False verità

Where the Truth Lies

CANADA, GRAN BRETAGNA, USA - 2005
False verità
Stati Uniti, anni '70. Karen O'Connor, aspirante giornalista, decide di indagare sulla separazione della famosa coppia di intrattenitori 'Lanny & Vince'.
Stati Uniti, anni '50. Nella camera d'albergo di Lanny Morris e Vince Collins viene ritrovato il cadavere di una bella ragazza morta in circostanze misteriose. Entrambi hanno un alibi di ferro e quindi non vengono accusati né perseguiti, ma di comune accordo decidono di intraprendere carriere separate...
  • Durata: 108'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: romanzo omonimo di Rupert Holmes (Fandango Libri)
  • Produzione: SERENDIPITY POINT FILMS
  • Distribuzione: FANDANGO (2006)
  • Data uscita 14 Aprile 2006

RECENSIONE

di Davide Turrini

Se c’è qualcosa che possiamo davvero invidiare ad Atom Egoyan, è la coerenza nel proprio percorso artistico-cinematografico. Ogni sua opera, siamo al dodicesimo lungometraggio, diventa un continuo aggiornamento sulla benevola e integrante ossessione riguardo il mezzo tecnologico. Per il regista di origini armene, la ricerca della verità dell’atto e del gesto umano si cela sempre nella sua riproduzione video e audio e nella sua evoluzione tecnica e riproducibilità. E anche in Where the truth lies, il meccanismo si ripete e si dirama in una nuova direzione: la registrazione su vecchi nastri magnetici, quelli a due bobine dei nostri padri, che occupavano mezza poltrona solo ad appoggiarli. Lanny Morris e Vince Collins sono due entertainer dei favolosi fifties e la loro specialità è il telethon per poliomielitici. Un po’ Rat Pack, un po’ Billi e Riva, intrattengono sia il pubblico dei night come le sale gremite da convegni di mafiosi. Poi, si sa, la notte è brava e cosa succede in certe camere d’albergo è meglio non approfondirlo. Peccato ci scappi una morta: Maureen giovane cameriera di un hotel e innocente giornalista in erba per il proprio campus universitario. Circa quindici anni dopo l’altrettanto giovane giornalista Karen vuole vederci chiaro, anche perché con un telethon sulla polio e con Lanny e Vince aveva già avuto a che fare. Innegabile che la struttura narrativa è da classico giallo con colpevole da rintracciare, ma ciò che importa ad Egoyan (che forse in questo film qualche attore fuori posto gli è pure scappato) è che va evidenziato l’assunto fondamentale della sua poetica: è chiaro che l’uomo, in senso assoluto, mente. E la soluzione di un delitto, di un rebus, di un segreto che lo vede protagonista, lo vede, immediatamente, anche come depositario della menzogna. In Egoyan, mai troveremo eroi senza macchia, ma elementi ambigui, in lotta con la propria delicata e ingombrante coscienza. Anche per questo, se Where the truth lies non entusiasma e non fa spellare le mani dagli applausi merita un’osservazione attenta e profonda: mai nessuno è andato più vicino all’essenza e al senso ultimo di quello specchio dei desideri e delle illusioni che è l’immagine cinematografica quanto Atom Egoyan.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO AL 58MO FESTIVAL DI CANNES (2005).

- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL 26 LUGLIO 2007 HA ELIMINATO IL DIVIETO AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

"'Dove la verità mente' di Atom Egoyan, storia di un misterioso delitto che fa scoppiare una coppia di comici, è sgradevole, confuso; e i pur bravi interpreti, Kevin Bacon e Colin Firth, sono antipatici." (Tullio Kezich,
'Corriere della Sera, 14 maggio 2005)

"Va riconosciuto il coraggio del regista Egoyan impegnato a demistificare il marcio che sta dietro ai fritti misti di donne spogliate, risatacce e pubblicità della malatelevisione che ha invaso il pianeta. Drogati, puttanieri, violenti e morbosi sono i due protagonisti una volta cadute le loro maschere di fucinatori di ilarità. Peccato che i pur efficaci attori, l'americano Bacon e l'inglese Firth, sono antipatici; e quando alla Lohman, il cinismo del personaggio la rende scostante. Sicché per trovare un volto umano in questo film della crudeltà bisogna aspettare, nel finale, l'intensa Deborah Grover ovvero l'anziana mater dolorosa della ragazza assassinata." (Tullio Kezich, "Corriere della Sera", 13 aprile 2006)

"Grazie a "False Verità", Atom Egoyan porta sullo schermo l'ambiguità. E lo fa con stile. Il film, dall'omonimo romanzo di Rupet Holmes, racconta il lato oscuro, seducente e distruttivo della fama, attraverso scene erotiche, morbose, ma mai volgari, nelle quali ambizione e inganno giocano un ruolo fatale. I due protagonisti, diretti da Egoyan, danno il meglio di loro stessi e danno vita a una storia nella quale la trama thriller striscia per tutto il film, silenziosamente come un serpente. E alla fine, infatti, morde." (Roberta Bottari, "Il Messaggero", 14 aprile 2006)

"Un film decisamente ambiguo, come pretendono la trama e le tonalità della regia. "False verità" ("Where the Truth Lies", dove la verità mente, titolo originale ben più fascinoso) può dirsi a conti fatti riuscito, anche se in esso s'alternano dettagli preziosi e cadute di ritmo, assoli strepitosi e connessioni zoppicanti, atmosfere perverse e scappatoie edificanti: del resto il canadese d'ascendenze armene Atom Egoyan è un cineasta abbastanza freddo e molto cerebrale, attirato, appunto, dalle segrete verità che costellano la vita degli uomini, ma non di rado a rischio di confusione e compiacimento narrativi. (...) Egoyan tiene bene il racconto quando immerge - confortato dagli echi letterari alla Hammett o Chandler e cinematografici alla "Chinatown" - nelle luci perfette e nelle mirabili scenografie gli enigmi, i traumi, i deliri del passato, inconfessabili e morbosi proprio perché protetti dalle maschere ridanciane di due beniamini del pubblico che si rivelano agli occhi della non meno cinica aspirante scrittrice drogati, violenti e puttanieri. E quando penetra a fondo, grazie anche agli ottimi e pour cause sgradevoli Bacon & Firth, nelle insicurezze, nelle manie nevrotiche, nelle paure irrazionali e nelle ossessioni divistiche annidati nelle quinte della società dello spettacolo. Il noir cupo ed erotico mostra, peraltro, alcune smagliature, in parte dovute all'eccesso di estetismo rétro-chic, in parte allo strisciante leitmotiv sui lati seducenti e distruttivi della fama e sull'ipocrisia della melensa tv di ieri e (forse) di oggi; rifinisce e contestualizza, insomma, le situazioni con maggiore abilità di quanta ne abbia a disposizione per cucire sui personaggi l'inevitabile e alquanto posticcio messaggio." (Valerio Caprara, "Il Mattino", 15 aprile 2006)

aprile 2006)

"Davanti a 'Il regista di matrimoni' si resta divisi fra la tentazione di andare dove ci porta Marco e quella di trattenerlo dagli scivoloni che comporta ogni confessione a cuore aperto. Per la centesima volta negli oltre quarant'anni trascorsi da '8 ½' assistiamo alla crisi di un cineasta che non ha più voglia di girare un film. (...) Al di là degli improbabili personaggi, nel film contano soprattutto i panorami mediterranei fra sole e mare, i notturni smaltati, i riti religiosi e le musiche scelte di Mascagni e no. Sergio stesso si concede una serenata intonando 'O Lola ch'ai di latti la cammisa' e rimedia una secchiata d'acqua in testa: a conferma del fatto che fra le braccia di Morfeo bisogna aspettarsi di tutto, incluse le umiliazioni. Del bravo Castellitto si può dire che suscita la voglia di affidarsi a lui come all' unica guida possibile nel confuso paesaggio che lo circonda. A momenti brilla la speranza che quel mancato regista dei 'Promessi sposi' ne sappia più di noi, però sulla stanca subentra la sfiducia. Si intuisce che Bellocchio, invisibile burattinaio, non vorrà spiegarsi, lasciandoci in mezzo agli interrogativi; e proprio questo succede, nonostante una parodia di lieto fine. In cui risuona come estremo sberleffo la voce ironica di Mariangela Melato che canta 'Sola me ne vo per la città'. Si esce dal cinema con la sensazione che questo film, ammirevole sotto il profilo dello stile, è troppo narrativo per essere astratto e troppo astratto per proporsi come racconto. 'Il regista di matrimoni' va messo fra le cose che non si spiegano con le parole, come un quadro o una musica. 'Ein traum, was sonst?': Kleist aveva capito tutto." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 21 aprile 2006)

"Titolo ossimoro per Egoyan, il regista armeno che qui abdica alla condizione d'autore ('Exotica', 'Dolce domani') per i meccanismi del cinema di genere. E racconta bene un noir di lussuoso, pacchiano sadismo dello show business americano anni 50: cadaveri e aragoste on ice. (...) Doppio incubo, le pubbliche virtù della beneficenza ma anche i più classici vizi privati e la più nota nevrosi dell'amicizia: odio-amore, sempre doppio. Peccato che quest'autore in genere segreti e misteri non li sveli, son tutti contorti dentro. Ma Egoyan ha una sensuale fluidità nel racconto di atmosfere di cui prenderà il testimonial Lynch. L'inglese Firth e Bacon l'americano si passano la palla che è una meraviglia." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 21 aprile 2006)
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