Faust

RUSSIA - 2011
5/5
Faust
Faust è un pensatore, un trasmettitore di parole, un cospiratore, un sognatore. Un uomo anonimo guidato da istinti semplici: fame, avidità, lussuria. Una creatura infelice e perseguitata che lancia una sfida al Faust di Goethe. Perché rimanere nel presente se si può andare oltre? Spingersi sempre più in là, senza notare che il tempo si è fermato. E passeremo anche noi.
  • Durata: 134'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:1.33)
  • Tratto da: dalla tragedia omonima di Johann Wolfgang fon Goethe
  • Produzione: ANDREY SIGLE PER PROLINE FILM
  • Distribuzione: ARCHIBALD FILMS - DVD E BLU-RAY: CG HOMEVIDEO (2012)
  • Data uscita 26 Ottobre 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Ci sono film che impongono un atto di modestia da parte del critico. Film smisurati che ridicolizzano i tradizionali strumenti di analisi e gettano per aria - trovandolo inappropriato - il nostro bagaglio di conoscenze. Faust di Aleksandr Sokurov è uno di questi. Premessa dovuta a una recensione inadeguata.
Il titolo che chiude la tetralogia del potere (dopo Moloch, Taurus, Il sole) è un film-summa, la sintesi di un lavoro trentennale, un trattato poetico, teologico, filosofico, estetico, un'opera oltre il cinema. Un lavoro che non teme di utilizzare ogni risorsa espressiva disponibile - dall'uso delle luci alla misura del quadro, dalla prospettiva ai dialoghi, dalla tradizione pittorica a quella letteraria - per dare forma a una visione, una teoria di idee, un'interrogazione metafisica.
Faust ci schiaccia per terra e ci riporta su, in un doppio movimento discensionale/ascensionale. E' la storia della caduta più fetida - quella dell'angelo superbo - e della salità più dannosa, dell'uomo che vuole farsi Dio. Una reversio rispetto al percorso dei tre precedenti film, dove il potere che si presumeva divino veniva smascherato, riportato alla sua germinazione umana, molto umana.
Faust è l'albero della vita al contrario, dalle vette alle radici che scavano, giù e più a fondo, sottoterra, attaccate alla placenta di un'esistenza sgradevole, terragna. Fin dalla soggettiva iniziale, dal cielo al verminaio umano, in un obitorio, sul dettaglio di un pene, di un corpo che viene sventrato dall'ambizioso dottore e dal suo fido assistente. Cuore e budella, polmoni e interiora sono asportati, maneggiati, trattati come gingilli. Dal pene alla vagina, da cui un altro dottore estrae un uovo, il frutto della donna gallina, della specie ferina, degli uomini. Poco prima da un telescopio puntato sulla luna faceva capolino una scimmia, trasbordata attraverso secoli e spazi siderali, dal passato al futuro, dal presente al passato, da 2001 al Faust. La scimmia è l'imitazione di una perfezione umana impossibile da raggiungere, folle e scema come quella degli uomini (e degli angeli) che scimmiottano Dio (a cui nessuno ha più diritto di credere, come declama il protagonista)
Sokurov inchioda la bestia umana al suolo, ci mostra l'oscura forza di gravità delle sue ambizioni. Sempre le stesse: il potere di creare (i feti degli homuncolus in vitro), di sedurre, di controllare altri uomini. Il potere con la p minuscola, p di prostituzione, che è svendita dell'anima se il corpo è altare (e sull'altare e sulle statue votive, si consumano atti sessuali e oltraggi demoniaci). Mefistofele (Anton Adasiksky) è l'usuraio, perché dove c'è denaro c'è il diavolo. Un essere immondo, l'abominio di un Arcimboldo, uno strato repellente e tumorale, un vecchio sciancato con problemi di stomaco. Faust (Johannes Zeiler) è invece un uomo di mezza età, l'essere che non è più giovane e non è ancora vecchio, colto in un momento di passaggio, perché tutto passa e solo il tempo è immobile, sempre uguale a se stesso e al suo ciclo di nascite e morti. L'idea della morte pervade tutto: è l'odore mefitico di un film (e di un mondo) in stato di decomposizione, illuminato da una luce verde-giallognola.
Il Faust di Sokurov è sovraccarico di corpi, forme putride, muffe e flatolenze. E' un mondo chiuso dentro un formato piccolo piccolo - 1:37, sembra il 4/3 televisivo - un girone dantesco, un quadro di Bosch, l'incubo di Dürer. Faust è abbandono cieco alla materia, sprofondamento nelle sue cavità, messa in scena pantagruelica. Sokurov deforma ottiche e prospettive come in passato, ma in funzione diversa: se in Madre e figlio era la metamorfosi di uno sguardo che doveva re-imparare a guardare il mondo, qui è solo specchio di un mondo deformato. Anche la parola (la lingua è il tedesco, la lingua di Goethe e dei filosofi) è determinante: Sokurov ne abusa, l'innalza e la svilisce (trattando ogni genere di argomento), la rende autonoma, disincarnandola dai corpi, personaggio tra i personaggi. La parola sfinisce, è chiacchiera, cacofonia, silenzio interiore. Non c'è respiro per lo spettatore, ma asfissia, sopruso e un solo campo lungo.
Non si ricorda una visione altrettanto terrificante e potente dell'inferno terreno. Sokurov ci spinge agli estremi confini dell'essere, ci sbatte in faccia la finitudine, ci fa prossimi alla morte. Realizza un film coraggiosissimo e impervio, metafisico e furioso. Fa visione di secoli di riflessione sul Male, l'Anima, l'Assoluto.Opera d'arte, il Faust di Sokurov è un alieno in questo concorso. Come se chiedessero a Dante di gareggiare per lo Strega.
Faust è la firma in calce a una nuova pagina di storia del cinema, il sigillo di un patto che "dal" diavolo potrebbe salvarci: all'apice dello sprofondamento, mentre discendiamo l'abisso, finisce per segnalarci un Altrove. Al fondo della materia, la trascendenza diventa necessità. E, perso il diritto di credere in Dio, non ci resta che il dovere di farlo.

NOTE

- REALIZZATO CON IL SUPPORTO DEL FONDO PER IL SUPPORTO E LO SVILUPPO MASS MEDIA (OLEG RUDNOV) E IL FONDO PER IL CINEMA (SERGEY TOLSTIKOV).

- LEONE D'ORO ALLA 68. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2011). HA OTTENUTO ANCHE IL PREMIO SIGNIS E IL FUTURE FILM FESTIVAL DIGITAL AWARD.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2012 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.

CRITICA

"Il Faust di Aleksandr Sokurov si distingue per ambizione, complessità e originalità autoriale. Del personaggio all'origine della tragedia di Marlowe e del capolavoro di Goethe (oltre che di mille altre opere non solo letterarie), Sokurov privilegia la sfida della conoscenza: il suo eroe è divorato da una inestinguibile ansia di sapere che lo porta a non accontentarsi mai di quello che sa. Una frenesia che sullo schermo si traduce in un continuo muoversi, spostarsi da un luogo all'altro per andare oltre, come di chi è condannato a non trovar mai pace. Una pace che forse non vuole nemmeno trovare, perché il patto con cui il diavolo voleva prendersi la sua anima - almeno nei versi di Goethe - era proprio quello di trovare un attimo, un momento talmente appagante da fargli desiderare che non trascorresse mai. Nel film questo patto si intuisce (quando per un momento la bellezza di Margherita si 'blocca' sullo schermo) ma viene ben presto dimenticato in nome del tormento della conoscenza, che spinge Faust lungo un cammino dove prima Margherita e poi anche il demone-usuraio che lo tenta finiranno per essere abbandonati. Questo percorso, Sokurov e il direttore della fotografia Bruno Delbonnel ce lo mostrano con una macchina da presa mobilissima e quasi 'inafferrabile' e dei colori slavati e polverosi, dove il grigio e il marrone vincono su tutto. Ininterrottamente parlato, il film ha anche momenti di difficile decifrazione e altri forse un po' semplicistici (le domande sull'esistenza di Dio) ma è anche vero che una sola visione non basta certo a coglierne tutta la complessità." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 9 settembre 2011)

"Chi studia a scuola il 'Faust' di Goethe ricorda la storia di un uomo che vende la sua anima al diavolo in cambio di un attimo di piacere destinato a durare per sempre. Il mefistofelico patto è stato da sempre considerato il tema cardine della tragedia alla quale lo scrittore tedesco lavorò per sessant'anni, dal 1772 al 1831. Ieri al Festival di Venezia il russo Alexander Sokurov ne ha proposto una versione personalissima che fa emergere i veri significati rimasti tra le righe di un'opera fondamentale per la cultura europea. Accolto da una pioggia di applausi, il film si piazza senza alcun dubbio tra i favoriti per il Leone d'Oro. (...) Contando su una sontuosa, monumentale e visionaria messa in scena in sintonia con la grandiosità del personaggio, il film complesso, spesso sgradevole in alcune scene mortifere ambientate tra carni massacrate che rimandano alla pittura di Bosch (...), identifica in un continuo, inquieto errare tra ghiacciai, boschi e lande desolate l'essenza stessa della condizione umana. E afferma il tragico paradosso secondo il quale solo la presenza del demonio può condurci al divino." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 9 settembre 2011)

"Chi sostiene che il diavolo non è brutto come lo si dipinge, vada a vedere il 'Faust' di Aleksandr Sokurov. Non solo perché è subito balzato in testa ai pronostici per il Leone, non solo perché ci sono dentro le riflessioni cardine dei nostri tempi, ma perché si mostra il belzebù più disgustoso della storia del cinema. A farne le spese è Anton Adasinskiy (celebre mimo coreografo e rockettaro siberiano) qui deformato in una sorta di topone molle, capelli rossastri spelacchiati, avvolto in spire di cotenne cadenti e un sesso piccolo piccolo appeso dalla parte sbagliata, a mo' di codino. Incontinente e flatulento, dà sfoggio di spirito blasfemo facendo i suoi bisogni in chiesa e leccando con voluttà le statue dei santi, ma poi si fa fregare alla grande da un 'Faust' molto più cinico e diabolico di lui." (Giuseppina Manin, 'Il Corriere della Sera', 9 settembre 2011)

"A tre giorni dalla conclusione, la Mostra ha calato il suo asso. Il film di Alexandr Sokurov, forse il più grande regista russo vivente, è il candidato più autorevole al Leone d'oro e, in ogni caso, il nostro favorito. La pellicola si intitola 'Faust' ed è l'ultima parte della grandiosa tetralogia che il regista ha dedicato alla natura e alle forme del potere: era iniziata nel 1999 con 'Moloch', allucinato ritratto di Adolf Hitler, seguito da 'Taurus' (2001), racconto della dissoluzione fisica e mentale di Stalin, e da 'Il sole' (2005), che fotografava un umbratile e sfuggente imperatore giapponese, Hiro Hito. Questa è la prima volta che Sokurov traccia il ritratto non di una persona realmente esistita, ma di un mito. (...) Sokurov è un regista che usa il cinema come un pittore-fotografo: ogni inquadratura è come un quadro. La sequenza narrativa nasce dallo svolgersi del racconto e, insieme, dalla poesia degli sguardi. Le immagini sono continuamente manipolate, nel colore e nella forma, a sottolineare i momenti chiave della vicenda dei personaggi." (Marco Dell'Oro, 'L'Eco di Bergamo', 9 settembre 2011)

"Ricco e pittorico come 'L'arca russa'. Ma tra tavoli e dissezioni anatomiche, fango (anche sotto forma di smalto per unghie, e finora pensavamo che il russo avesse in testa solo dittatori). Mefistofele ha il mal di pancia, un corpo tutto pieghe e niente sesso, gli occhietti più curiosi che cinici. Goethe non approverebbe. Noi abbiamo gradito." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 9 settembre 2011)

"In un mondo primordiale, una no man's land grigio marrone, 'Faust' si aggira come il quarto potente della Sokurov list dopo Hitler, Lenin, Hirohito, senza sete di conoscenza, solo di potere. Lontano dal classico (Goethe-Strehler, Murnau, Mann), il regista russo vede un uomo eterno sprofondato in una campagna primordiale con echi di pittura, soffi di poesia e la tangibile mostruosità di una coscienza deformata che si allarga a oggi. Non tutto arriva a destinazione ma ragione e cuore sono in subbuglio." (Maurizio Porro, "Il Corriere della Sera", 28 ottobre 2011)

"Tra i grandi personaggi del novecento dai celebri lati oscuri, protagonisti dei precedenti film di Aleksandr Sokurov ('Taurus', 'Moloch', 'Il sole') se ne aggiunge un quarto, l'uomo con caratteristiche che sopravanzano il suo limite, il 'Faust' assetato di potere (e di amore) senza limiti e che oggi perde qualche colpo, fissato per sempre da Goethe, fa sperare in una rivincita. II film è stato premiato inevitabilmente con il Leone d'oro a Venezia perché dotato di pura arte cinematografica, sorprendente per la perfezione della sua immaginazione e profondità, quasi una sfida tra il creatore e il suo oggetto, tra Sokurov e Faust, un lungo braccio di ferro durato parecchi anni per portarlo a termine. Faust incede con forza attraverso sorprendenti scenari, è indubbio che l'identificazione può portare a credere che il genere umano possa essere imbattibile, eppure esiste un orizzonte finale che gli fa da limite. Potrebbe essere l'orizzonte della scena, o l'orizzonte del paesaggio islandese scelto come ambientazione, oppure anche un paesaggio da cosmonauta interplanetario. Sempre oltre. (...) Qui ogni scena è un'affermazione dell'uomo su Mefistofele, diabolico usuraio, considerato semplice accessorio per l'uomo colto, compagno di strada da sopraffare e irridere, senza il quale non c'è da divertirsi. Fin dalle prime righe è un gioco tra l'essere umano e il cosiddetto spaventoso personaggio. Ed emblematica e finale è la scena in cui Faust si mette a cavillare sul 'contratto', e ne corregge gli errori di grammatica." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 28 ottobre 2011)

"Chi sarebbe oggi disposto a dannarsi l'anima in cambio della giovinezza, del danaro e dei favori di una splendida fanciulla? Più o meno tutti. Anche per una sola delle tre opzioni e forse meno ancora. Questo ha fatto crollare le quotazioni dell'anima sul mercato del diavolo. Il vero problema non è più vendersi, ma trovare qualcuno disposto a comprare. A partire da questa mesta consapevolezza Alexander Sokurov è partito per riscrivere al cinema il mito di Faust. (...) Il cinema di Sokurov è destinato a pochi. Ma chi si è abbandonato per una volta allo splendore delle sue opere, non può perdere questo film indimenticabile. Bello in ogni suo aspetto, dalla regia alla scrittura poetica di Yuri Arabov ai dialoghi di Marina Koreneva, dalle scenografie di Elena Zhukova alle musiche di Andrey Single, per non parlare dei due attori protagonisti, il Faust di Johannes Zeller e l'usuraio di Anton Adasinskiy, oltre a un cast formidabile nel quale spicca una lunare Hanna Schygulla. Di rado, almeno negli ultimi anni, il Leone di Venezia è stato assegnato con tanto merito. A proposito, si discute da anni sulla presunta inutilità dei festival del cinema e sulla ritualità dei premi." (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 28 ottobre 2011)

"Formidabile mattone, per non dire macigno, del venerato russo Aleksandr Sokurov. Un cupo dramma in costume tratto dai tormenti di Goethe, zeppo di scene cupe, anche nel senso di buie, e di metafore assortite. Per la critica snob un capolavoro assoluto, idem per la giuria veneziana (Leone d'oro 2011). Per il pubblico normale due ore e passa di estenuanti sbadigli." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 28 ottobre 2011)

"Avete mai avuto una cosa bella senza fare fatica? Beati voi, ma qui faticherete: Leone d'Oro a Venezia, 'Faust' di Aleksandr Sokurov è un capolavoro. Ostico e complesso, ma capolavoro assoluto, che va oltre il cinema per coinvolgere arte, letteratura, filosofia. E Dio stesso, con una Diabolica Commedia che prende da Goethe per chiudere la tetralogia del potere: dopo Hitler ('Moloch'), Stalin ('Taurus') e Hirohito ('Il sole'), il regista russo arriva nell'ultimativa stanza dei bottoni con Mefistofele (Anton Adasinsky), l'angelo caduto. Vecchio e malconcio, fa l'usuraio, mentre Faust (Johannes Zeiler) vende l'anima e si dibatte in un mondo giallo morte: il potere vuole tutto, l'inferno è in terra. E noi siamo scimmie di un altro pianeta: Sokurov cita il '2001' di Kubrick, perché che altro è Faust se non un'altra 'Odissea nello spazio' e nel tempo umano? Potere e dannazione, abbrutimento e abominio, ma nel finale si innalza la montagna della speranza, la montagna di Dio. Negli occhi Dürer e Bosch, negli orecchi il tedesco dei filosofi, ci arriviamo dopo 130 minuti, con una certezza: la storia del Cinema ha un nuovo, indelebile capitolo." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 27 ottobre 2011)
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