Free Zone

ISRAELE, FRANCIA, GIORDANIA, SPAGNA, BELGIO - 2005
Free Zone
Rebecca è americana ma da alcuni mesi vive a Gerusalemme perché sta per sposarsi. Purtroppo però le cose non vanno come lei aveva sperato e una volta rotto il fidanzamento, si allontana a bordo di un taxi. Alla guida dell'auto c'è Hanna, una ragazza israeliana che le confida di essere diretta in Giordania nella 'Zona Franca' per recuperare dei soldi presso alcuni 'soci' americani del marito. Rebecca decide di accompagnarla nella missione, ma una volta giunte a destinazione scoprirà con Hanna che i soldi sono spariti...
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: NICOLAS BLANC, MICHAEL TAPUACH, LAURENT TRUCHOT PER AGAT FILMS & CIE, AGAV FILM, AGAV HAFAKOT, GOLEM, ARTEMIS, CINEART, HAMMON HAFAKOT, ARTE FRANCE CINEMA, SCOPE INVEST, YISRAEL ESER, CHANNEL, YES SATELLITE, RTBF, BAC FILMS, UNITED KING FILMS
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE (2006)
  • Data uscita 12 Maggio 2006

RECENSIONE

di Davide Turrini

E’ da almeno quattro anni (da Alila in poi) che Amos Gitai ha deviato in modo deciso e netto il suo percorso di analisi del quotidiano e della memoria in terra promessa verso spazi di rappresentazione angusta, mettendo da parte la magniloquenza di altissimi momenti di cinema, dimenticati dai giurati dei festival e mai troppo elogiati dalla critica. Capiamoci meglio: lavorare sulla costruzione e la composizione dello spazio consente a Gitai di concentrarsi di più su aspetti come la sperimentazione prettamente visiva. In Free-zone, reale striscia di terra tra la Siria, la Giordania, l’Iraq e l’Arabia Saudita, dove si commercia senza dazi doganali e si compiono affari dal piccolo cabotaggio alle migliaia di dollari di guadagno, l’aver rinchiuso Natalie Portman e Hanna Laslo per tre quarti di film all’interno dell’abitacolo di un automobile e averle riprese nel loro viaggio verso la free zone senza mai cercare panoramiche o piani lunghi dai bordi della strada o da qualche chilometro di distanza, è la conferma di ciò che prima si affermava. A Gitai serve uno spazio estremamente chiuso per immergersi nel vissuto traballante delle protagoniste e per poter osservare, a sua volta, dall’abitacolo l’esterno, in una sorta di soggettiva trance. La frammentarietà e la problematicità dei luoghi che così fanno da sfondo, sfiorano prima e invadono poi, le due donne protagoniste (che sul finale diventano tre). Ma Gitai nel percorrere questa strada che potremmo, osando, definire intimista, si perde in esperimenti sull’immagine stessa (dissolvenze incrociate, arricchimento fisico di ristretti prosceni, ecc..) che portano, probabilmente, troppo lontani l’osservatore. Iniziando così a contaminare il personale con l’universale, che per Gitai significa visione progressista e pacifista del conflitto arabo-israeliano, l’asse della sperimentazione e del lavoro sull’evoluzione della dialettica tra le protagoniste, si sposta sul quel fuori campo che sembrava contorno, ma che evidentemente non può, in quel contesto politico, essere messo da parte. Ne risulta un film fortemente sbilanciato, che all’improvviso vuole di forza riappropriarsi della profondità quando tutto aveva dato da pensare che si stesse lavorando sulla superficie.

NOTE

- NATALIE PORTMAN, NATA A GERUSALEMME DA PADRE EBREO, HA CHIESTO LEI A GITAI DI LAVORARE IN UN SUO FILM.

- PREMIO PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE FEMMINILE A HANNA LASLO AL 58MO FESTIVAL DI CANNES (2005).

- E' IL PRIMO FILM ISRAELIANO AD ESSERE GIRATO IN GIORDANIA.

CRITICA

"Come in un film di Kiarostami, non scendiamo quasi dalla jeep dell'eccellente Hanna Laslo, energica israeliana che, oltre a scarrozzare turisti, fabbrica col marito auto blindate per un certo americano nella Free Zone, che a sua volta le rivende agli iracheni. Non fosse storia quotidiana, anche questa si direbbe inventata. (...) Fra liti, imprevisti, confessioni, riconciliazioni, Gitai schizza un ritratto non convenzionale del Medio Oriente. Troppa carne al fuoco forse per sperare in un premio maggiore. Ma le tre attrici sarebbero tutte da palma." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 maggio 2005)

"Di una bruttezza desolante è apparso 'Free Zone' dell'israeliano Amos Gitai. In questo ennesimo pasticcio molesto, agghindato dall'inutile presenza dell'hollywoodiana Natalie Portman, il pensoso regista contorce inquadrature e fatti tentando di ammannire al pubblico degli esperti il suo augusto parere sul dramma dell'impossibile coesistenza tra arabi e occidentali. (...) Se l'imprudente spettatore avesse pensato a una teoria rivoluzionaria, dovrebbe a questo punto schiodare la poltrona: 'Free Zone' ha cincischiato per un'ora e mezza con dissolvenze, primi piani e carrellate d'autore per poi proclamare che i contendenti hanno perso ogni riferimento concreto, nessuno è più responsabile delle sanguinose scelte di campo e il conflitto mediorientale è in pratica un rebus irrisolvibile." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 19 maggio 2005)

"Il film è palesemente fatto alla svelta, con poca accuratezza, con soluzioni narrative sbrigative: il flash back, per dire, è sostituito da sovrapposizioni di immagini del passato su immagini del presente non belle e neppure molto comprensibili. Ma le attrici sono brave (specialmente Hanna Laslo) e la Free Zone è una soluzione interessante: magari potesse estendersi." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 maggio 2005)

"Un taxi, una giovane in lacrime, una lunga inquadratura fissa e dietro il finestrino il Muro del Pianto. Siamo a Gerusalemme, anzi siamo in un film di Amos Gitai, cineasta-cartografo che da sempre interroga la sua terra. Ammesso che sia 'sua' perché ogni film del regista israeliano rimette in discussione appartenenze e identità. Stavolta siamo nella 'Free Zone' fra Israele e Giordania, una zona franca dove arabi e israeliani scambiano merci e culture in libertà. Alla guida del taxi-jeep c'è l'eccellente Hanna Laslo (premiata a Cannes), energica israeliana che oltre a scarrozzare turisti fabbrica col marito auto blindate per un certo americano che a sua volta le rivende agli irakeni, sempre nella Free Zone. Ma il tormentato viaggio d'affari di Hanna è solo un pretesto per avvicinare tre donne e tre mondi. Sul taxi c'è infatti anche l'ebrea americana Natalie Portman, fresca di rottura col fidanzato israeliano, soldato e criminale di guerra (è lei che piange all'inizio). Mentre fuori dal taxi, nella Free Zone appunto, c'è la palestinese Hiam Abbass, moglie dell'"Americano", con i suoi guai giganteschi. O è solo una simulatrice? Gitai non risponde ma intanto, fra liti, imprevisti, confessioni, riconciliazioni, apre un dialogo. Tre donne non salveranno il Medio Oriente. Ma possono cominciare." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 maggio 2006)

"Film liminale di esplorazione dei confini, 'Free Zone' è un'allegoria intrisa di pessimismo sulle barriere contro cui s'infrangono i desideri delle persone: una mescolanza d'incomprensioni linguistiche, psicologiche, storiche, di traumi della memoria, di equivoci ideologici su cui prolifera la violenza. Gitai dirige un road movie a ruota libera, un viaggio anarchico che sovverte la cronologia, sovrappone immagini febbricitanti, alterna scene nervose con altre contemplative, mischia il dramma con la commedia. La cosa migliore del film è il modo con cui sa rappresentare il senso di oppressione che stringe le eroine, tutte interpretate molto bene. Anche se, l'anno scorso, la giuria di Cannes decise di premiare solo l'israeliana Hanna Laslo." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 12 maggio 2006)
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