Family Game

ITALIA - 2007
Family Game
Vittorio, brillante assistente chirurgo presso una clinica privata, ha 40 anni, una bella moglie, Lisa, e due splendidi figli, la 15enne Martina e l'11enne Matteo. Dietro l'apparenza di un tranquillo ménage familiare si nascondono una serie di problemi che vengono aggravati dall'arrivo di Andrea, fratello minore di Vittorio ed ex tossicodipendente, affidato al figlio maggiore dai genitori in partenza.
  • Altri titoli:
    Se una vita non basta
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: VIDEODROME VISUAL PRODUCTIONS, RAI CINEMA
  • Distribuzione: REVOLVER
  • Data uscita 14 Marzo 2008

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Cinema italiano e famiglia, connubio di lungo corso. Con una possibile filogenesi per immagini: dai quadri desolati e patriarcali del neorelismo passando per i mutamenti di pelle nella commedia anni '50-'60 (quelli scanzonati e cicaloni del boom), fino alla crisi stigmatizzata dai vari Maselli (Gli indifferenti), Bellocchio (I pugni in tasca) e Pasolini (Teorema). I registi italiani hanno un debole per la famiglia, la mettono in scena, ne precorrono umori e trasformazioni. Il movente è a volte testimoniale, spesso iconoclasta, non di rado nostalgico. Per non sbagliare, Alfredo Arciero in Family game li assume tutti e tre, con cortocircuiti drammaturgici e derive (involontarie?) nel kitsch. Sin dalla location, un interno casa Mulino Bianco; proseguendo poi con il bimbo autistico che simula ai "Sims" il proprio habitat familiare fatto di frustrazioni, segreti e rabbie represse. Nell'ordine: padre psicotico e imbroglione (Stefano Dionisi), madre abulica (Sandra Ceccarelli), sorellina omosex (Elena Bouryka), zio ex tossico (Fabio Troiano) e nonno sergente di ferro. Inutile dire che le tensioni esploderanno, per ricomporsi nel più strampalato happy end degli ultimi anni: un finale che, senza risolvere nulla, lascia tutti felici e contenti. Nel frullatore afasie da lessico familiare, predicozzi sulla realtà virtuale e sensazionalismi in carta pecorita, un cocktail che si preannuncia forte ma si beve lungo. Causa una regia monocorde e compilativa, che giustappone (senza farsene carico) bugie domestiche e ansie borghesi, retrobottega televisivi e rotocalchi rosa. E se gli sceneggiatori di Centovetrine gridano vendetta, gli attori prenotano Un posto al sole...
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