Fair Game - Caccia alla spia

Fair Game

USA - 2010
2/5
Fair Game - Caccia alla spia
L'agente della CIA Valerie Plame, a seguito di alcune gravi rivelazioni scritte dal marito giornalista sul New York Times, diviene vittima di un pesante processo di screditamento. Negli articoli, infatti, veniva denunciata la presunta manipolazione dei servizi segreti da parte dell'amministrazione dell'ex Presidente degli Stati Uniti George W. Bush per le false testimonianze sulla produzione irachena di armi di distruzioni di massa, atte a giustificare l'intervento americano in Medio Oriente.
  • Durata: 107'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: RED ONE CAMERA
  • Tratto da: libri: "The Politics of Truth" di Joseph Wilson e "Fair Game" di Valerie Plame Wilson
  • Produzione: DOUG LIMAN, JEZ BUTTERWORTH, AKIVA GOLDSMAN, JANET ZUCKER, JERRY ZUCKER E WILLIAM POHLAD PER ZUCKER PRODUCTIONS, WEED ROAD PICTURES, HYPNOTIC, RIVER ROAD ENTERTAINMENT, IMAGENATION ABU DHABI FZ
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES
  • Data uscita 22 Ottobre 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Fine 2001, Valerie Plame (Naomi Watts) ha una doppia vita: sposa dell'ex ambasciatore in Gabon Joe Wilson (Sean Penn) e madre di due bambini; agente Cia, con plurime missioni sulle spalle contro la proliferazione degli armamenti. Tutto bene, o quasi, finché non viene messa a capo della task force dell'Agenzia sulle famigerate armi di distruzione di massa in Iraq. Coinvolto è anche il marito, che viene mandato in Niger per sincerarsi della vendita di uranio arricchito al regime di Saddam: Joe indaga, e scopre che quel traffico non è mai avvenuto. Ma l'amministrazione Bush ignora le sue conclusioni, non solo, la pistola già puntata sull'Iraq deve fumare presto e la vendetta va consumata calda: un celebre giornalista del Washington Post, Robert Novak, rivela l'identità di Valerie Plame, grazie a una gola profonda, Lewis Libby, molto vicina al vicepresidente Dick Cheney...
Tratto da una storia vera, passata attraverso gli autobiografici The Politics of Truth di Joseph Wilson e Fair Game di Valerie Plame Wilson, è Fair Game di Doug Liman, unico titolo americano in lizza per la Palma d'Oro. Congeniale alla spy-story sin dal buono The Bourne Identity del 2002, già incline a farne un passo doppio, leggi coppia, nel deludente Mr. & Mrs. Smith, Doug Liman ne fa qui sintesi, anche dal punto di vista qualitativo: buoni gli interpreti - meglio la fredda Watts del fumantino Penn, un po' stordito - e il primo piano che il regista gli tiene incollato addosso, e interessante, altroché, la storia, i problemi, viceversa, sono del racconto. Innanzitutto, l'effetto flou su quanto circondi Valerie e Joe è a tratti devastante, come se l'acquario torbido in cui annaspano dovesse emergere solo per contrasto e in scarsissima definizione, non solo il ritmo di questo Game è assai distante da Bourne, la cui frenesia ritorna solo in qualche esplosione, mai nel montaggio, che da serrato, se non parossistico, qui si fa placido e paratattico. Certo, l'eredità del political thriller anni '70 - evocata anche dalla fotografia slavata e da costumi e scenografie che paiono perfino retrodatate... - si fa sentire e qualcosa può spiegare, ma non giustificarlo: l'intimismo da solo non basta, qualche volta ci vuole pure il clangore delle armi, la ferraglia del Sistema. Che Fair Game riduce a sussurro fuoricampo.

NOTE

- IN CONCORSO AL 63. FESTIVAL DI CANNES (2010).

CRITICA

"Ogni riferimento a fatti accaduti o persone è assolutamente voluto. Potrebbe iniziare così 'Fair Game', unico film statunitense in Concorso al 63esimo festival di Cannes. (...) Liman e gli sceneggiatori, Jez e John Henry Burterworth, incentrano il film in direzione di questo sottile crinale che separa lo scenario pubblico da quello privato, un piano inclinato difficile da tenere sotto controllo quando in gioco ci sono gli affari sporchi di crimini internazionali come l'amministrazione Bush. (...) Certo il cinema di Liman, targato Warner Bros, non tende a ricreare le atmosfere di mistero cospirazionista della New Hollywood anni'70 (eccetto l'omaggio/sequenza della Plame che si incontra in segreto col direttore del suo ufficio su una panchina davanti al Campidoglio). Semmai spiattella la verità che i fatti storici gli autorizzano a dire, Bush ha inventato delle balle per scatenare una guerra, attraverso un cinema dall'occhio dinamico com'è sua abitudine dai tempi di 'The Bourne Identity' (2002). Infine grazie al corpo-icona liberal Sean Penn (un Wilson cinquantenne, leggermente sovrappeso) ottiene sia la possibilità di uno sviluppo drammaturgico di rara pacatezza e sobrietà psicologica imperniato sul balenare della sfiducia tra marito e moglie nell'andare sino in fondo alla vicenda che li vede coinvolti. Sia quello spazio di cinema politico contestatario, abilmente cucito sui canoni della democrazia partecipativa e della ricerca della verità storica, qualsiasi colorazione partitica essa abbia. Penn/Wilson dice ad una platea redfordiana di studenti: 'il governo non sta commettendo un crimine contro di me o mia moglie, ma contro di voi'." (Davide Turrini, 'Liberazione', 21 maggio 2010)

"Ispirato ai libri dei due coniugi, il copione di Jazz e John Butterworth gioca con buon equilibrio fra dramma umano e caso politico, il regista Doug Liman imprime alla vicenda un ritmo da film spionistico, mentre gli intensi Naomi Watts e Sean Penn ci convincono che la verità è la loro." (Alessandra Levantesi Keszich, 'La Stampa', 22 ottobre 2010)

"La materia incandescente di 'Fair Game' mantiene la temperatura grazie ai super attori Naomi Watts e Sean Penn e alla potenza della realtà, che Liman cattura a colpi di camera a mano, riprese vorticose come pallottole vaganti e una narrazione sincopata. La storia lo trascina via nei paesaggi color ocra dell'Iraq (set anche l'aeroporto Saddam Hussein), al Cairo, Amman, Kuala Lampur, dietro le trame di una colossale truffa orchestrata dalla Casa Bianca, complici la diplomazia britannica e spie italiane che inventarono la vendita di uranio arricchito dal Niger a Saddam. Tutti vogliosi di bombardare Baghdad, tutti complici della carneficina irachena e ancora tutti impuniti, nonostante la verità sia diventata il 'soggetto appassionante' per un film su una agente Cia contraria alle manipolazioni di Washington. Sean Penn (Joe Wilson) è una carica di dinamite, corpo sovrapposto a quello reale dell'ambasciatore, urlante alla platea l'indignazione per le bugie presidenziali e per una guerra dichiarata senza motivo. Un copione ben sintonizzato con il militante Penn, che conduce il fair garnme, e fu il primo a ribellarsi al massacro politico/mediatico subito in seguito alle rivelazioni delle trame di Bush & C... (...)" (Marluccia Ciotta, 'Il Manifesto', 22 ottobre 2010)

"Dossieraggi, uso strumentale della stampa, accerchiamento del potente contro chi dissente. In Italia ne sappiamo qualcosa. Da una storia vera. I momenti migliori? La coppia che sbanda sotto l'attacco '"degli uomini più potenti della Terra'", l'egoismo dietro l'eroismo di lui e la sensibilità di Watts e Penn nel disegnare due americani perbene chiusi in un angolo. Come qualche italiano, anche illustre, dei giorni nostri." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 22 ottobre 2010)

"Chiamiamolo 'game', ma di mezzo c'è il senso di una guerra. Quella che mai Bush e adepti han chiamato con il suo nome, 'speculazione', fin dagli attacchi nel 2003. Tra i non pochi film sui (mis)fatti yankee in Iraq trova una sua dignità il lavoro di Doug Liman ('The Bourne Identity'), unione di due verità biografate. Che solo casualmente sono di un marito (Joseph Wilson, ex ambasciatore Usa in Gabon) e di una moglie (Valerie Plame Wilson, agente Cia), ma entrambe destinate a gettare fango sui pretesti giustificativi lo scoppio del conflitto. I due sono interpretati con ovvia tensione da Sean Penn e Naomi Watts: il groviglio tra vita pubblica e privata, non esente da contrasti, muove sui precisi ritmi del docu-thriller e tiene lo spettatore incollato alla vicenda. Ne uscirà intrattenuto e degnamente informato." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 22 ottobre 2010)
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