Fantozzi 2000 - La clonazione

ITALIA - 1999
Fantozzi 2000 - La clonazione
Rimpiangendo i bei tempi in cui i dipendenti erano ligi e obbedienti, i grandi capi dell'industria si ricordano di Fantozzi e decidono di farlo tornare in vita grazie ad un intervento di clonazione. Come primo incarico, Fantozzi si vede affidata la custodia del figlio piccolo del boss Balaban. Dovrebbe farlo diventare cinico e avido, ma le cose vanno diversamente. A casa, Fantozzi viene contagiato dalla febbre del Superenalotto. Dopo aver perso tutto l'arredamento, finalmente capisce di aver azzeccato i numeri vincenti, ma la moglie Pina non aveva giocato il tagliando e tutto sfuma, anche la vacanza con la signorina Silvani nel castello di Bonifacio VIII. A casa dei coniugi Fantozzi arriva la nipote Ughina, ammiratrice dei California Dream Men. Nel tentativo di proteggerla, i due vanno al locale al femminile Touch Me. Lui è vestito da donna, ma finisce che è Pina a farsi coinvolgere dalla danza. I Fantozzi cercano una festa per il capodanno 2000. Per un errore lui viene invitato nella villa della contessa Serbelloni. Qui, dopo averne combinate di tutti i colori, marito e moglie, scoperti, si danno alla fuga, scappano in mare, arrivano di notte sulla terraferma. Sulla spiaggia incontrano un marziano che cerca il mondo felice. Fantozzi dice che non c'è.
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: COMICO
  • Produzione: FULVIO LUCISANO PER ITALIAN INTERNATIONAL FILM, VITTORIO CECCHI GORI PER C.G. GROUP FIN.MA.VI.
  • Distribuzione: CECCHI GORI (1999) - CECCHI GORI HOME VIDEO

NOTE

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CRITICA

"Se pur non si segnala per lo stile la regia di Domenico Saverni ci si diverte lo stesso: in un'allegra confusione di congiuntivi sballati e di ironia, di satira e di iperboli, di catastrofi e di piccoli gesti libidinosi, di attualità e di miserie eterne, di sberleffi e di rozzezza, Fantozzi, e la sua tragica incapacità di adeguarsi al mondo, continuano a parlarci dei fatti nostri: modestamente, è meglio della maggior parte del cinema comico-buonista di oggi". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 23 dicembre 1999)
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