Foxtrot - La danza del destino

Foxtrot

ISRAELE, GERMANIA, FRANCIA, SVIZZERA - 2017
3,5/5
Foxtrot - La danza del destino
Michael e Dafna sono distrutti quando degli ufficiali dell'esercito si presentano alla loro porta per informarli della morte del figlio Jonathan. Michael diventa presto insofferente alla presenza di parenti addolorati troppo assillanti e funzionari militari troppo zelanti. Mentre la moglie riposa sotto sedativi, Michael viene travolto da un vortice di rabbia per poi dover fare i conti con una delle svolte del destino tanto incomprensibili quanto le surreali esperienze militari del figlio.
  • Durata: 113'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 2K (1:2.39)
  • Produzione: MICHAEL WEBER, VIOLA FÜGEN, EITAN MANSURI, CEDOMIR KOLAR, MARC BASCHET, MICHEL MERKT PER SPIRO FILMS, POLA PANDORA FILMPRODUKTIONS, A.S.A.P. FILMS, KNM, IN COPRODUZIONE CON BORD CADRE FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON ARTE FRANCE CINEMA, ARTE/ZDF
  • Distribuzione: ACADEMY TWO (2018)
  • Data uscita 22 Marzo 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane
La guerra non si combatte solo sul campo di battaglia, ma anche tra le mura casalinghe, dove ogni genitore attende angosciato il ritorno del figlio. La morte è una presenza costante in Foxtrot, una tragedia in tre atti che unisce stili diversi in un tripudio di musiche e colori. Il regista Samuel Maoz gira un film coraggioso, intimista, che non ha paura di attaccare una società fondata sulla violenza. Lui è stato un carrista nel 1982, durante l’invasione del Libano da parte di Israele, come ci aveva raccontato con Lebanon. Questa esperienza di gioventù, l’ha reso un militante che usa la macchina da presa per denunciare l’assurdità di ogni conflitto.

In Lebanon (Leone d'Oro a Venezia nel 2009), i suoi protagonisti erano rinchiusi in un carro armato “infernale”. Era la culla di ogni incubo, una prigione claustrofobica che offriva uno spettacolo in prima fila per il massacro successivo.

Questa volta i soldati vivono in un mondo surreale, in un posto di blocco ai confini della realtà. Dormono in un container che ogni giorno sprofonda nel fango di qualche centimetro in più, e quasi non comunicano tra loro, alienati dalle mansioni quotidiane. Una lattina di birra può trasformarsi nel pretesto per scatenare l’impossibile, e spesso l’unico ad attraversare il checkpoint è un cammello, l’allegoria di un destino che attende beffardo all’entrata.




La prima parte affronta il dolore, la tenebra che avvolge una famiglia dopo aver scoperto che il loro Jonathan non c’è più. Michael, un architetto israeliano di successo, è disperato. La sua bella casa non lo lascia respirare e la macchina da presa lo stritola in lunghi primi piani. La moglie Dafne quasi non capisce, è confusa: perché Israele, la sua patria, le ha inflitto questa pena? Che senso ha combattere? Le nostre esistenze sono come il foxtrot, ci spiega il protagonista e, nonostante tutti gli sforzi, si torna sempre al punto di partenza.

Poi lo stile cambia e l’umorismo nero sale in cattedra. In un checkpoint in mezzo al deserto si canta, si balla, e si narrano le bravate di gioventù. Maoz sembra innamorarsi dell’immagine e alcune sequenze potrebbero avere una punta di artificiosità, ma non rappresentano virtuosismi senza un fine. Sono la caricatura di una mattanza paradossale, di un’istituzione che mette i giovani dietro a una mitragliatrice senza spiegare il perché.


 

Foxtrot ha il pregio di osare, di spingersi oltre il limite per scommettere su generi diversi e far discutere. Tutti aspettano qualcosa che non arriverà mai, a cavallo tra i lavori di Brecht e il teatro di Beckett. E l’unica certezza è che il destino verrà a bussare alla nostra porta, senza poter sfuggire all’inevitabile. La speranza, con un briciolo di ottimismo, fa capolino nel terzo atto, dove le risate intelligenti lasciano il palco alla forza delle emozioni. Il dramma da camera che soffocava i protagonisti nelle prime sequenze lascia entrare un po’ d’aria. E Foxtrot respira, è pieno di vita, anche nel raccontare il dramma di questo cupo presente.

NOTE

- REALIZZATO CON IL SUPPORTO DI: ISRAEL FILM FUND, MEDIENBOARD BERLIN BRANDENBURG WITH THE FINANCIAL SUPPORT OF INVESTITIONSBANK DES LANDES BRANDENBURG, EURIMAGES, GERMAN FEDERAL FILM BOARD WITH THE SUPPORT OF THE GERMAN-FRENCH COMMISSION, GERMAN FEDERAL FILMFUND , AIDE AUX CINÉMAS DUMONDE, CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE, MINISTÈRE DES AFFAIRES ETRANGÈRES ET DU DÉVELOPPEMENT INTERNATIONAL, INSTITUT FRANÇAIS, MIFAL HAPAIS, THE ISRAEL FILM COUNCIL, MINISTRY OF CULTURE & SPORTS.

- LEONE D'ARGENTO-GRAN PREMIO DELLA GIURIA, PREMIO ARCA CINEMAGIOVANI MIGLIOR FILM DI VENEZIA 74, MENZIONE SPECIALE DEL PREMIO SIGNIS ALLA 74. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2017).

CRITICA

"(...) un capolavoro di gridata discrezione in cui l'autore sposa pubblico e intimo tracciando un diagramma sulla forza del destino (con antefatto del Fato), oscura trama comandata dal peso assurdo di una guerra senza fine mimata dal soldato ballerino Itay Exlroad. Ma la forza dell'opera sta nel suo rigore formale che non diventa mai estetizzante e comunica anzi la voglia di rompere gli schemi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 22 marzo 2018)

"Foxtrot: avanti-avanti, destra-destra. Fermo. Indietro-indietro, sinistra-sinistra, fermo, un passo dopo l'altro per tornare al punto di partenza. In questo schema Samuel Maoz costruisce il suo nuovo film, che del ballo porta anche il titolo (...). Uno spazio chiuso, anche stavolta, come nel precedente 'Lebanon' (Leone d'oro a Venezia nel 2009) con cui 'Foxtrot' condivide una uguale, studiatissima, logica di «riposizionamento» dell'immaginario (israeliano) rispetto ai suoi soggetti fondanti, il conflitto israelo-palestinese ma non solo pure se in questa cartografia continua a essere il centro (...). Maoz dispone con cura le sue figure, il soldato, l'intellettuale, la diaspora, la memoria assai più labile della Storia, e dunque molto più manipolabile - quanto insomma ha costituito il «bagaglio» dell'immaginario israeliano negli anni - per dirci che no, non c'è una via d'uscita a un passato che non passa, all'errore «originario» di cui tutti finiscono per diventare vittima. Molto facile, assolutorio come direbbe il regista israeliano Eyal Sivan, perché la vittima - da una parte come dall'altra - permette una rappresentazione lineare che giocando sull'empatia (nel film di Maoz di geometrie rarefatte e piacevolezza quasi pop) mette lo spettatore a suo agio offrendogli la catarsi di cui ha bisogno senza conflitto. Nei film dei classici, i «padri» moderni come Amos Gitai questi temi trovavano invece sempre un controcampo, l'assunzione di responsabilità, che Maoz elimina nel tono surreale della sua storia." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 22 marzo 2018)

"Samuel Maoz (...) costruisce un dramma in tre atti e moduli stilistici differenti, fra tragedia, grottesco e humour con una dominante luttuosa, intima e spirituale - rilevata dalle note elegiache di 'Spiegel im Spiegel' al piano di Arvo Pärt che non offusca il forte respiro critico verso una società aggressiva e inutilmente guerresca." (Claudio Trionfera, 'Il Messaggero', 22 marzo 2018)

"Maoz intende dare un'idea del clima in cui il suo popolo vive. La stessa che alimenta l'andamento surreale del film, diviso in tre capitoli. (...) Maoz parla di caos, destino, colpa, di una condizione di pressione permanente." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 22 marzo 2018)

"(...) 'Foxtrot' di Samuel Maoz, costruito in tre atti come una tragedia greca, è una riflessione su fatalità, destino, coincidenze e caos, su ciò che possiamo controllare e ciò che ci sfugge, e mette a confronto due generazioni alle prese con lo stesso trauma, quello di un conflitto che diventa eterna condanna. (...) apologo morale dal doppio colpo di scena che scivola nel teatro dell'assurdo, così presente nella cultura ebraica, e si tinge di amarissimo umorismo." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 23 marzo 2018)

"Catartico su ferite profonde e perennemente sanguinanti, 'Foxtrot' è però anche e soprattutto una magnifica opera cinematografica. Vertiginoso di inquadrature in coerenza al contenuto, capace di sorprendere per fulminee variazioni ritmiche e stilistiche, avvalorato da un cast superlativo. E come diversi testi imponenti, questa seconda fatica di Maoz ha spaccato anche la critica: direttamente dal capolavoro al film furbo e pretestuoso, senza passare per mezze misure. D'altra parte 'Foxtrot' è lo specchio emblematico di un Paese fatto di estremismi e contraddizioni, quell'Israele che lo stesso regista sintetizza in un'immagine assoluta quanto ironica, 'arance e soldati morti'." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 23 marzo 2018)
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