma e persino ai poliziotteschi del nostro Enzo Castellari possono suggerire allo spettatore nient’altro che atmosfere e vaghi rimandi di carattere narrativo, segno che la lezione del passato è stata assimilata alla perfezione.
La Francia mette così a segno un altro centro, mostrando sino a che punto la sua macchina produttiva a pieno regime sia riuscita a fagocitare il modus operandi e le scelte del cinema italiano degli anni settanta, epoca in cui lo Stivale, almeno in Europa, non aveva pressoché rivali nel cinema di genere. Che dire, chapeau!

NOTE

- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI: CANAL+, CINÉ+, FRANCE TÉLÉVISIONS; CON IL SOSTEGNO DI: LA WALLONIE, LA RÉGION PROVENCE ALPES CÔTE D'AZUR, IN ASSOCIAZIONE CON CNC.

CRITICA

"Se in Italia il poliziesco sembra ormai un genere completamente asservito alla serialità televisiva, con tutte le trasformazioni di tono e di stile che il passaggio da un medium a un altro ha imposto (recenti, interessanti prove cinematografiche come "Take Five" o "Perez" hanno virato decisamente verso toni grotteschi), in Francia il cinema sembra ancora un interlocutore autorevole per un genere - il cosiddetto «polar» - che ha saputo dimostrare vitalità e capacità di adeguarsi ai tempi. L'ultima conferma è questo 'French Connection' (...). Storia vera, anche se romanzata secondo un gusto cinematografico che guarda molto (troppo?) ai modelli narrativi global-hollywoodiani, ma comunque molto godibile e di inappuntabile professionalità (come il cinema italiano sembra aver dimenticato scommettendo tutto sull'audience televisiva. Ma questo ci porterebbe a discorsi lunghi e «dolorosi»...). Per interpretare il vero giudice Michel, il giovane regista Cédric Jimenez (classe 1976: un solo film al suo attivo primo di questo, l'inedito 'Aux yeux de tous') ha scelto il poliedrico Jean Dujardin, oggi probabilmente l'attore di maggior richiamo Oltralpe. (...) Dall'altra parte c'è il «nemico», l'intoccabile boss, l'italo-francese Gaetan «Tany» Zampa, affidato a Gilles Lellouche, qui smagrito e senza barba così da sembrare curiosamente piuttosto simile a Dujardin : due nemici «uguali» e opposti, ognuno con il proprio gruppo di amici/collaboratori (dove si può annidare il traditore), ognuno con il proprio codice e le proprie regole da rispettare, ognuno con una moglie (...) che regala al film qualche bella pausa intima e «riflessiva» (e che una sceneggiatura incalzante e motto fattuale finisce per sacrificare troppo. E questo è uno dei difetti del film) Costruito come una specie di risposta speculare al 'Braccio violento della legge' - là si combatteva negli States l'invasione di eroina dalla Francia, qui si lotta contro la produzione di droga che parte per l'America - il film procede con tutti i tópoi del genere, appostamenti, inseguimenti, irruzioni, interrogatori, riuscite e fallimenti, vittorie e sconfitte, ora da una parte ora dall'altra, giocando molto sul ritmo e l'incalzare dei colpi di scena da una parte e sulla verosimiglianza e la credibilità dei volti e dei comportamenti dall'altra. Senza risparmiare i dubbi e le paure dei tradimenti e delle corruzioni. Un percorso che si apre verso riflessioni più complesse e che arriva, nella seconda parte del film, a coinvolgere anche la politica nazionale. (...) A Jimenez, però, non interessa far evolvere 'French Connection' verso il cinema di denuncia. La sua attenzione è tutta rivolta verso la forma del genere, di cui segue regole e dettami: la centralità quasi superomistica dei due antagonisti, la subordinazione dei fatti all'incalzare degli avvenimenti e più in generale la spettacolarizzazione anche a detrimenti della giustezza cronachistica. Ma per chi non cerca la «verità» ma il «piacere», bisogna ammettere che questo film non deluderà i fan." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 23 marzo 2015)

"Girato pensando poco alla verità storica e molto allo spettacolo, orchestrato con mano abilissima conciliando sottigliezze e psicologie del polar francese con il gusto virilista e le semplificazioni western del thriller made in Usa. Il risultato è decisamente trascinante, anche perché i due antagonisti, il giudice Dujardin e il ganster Lellouche, sono formidabili. (...) il regista Cédric Jimenez (classe 1974) maneggia la materia con disinvoltura totale, appaltando quel poco di verità storica rimasta nel film ai TG e ai titoli di prima pagina d'epoca. È un procedimento sempre comodo quando si vuole ammantare di esattezza un racconto modellato solo sulle regole del genere. (...) il film non aggiunge molto al genere se non il gusto di rimescolare le carte, ma non perde un colpo. In Francia lo hanno guardato con sufficienza, e la famiglia del giudice ha deplorato le libertà dello script. L'abilità e la sicurezza della fattura, insomma, non si discutono. Il resto sì." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 26 marzo 2015)

"Quel che vale la pena osservare è che il romanzo criminale del giovane Cédric Jimenez non soffre affatto della pesantezza dei film-dossier ispirati ad avvenimenti reali. Ha, invece, il ritmo del buon cinema d'azione fatto secondo la ricetta tradizionale: alternando piani sequenza descrittivi e macchina da presa a spalla e catalogando tutti i luoghi obbligati delle saghe gangsteristiche - minacce e sfide, tradimenti e dilemmi morali, delitti e castighi -con uno stile dinamico e accattivante. Assai probabile che i precedenti cui 'French Connection' somiglia di più siano i noir francesi anni Settanta di Henri Verneuil e José Giovanni (...); però il suo modello è piuttosto Martin Scorsese: inarrivabile, certo, ma che Jimenez emula senza disonore. È «scorsesiano» il carattere del gangster Zampa, cattivo tutt'altro che banale o stereotipato. Così il film può a buon diritto focalizzare il dramma intorno a una coppia di character di grande carisma personale, sottolineando i tratti che li accomunano pur se schierati su sponde opposte della legge. Niente di nuovo? Può darsi, però conta anche il modo in cui il cinema ripropone le cose già note. Qui lo fa bene; e trae ulteriore vantaggio da un cast scelto come si deve. Vicino a Jean Dujardin, ormai consacrato star internazionale, non sfigura affatto il meno noto Gilles Lellouche nella parte dello spietato, ma tutt'altro che privo di fascino, Zampa. Pur disegnando caratteri a tutto tondo, il binomio protagonista non scivola mai nel caricaturale. Lo asseconda un cast di facce bene assortite tra cui spicca Beno ît Magimel, già attore di Claude Chabrol, nella parte di un 'mad dog' dalla pistola facile." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 26 marzo 2015)

"L'opera seconda dell'«enfant du pays» Cédric Jimenez si rivela, in effetti, un remake ideale, il voluto e accurato ritorno alla compagnia di giro di criminali d'ogni razza, poliziotti corrotti, giudici e politici indomiti e/o ambigui tramandata da registi come Melville, Deray, Verneuil, Comeau e soprattutto incarnata da divi/duri del calibro di Belmondo, Delon, Ventura, Perrin, Ronet: se è indubbia la componente «filologica», insomma, risultato è godibilissimo perché il pericolo del manierismo è spazzato via dall'abilità e l'entusiasmo del regista nel conferire vitalità iperrealistica al quadro d'insieme, mobilità strategica allo stile di ripresa e genuino cinismo pulp alle performance di un po' tutto il cast. (...) trasformistico Dujardin e (...) inquietante Lellouche (...). Un duello nei duelli che appartiene al canone del genere più duraturo della storia del cinema, eppure in grado di schivare un certo superomismo in auge nei moderni blockbuster dei supereroi, e di lavorare sulla credibilità delle facce, le espressioni, le azioni e reazioni (agguati, inseguimenti, interrogatori, esecuzioni) costantemente sorrette dal ritmo jazzato e nevrotico. Non è trascurato anche il tratteggio dello scenario politico d'epoca, con allusioni alla conquista del potere da parte di Mitterrand nell'81 e all'entrata nel governo della compagine socialista. Per fortuna, però, le invettive e le scenate di tipo partigiano, o peggio moralistico - come ormai succede nelle migliori fiction TV sia americane che italiane - non appartengono all'universo del polar, in cui la pianta malsana per eccellenza cresce e germoglia nel dna del personaggio-uomo. (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 26 marzo 2015)

"Natio di Marsiglia, il trentanovenne Cedric Jimenez al suo secondo film realizza un dignitoso polar, ricostruendo con minuziosa autenticità la cornice d'epoca sull'arco del quinquennio 1975/1980; inscenando qualche muscolare sequenza d'azione e molto puntando sul contrasto fra i due bravi e ben individuati protagonisti (...)." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 26 marzo 2016)

"(...) 'French Connection' ridà gloria al 'polar', la variante autoctona di poliziesco e noir, ha una fedeltà quasi commovente nella ricostruzione scenografica di Marsiglia Anni 70-80 e, non è necessariamente un difetto, si discosta dal mood letterario di Jean-Claude Izzo per una rilettura glocal di quel 'milieu' criminale, ovvero votata alla distribuzione internazionale del film. (...) il merito di 'French Connection' non è solo metonimico, non è solo industriale: il quasi Carneade Cédric Jimenez, all'opera seconda, dirige con sicurezza e piglio da veterano, ossia con una camera che può essere ferro - nelle sequenze a mano armata, coreografate con pregevole rudezza - o può essere piuma - il contesto familiare/relazionale del giudice e del boss. Non che ci sia proprio da spellarsi le mani, ma il risultato acquisito è il migliore degli ultimi anni nel territorio 'polar', capace di irridere per drammaturgia, resa stilistica e, sì, prove attoriali 'Il cecchino' di Placido e 'L'ultima missione' di Olivier Marchal. Già, gli attori: nel ruolo di Pierre Michel, il giudice antidroga che collaborava con il nostro Falcone, Dujardin conferma uno spettro interpretativo non comune, è bello, bravo e fascinoso (anche in servizio), Gilles Lellouche, nei panni del signore della droga, gli tiene testa nella tenzone guardie-ladri e gli altri dalle donne fataliste Céline Sallette e Mélanie Doutey alla faccia da schiaffi Benoît Magimel - non sono da meno." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 26 marzo 2015)

"(...) è un corretto film d'azione che se da un lato omaggia il cinema civile italiano, dall'altro sembra guardare dichiaratamente all'indietro verso i classici polar diretti da Henry Vemeuil, Yves Boisset o Georges Lautner. (...) Quindi ottima ricostruzione ambientale e gangster che sembrano avere visto in una mese vent'anni di cinema noir tanto fanno i... gangster. Dujardin e Lellolouche, simboli del popolo hétéro-beauf, di nuovo insieme dopo 'Piccole bugie tra amici' e 'Gli infedeli', piuttosto che sbarazzarsi della loro aura divistica, ci giocano, ma non sempre funziona. Se la cavano molto meglio, Céline Sallette, nel ruolo decorativo della moglie lagnosa di Michel e Bruno Todeschini in quello del banchiere. (...) 'La French' risulta così poco più di un onesto esercizio di stile, prevedibile nella sua scansione narrativa, che riserva gli unici momenti di interesse autentico quando entra in scena Gaston Deferre (Féodor Atkine). (...) Certo Jimenez non è Jean-Claude Izzo è la denuncia della coniazione politica marsigliese, con i suoi intrecci altolocati, resta inerte come una notazione di colore ambientale sprecata considerato che lo spettatore avvertito intuisce i rapporti di forza in campo e comprende che i giorni del giudice Michel sono contati." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 26 marzo 2015)

"Piacerà un mucchio. Tanto che qualche spettatore, arrivato dopo i titoli di testa, non ci crederà che 'French Connection' l'ha fatto un trentanovenne francese (anzi marsigliese) al suo secondo film ma attribuirà lì per lì la paternità dell'opera a qualche vecchio lupo americano (Michael Mann, Ridley Scott). Perché il film, dei grandi thriller Usa, ha l'ampio respiro e la folla dei personaggi minori (così ben recitati, così cesellati dalla sceneggiatura da far invocare per loro una pellicola a parte). E poi la città. Che non è più solo una tela di fondo, ma respira, rantola e ruggisce come i personaggi. Quello che è chiaro è che Cedric Jimenez, prima di affrontare la regia (speriamo che l'opera prima 'Aux yeux de toutes' venga ripescata da qualche Tv digitale nostrana) ha visto, mangiato, assimilato tutti quei gangster film americani che era possibile assimilare. Cosa manca allora a 'French Connection' per entrare nel pantheon del poliziesco? La mancanza di quei divi di enorme carisma che ora non ci sono più (non solo nel cinema francese). Jean Dujardin e Gilles Lellouche recitano benissimo, ma sono fisicamente un po' incolori, non ti catturano (pensa se la storia l'avessero girata nel 1975 con Delon e Belmondo l'un contro l'altro armato)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 26 marzo 2015)

"Avvincente poliziesco francese, da una storia vera, che all'azione abbina l'azzeccato ritratto di due nemici per la pelle. (...) Bravi e intonati, oltre che fisicamente somiglianti, i due fustacchioni al proscenio." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 26 marzo 2015)

"La storia vera del giudice d'oltralpe che ebbe molti contatti con Giovanni Falcone, dona nuova linfa vitale al 'polar' francese (genere che unisce poliziesco e noir), confezionandone uno super classico e appassionante, tra De Palma e Scorsese, e ripropone il confronto tra due personaggi - Jean Dujardin e Gilles Lellouche - che rimandano ad Alain Delon e Jean Paul Belmondo , a Robert De Niro e Al Pacino ." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 27 marzo 2015)

"Quanta fatica, ma ben riposta, per sollecitare un gusto estetico della macchina del tempo: le facce un po' così alla Lino Ventura e Eddie Costantine, le spider italiane anni '70, gli interni dal design pop e quella sfacciata violenza gangster del tardo 'polar'. Non è il remake o la continuazione del film con Gene Hackman. (...) L'emozione c'è, la suspense criminale anche, solo una caduta brutale nel plot." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 27 marzo 2015)

" (...) Una storia vera da cui il regista restò impressionato e che aveva da sempre voglia di narrare. La lotta è crudele: in molti si faranno male, specie quando i bersagli diventeranno troppo grossi. È incalzante lo stile da vecchio cinema italiano 'socialpoliziottesco', alla Damiano Damiani. Gli eroi sono destinati a cadere, vincono quasi sempre gli 'ominicchi' al potere." (Claudio Carabba, 'Corriere della Sera Sette', 27marzo 2015)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy