Fortapàsc

ITALIA - 2008
3/5
Fortapàsc
E' la storia del giornalista Giancarlo Siani che, a 26 anni appena compiuti, è stato ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985, sotto la sua casa nel quartiere residenziale del Vomero, a Napoli, colpevole solo di voler fare il suo mestiere con professionalità e rigore.
  • Durata: 106'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Produzione: ANGELO BARBAGALLO E GIANLUCA CURTI PER BÌBÌ FILM TV, MINERVA PICTURES GROUP, RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2009) - DVD: 01 DISTRIBUTION HOME VIDEO (2009)
  • Data uscita 20 Marzo 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Angela Prudenzi

Da tempo Marco Risi, assieme ai cosceneggiatori Andrea Purgatori e Jim Carrington, desiderava portare sullo schermo la vicenda di Giancarlo Siani, giornalista napoletano ucciso dalla camorra nel 1985 ad appena ventisei anni. Quella che rischiava di diventare un'ossessione ha preso corpo in Fortapàsc, film che usa il biopic per far conoscere al pubblico il dramma del giovane cronista, ma soprattutto denunciare la collusione tra camorra e potere politico. L'opera di Risi si colloca nella nobile scia del cinema italiano di impegno civile. E però, proprio ripensando alla nostra grande tradizione, si affacciano un paio di domande di ordine generale: che significa oggi realizzare un film di denuncia? quali i modi giusti per farlo? Questioni non peregrine, perché da quando Risi ha immaginato di ricostruire la parabola di Siani i termini di paragone sono profondamente cambiati. Da una parte, inutile negarlo, la televisione ha rubato al cinema il ruolo di coscienza civile; dall'altra è deflagrata sullo schermo la bomba Gomorra, che ha rivoluzionato per sempre l'immaginario relativo all'universo dei boss e dei malavitosi, come giustamente sottolineato da Martin Scorsese. Il rischio è, dunque, che Fortapàsc sia arrivato leggermente in ritardo. Ed è un peccato, perché molti sono i suoi pregi: regala allo spettatore una Napoli insolita, non fa di Siani un ritratto oleografico, usa gli attori con grande maestria. Anzi la scelta delle facce giuste per ogni ruolo è uno dei punti di forza, infatti Risi ha messo insieme un gruppo efficace a cominciare da Libero De Rienzo che tratteggia un Siani al contempo timido, incosciente, testardo, sensibile. Ma tutti i comprimari sono da ricordare: Ennio Fantastichini nei panni del corrotto sindaco di Castellammare, Massimiliano Gallo in quelli del boss Gionta che nella caratterizzazione strizza l'occhio al Gandolfini dei Soprano, Daniele Pecci finalmente libero dalla recitazione monocorde cui la televisione lo ha spesso inchiodato. Una nota speciale merita poi la sceneggiatura, soprattutto nella parte in cui descrive il mondo del giornalismo, sulla quale deve aver giocato un ruolo fondamentale la mano di Purgatori. La redazione periferica del Mattino dove Siani lavora è buia, odora di sigarette e "tiriamo a campare", quella principale di Napoli è luminosa e i giornalisti sembrano padroni del mondo.

NOTE

- IL FILM A NAPOLI E' STATO DISTRIBUITO IL 20 MARZO 2009, CON UNA SETTIMANA DI ANTICIPO RISPETTO ALLA DATA DI USCITA NAZIONALE (27 MARZO).

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2009 PER: MIGLIOR REGIA, PRODUTTORE, ATTORE PROTAGONISTA (LIBERO DE RIENZO) E NON PROTAGONISTA (ERNESTO MAHIEUX), SCENEGGIATURA E FOTOGRAFIA (MARCO ONORATO E' CANDIDATO ANCHE PER "GOMORRA").

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2010 PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA, PRODUTTORE, ATTORE PROTAGONISTA (LIBERO DE RIENZO).

CRITICA

"A determinare il tono del film è la scelta del suo interprete principale. Libero De Rienzo: semplice e perbene, solare, antieroico. I tempi sono peggiorati. Saviano è costretto a una vita cupa e nascosta. Ma il messaggio è lo stesso: la mafia (e le sue varianti) è viltà e disonore. E stare dalla parte giusta significa spezzare l'inganno secondo il quale le mafie sarebbero protettive dei bisognosi." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 27 marzo 2009)

"Comunque Marco Risi adempie a un dovere morale e lo fa col tono giusto, amaro e malinconico, non rassegnato e triste, mostrando un ragazzo che si divertiva nel suo lavoro e voleva che fosse socialmente utile."(Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 27 marzo 2009)

"Figlio del grande Dino, un campione del sorriso ironico alla cui memoria dedica affettuosamente
'Fortapàsc', Risi junior discende piuttosto dall'impegno del postneorealismo. E' un filone nobilissimo, che trova un limite nella sua deludente incidenza sulla soluzione dei problemi: serve per ricordare, per smuovere l'indignazione, ma si ferma là. Del resto non si è mai visto un prodotto artistico in grado di cambiare il mondo. Resta il fatto che vedere ambienti e personaggi calati nella loro realtà arricchisce ciò che può dare il tiggì. Specialmente se, come in questo caso, il milieu viene indagato con proprietà antropologica, mescolando folklore e ferocia, aspetti di rozza ingenuità e cinismo allucinante. Ottimi gli attori di sostegno, fra i quali spiccano Ernesto Mahieux, Massimiliano Gallo e Ennio Fantastichini. Puntuale il contributo del protagonista, Libero De Rienzo, al quale manca solo quel carisma che fa appassionare il pubblico alle disavventure di
un eroe per caso." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 27 marzo 2009)

"Affidandosi a Libero De Rienzo, che emana incredula curiosità a ogni sguardo, compreso l'ultimo rivolto ai suoi killer, Marco Risi torna al cinema di impegno e denuncia ('Mery per sempre', 'Il muro di gomma'). Usa la vera Citroën di Siani, ne pedina l'ostinazione nel non voler baciare le mani protese sulla città (Francesco Rosi è il modello dichiarato, babbo Dino il Maestro al quale il film è dedicato). E' l'inevitabile limite di una trama che tutto vuole e deve dire, costringendosi alle pennellate simboliche: Maradona e morti ammazzati, belle note di Vasco e brutti modi da fiction. Il contrario di 'Gomorra', opera meno legata al giusto omaggio a una vittima e più libero di affrescare pessimismo (con buona pace di Fabio Cannavaro)." (Alessio Guzzano, 'City', 27 marzo 2009)

"Buonissimo film, asciutto e vigoroso, che segna un gran progresso di Marco Risi. Lo stile è ammirevole sia nella minacciosa corsa notturna dei motociclisti in città, sia negli ambienti ricchi, pesanti e cafoni delle case dei camorristi, sia nella semplicità del protagonista, sia nel senso di allarme che grava sui quartieri." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 27 marzo 2009)

"Che Marco Risi sia un bravo regista, lo sappiamo dai tempi di 'Mery per sempre'. Ma 'Fortapàsc' è un salto di qualità importante, del quale papà Dino (al quale il film è dedicato) sarebbe giustamente orgoglioso. Osservate la scena della cruentissima strage nelle vie di Torre Annunziata:Tarantino non l'avrebbe girata meglio, né con più efferatezza. Osservate il montaggio alternato fra il summit dei boss e la seduta del consiglio comunale: certo, è un omaggio a 'Le mani sulla città', ma ricorda anche il ferocissimo parallelo di 'M' (Fritz Lang, come no?) tra la riunione dei ladri e quella dei poliziotti, tutti a caccia del serial-killer (il montaggio, di Clelio Benevento, è strepitoso). Come nei momenti più crudi di 'Gomorra', sembra sia tornato il poliziottesco degli anni '70; ma riciclato con una coscienza civile nuova, al tempo stesso disperata e combattiva. Finché esistono film come 'Fortapàsc', questo paese non è morto." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 27 marzo 2009)

"Ci sono aspetti che non funzionano nelle scelte cinematografiche di Risi, a tratti il film sembra ingabbiato dal suo soggetto, cose importanti dell'epoca, tipo i disoccupati organizzati vengono appena accennati (perché poi?) mentre manca quella parte di resistenza culturale napoletana che comincia proprio col terremoto. Forse c'è pure poca Napoli, e del resto la narrazione si concentra a Torre Annunziata, la figura della fidanzata di Siani è strana, quasi accessoria, l'iconografia da film di genere a tratti è troppo sottolineata e evidente. Funzionano però gli esterni, la desolazione delle case, il silenzio, la spiaggia piena di detriti, l'arroganza di un certo potere sempre presente. E questa sfida dell'informazione oggi così sofferente, e di nuovo aggredita e minacciata non solo dai boss (Saviano costretto a vivere sotto scorta) ma anche dalla prepotenza volgare del governo che ci troviamo. C'è l'Italia di oggi, oltre che la storia italiana, a 'Fortapàsc'." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 27 marzo 2009)
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