Flee

DANIMARCA, SVEZIA, NORVEGIA, FRANCIA, USA, SLOVENIA, ESTONIA, SPAGNA, ITALIA, FINLANDIA - 2021
4/5
Flee
Amin in giovane età fuggì dalla sua patria, Kabul, per trovare rifugio a Copenaghen. Oggi Amin ha trentasei anni, è un affermato accademico e sta per sposarsi ma nasconde segretamente il suo passato di rifugiato. Nessuno è a conoscenza di chi sia veramente, avendo ben costruito un'identità più che strutturata anche se precaria. Dopo anni, compreso che per conquistare la serenità futura dovrà prima confrontarsi con il passato, Amin per la prima volta decide di rivelarsi e raccontare la sua storia.
  • Durata: 83'
  • Colore: B/N-C
  • Genere: ANIMAZIONE, DOCUMENTARIO, DRAMMATICO
  • Produzione: FINAL CUT FOR REAL, SUN CREATURE STUDIO, CINEPHIL, LEFT HANDED FILMS, RYOT FILMS, VICE STUDIOS
  • Distribuzione: I WONDER PICTURES (2022)
  • Data uscita 10 Marzo 2022

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

“Il rimosso del singolo, la ricostruzione frammentaria e onirica della memoria collettiva. […] smussa la ‘rigidità’ del documentario per intraprendere uno sconvolgente viaggio à rebours, percorso ipnotico e liquida danza nei meandri del ricordo perduto”. Su queste colonne così scriveva, ormai tredici anni fa, Valerio Sammarco: non di Flee, ovviamente, ma di un’animazione documentaria o, se preferite, un documentario animato il cui esito poetico, perfino la sostanza umana, poco si discosta dall’opera del danese Jonas Poher Rasmussen.

L’antecedente è Valzer con Bashir (2008), in cui il regista israeliano Ari Folman riversava i residui della propria storia bellica (a) scomparsa, del proprio vulnus biografico, non belligerante, e nemmeno pacificato, bensì rimosso: “Impossibile, pertanto, immaginare un medium che non fosse il fumetto, la traccia animata, per rendere con maggior incisività le dinamiche di un trip dalla cupezza allucinante, a tratti surreale e gelatinoso, tentativo di autoanalisi psichedelica che squarcia con potenza e giustificato “disordine” i muri edificati dall’oblio”.

Se leviamo qualche attributo, ovvero psichedelico, surreale e gelatinoso, Flee non cade lontano: non ha l’incedere del Valzer, non ha la prima persona del narratore ma del testimone, nondimeno, anch’esso è strattonato ontologicamente, per via veridittiva, tra la credibilità “oggettiva” del documentario e la creatività “soggettiva” dell’animazione. Mutatis mutandis, la vulnerabilità dalla storia, segnatamente dalla vita, tracima nel racconto: l’animazione in quanto genere fa da “buttadentro” nei confronti dello spettatore e al contempo da “buttafuori” emotivo (e terapeutico) per quanto concerne il protagonista nella mediazione del regista; il documentario in quanto genere corrobora, dicevamo, in termini di realtà (e verità).

Nell’epoca della disintermediazione, Flee appunto si fa corpo intermedio o, meglio, intermediato: prende dall’uno (documentario), prende dall’altro (animazione), prende dall’altro, ancora, ovvero l’afgano Amir che cerca asilo. Nella tripletta inedita che ha fatto registrare alle nomination per la 94esima edizione degli Academy Awards, documentario, animazione e film internazionale, alla terza categoria sarebbe giovato il vecchio appellativo Best Foreign Language, giacché l’aspetto linguistico e la condizione straniera sono elementi dirimenti e fondamentali per Flee. Creatura ibrida per status, anfibia per foggia, è straniante sicché straniera, dunque ci chiama a giocare a specchio, a un’esperienza omologa, paritetica – si capisce, in quanto spettatori – a quella di Amin.

Qui subentra la deontologia del danese dietro la macchina da presa, giacché il dispositivo cinematografico, il meccanismo di ripresa – ripresa, in un’animazione, sicuri? – non è eliso, non è eluso, ma intenzionalmente – e sgrammaticamente – esibito: quando Amin – pseudonimo, per proteggerne l’anonimato – si accomoda sul divano per raccontarsi a Rasmussen, ecco che un ciak entra in campo e, ridacchiando come e prima di noi, i due debbono ricominciare la scena. E, con quella risata, dichiarare il mezzo sul piano metatestuale e prepararci allo strazio su quello emotivo. Con una disposizione, un ordinamento differente rispetto al flusso magmatico, alla licenza pindarico-onirica di Valzer con Bashir: Flee ci trasmette “la sensazione – ha rilevato ottimamente David Katz su Cineuropa – di ‘accedere’ effettivamente alla memoria, un po’ come i livelli di realtà nel lavoro di Christoper Nolan”.

Sarà l’attitudine scandinava, sarà che l’uomo che si cela dietro Amin è un accademico, Flee è un film ordinato, a tal punto da far ordine nel rimosso, con l’effetto di espandersi fruibilità e comprensibilità e, al contempo, di calmierarsi il fascino, persino l’impatto. In fondo, il risultato terapeutico eccede la risultanza spettacolare, la funzione il funzionamento, ed è un altro traguardo ideologico. Intendiamoci, lo strazio non è contingentato. Dalle ultime fasi del conflitto tra afgani e sovietici negli anni Ottanta – indimenticabile la sequenza su Take on me degli A-ha – all’approdo in Russia con la madre, il fratello maggiore e le sorelle, fino ai reiterati tentativi di trovare asilo più sicuro nell’Europa occidentale: oggi che Amin ha trentasei anni, è un affermato professore e sta per sposarsi è il momento di dirsi la verità.

C’è dolore e catarsi: presa coscienza delle sue peripezie kafkiane e disperanti, non possiamo rimanere indifferenti, non possiamo non riverberare quell’odissea su quelle dei migranti qui e ora, chiederci come sia ancora possibile. Classe 1981 e con altri documentari in carnet, Rasmussen, nonché il Sun Creature Studio di Copenaghen responsabile delle animazioni, ha fatto un ottimo lavoro. Umano, molto umano.

NOTE

- DIRETTORE DELL'ANIMAZIONE: KENNETH LADEKJÆR.

- NELLA VERSIONE ORIGINALE NON DOPPIATA LA STORIA E' RACCONTATA DELLA VOCE ORIGINALE DEL PROTAGONISTA.

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2022 PER MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE.

- VINCITORE MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE AI EUROPEAN FILM AWARDS 2021.

- CANDIDATO AGLI OSCAR 2022 COME MIGLIOR FILM STRANIERO, DOCUMENTARIO, ANIMAZIONE. È LA PRIMA VOLTA CHE UN FILM D'ANIMAZIONE VENGA CANDIDATO A QUESTE CATEGORIE CONTEMPORANEAMENTE.

CRITICA

"'Flee' è dunque il racconto di una drammatica fuga che si trasforma in un inno alla vita e alla libertà, di un percorso umano ricco di sfide e pervaso di gioia. La crudele e poetica cronaca di fatti realmente accaduti e della ricerca della felicità, che apprendiamo dalla voce del protagonista stesso, nascosto per ragioni di sicurezza dietro uno pseudonimo, ma generoso nel condividere con lo spettatore paure, speranze, orrori vissuti, ma anche le gioie di una rivincita su violenze e conflitti. (...) A raccogliere la sua testimonianza è il regista (...) attraverso una serie di interviste (Rasmussen ha potuto contare anche sulla propria esperienza di regista di documentari radiofonici) Amin racconta di come negli anni Novanta lui e la sua famiglia, dopo la morte del padre a Kabul, fuggirono dall'Afghanistan e dai mujahedeen, trovando temporaneo rifugio a Mosca, dove però furono costretti a nascondersi una volta scaduti i visti turistici cercando disperatamente di raggiungere l' Europa, prima la Svezia e poi la Danimarca. Le immagini del presente si intrecciano dunque ai drammatici ricordi del passato con i quali Amin fa i conti per salvare il proprio futuro. (...) Per mettere in scena la storia di Amin, Jonas e il suo team hanno immaginato due stili di animazione diversi. Gli episodi della drammatica odissea del rifugiato prendono vita attraverso scene che grazie al disegno hanno potuto puntare a un alto livello di creatività. La maggior parte del film utilizza convenzionali animazioni a colori 2D per mostrare eventi veri del passato di Amin, mentre altre sequenze sono più grafiche e astratte per restituire gli eventi traumatici della sua vita, tra cui scene strazianti della sua famiglia in fuga da una Mosca spietata e violenta. L'arte diventa dunque strumento di guarigione e liberazione, personale e collettiva, dal male che gli uomini sono capaci di compiere (...)." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 09 marzo 2022)

"Interessante l' approccio con cui 'Flee', in un mix di cartone animato ed estratti di repertorio, ripercorre sul filo autobiografico di un io narrante vero (rinominato Amin) le tappe di un esodo doloroso e di un traumatico percorso di crescita, i cui effetti ancora si riverberano sull'uomo maturo. In una grafica a mano di segno minimale, il danese Rasmussen struttura il film in forma di intervista, con Amin che sdraiato come in seduta terapeutica davanti alla macchina da presa dà la stura ai ricordi. La tribolata fuga nell'84 dal natio Afghanistan, l' approdo clandestino in una Russia gelida e ostile, il viaggio da incubo verso la Danimarca; e poi la conflittuale scoperta dell' omosessualità, l' umiliazione dell' essere profugo, la necessita di fingersi orfano per non essere rispedito indietro. Il tutto rievocato senza patetismi in un racconto essenziale da cui l' emozione filtra diretta senza essere mai cercata." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 10 marzo 2022)

"Il protagonista di 'Flee'(...) ci parla sdraiato come fossimo noi tanti Freud di turno. Racconta la disordinata vita migrante, ovunque precario e clandestino nell'anima. Prima nell'Afghanistan distrutto, indi fugge in Russia dopo la caduta del Muro, quindi terrore massimo e pericolo omofobo e nuova fuga in Danimarca, mentre la famiglia si disperde e separa e lui s' allontana ai confini del suo mondo di figlio e fratello, ma per fortuna trova un compagno di vita.'Flee' vuol dire fuggire, ma la dolcezza grafica e mai retorica del film di Rasmussen si stempera nell'affetto di un futuro migliore dopo un lungo e infelice soggiorno nel complesso di colpa e nella paura per la propria identità sessuale in paesi dittatoriali e omofobi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 10 marzo 2022)

"Amin è un nome di fantasia ma nasconde un volto in carne e ossa. La sua è una storia di emigrazione e di diversità.(...) Le vicende diventano un documentario, lontanissimo però da quello che si intende normalmente con questo genere cinematografico, perché 'Flee' è sì una testimonianza, raccontata però attraverso i disegni animati. La tutela della privacy del protagonista diventa così un fatto compiuto, nascosto da quello pseudonimo che non ha impedito alla freschezza del racconto di farsi strada a Hollywood. (...) È un cartoon per adulti, insomma, ma gli insegnamenti sono rivolti tanto ai grandi quanto agli adolescenti perché i valori della tolleranza e della pace vanno insegnati fin da piccoli." (Stefano Giani, 'Il Giornale', 10 marzo 2022)

"'Flee', reinventando le regole del gioco del cinema documentario attuale, nel senso che mette in discussione il dogmatismo realistico a tutti i costi (...). L' aspetto che a nostro avviso è senz' altro il più encomiabile del film di Rasmussen riguarda il tratteggio del protagonista, sottraendolo alla logica della vittima a tutti i costi. Amin non è mai ritratto come una vittima di una situazione che non riesce a gestire. Rasmussen crea, e gliene va dato atto, un vero e proprio viaggio dell'eroe per il suo protagonista. Un romanzo di formazione (...). Non solo. Rasmussen dichiara da subito che la storia di Amin è una storia vista dagli occhi di chi la vuole raccontare, quella storia. E che quindi si tratta anche di una storia condivisa. Partecipata.(...) Il percorso che dall'Afghanistan conduce il protagonista alla sua nuova vita è davvero straziante, e nemmeno il tratto chiaro, da bande dessiné, riesce a stemperare l'angoscia di vivere da profughi nella capitale degli invasori. Ed è in questi momenti che il film si rivela particolarmente riuscito.I personaggi da reali diventano, paradossalmente ma ovviamente non tanto, immaginari, e quindi universali. Il viaggio verso la Danimarca, compiuto tenendo custodito nel corpo e nel cuore il suo desiderio, è lancinante nella precisione romanzesca (più che documentaria).
Il percorso di liberazione, però, sembra non volersi chiudere mai.(...) Rasmussen ha creato uno straordinario romanzo di formazione documentario, che mette in discussione lo sguardo con il quale teoricamente si dovrebbero raccontare le cosiddette «storie vere». La bellezza del tratto disegnato permette allo sguardo di riposarsi - di respirare - nella chiarezza apollinea del segno, permettendo così di evidenziare il conflitto che sta sempre in agguato nel fuoricampo (...)." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 10 marzo 2022)

"Disegni sfumati e onirici per emozioni e paure. Guerra, omosessualità nascosta, prigionia e corruzione, trafficanti di uomini, russi corrotti, vergogna per il fratello che si è sacrificato per far studiare Amin a Princeton. Tutto quel che serve per vincere l' Oscar e altri premi." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 12 marzo 2022)
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