Factory Girl

USA - 2006
Factory Girl
Ascesa e declino di Edie Sedgwick, celebre icona della cultura pop americana: l'abbandono di Santa Barbara e della sua famiglia aristocratica, l'arrivo nella New York in pieno fermento culturale della metà degli anni '60, l'incontro con l'eccentrico artista Andy Warhol che la scelse come musa ispiratrice ed interprete di numerosi suoi film, il rivoluzionario ambiente della Factory frequentato da artisti, musicisti e uomini di cultura. Fino all'incontro con un musicista, di cui lei si innamorerà follemente e che la allontanerà definitivamente dal mondo underground di Warhol.
  • Durata: 91'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 16 MM, 8 MM, VIDEO, SUPER 16 GONFIATO A 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: THE WEINSTEIN COMPANY, BOB YARI PRODUCTIONS, HOLLY WIERSMA PRODUCTIONS, LIFT PRODUCTIONS
  • Distribuzione: MOVIEMAX (2007)
  • Vietato 14
  • Data uscita 23 Novembre 2007

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

“Warhol cercava la sua musa, Edie lo divenne per soli 15 minuti”. E’ il claim di Factory Girl, e concordiamo appieno. Ma c’è un problema: 15 minuti di celebrità giustificano 91 minuti di biopic? Risposta negativa. Almeno per la Edie Sedgwick che esce dalla biografia audiovisiva di Hickenlooper (già apprezzato per il making of di Apocalypse Now, Viaggio all’inferno, e per il “biodoc” su Rodney Bingenheimer, Mayor of the Sunset Strip): una starlette senza arte né parte, scema se non ingenua, passiva e stolida, cortigiana asessuata più che musa creativa. Poor Little Rich Girl Edie, che abbandona la natia Santa Barbara, un padre molestatore e due fratelli morti, per recarsi nel sottobosco underground di New York a metà anni ’60, dove incontra Warhol, recita nei suoi film e ne diviene la Superstar, fino all’arrivo di Ingrid. A farla cadere in disgrazia presso il guru della Pop Art sarà Bob Dylan. Fatto mai documentato, nei credits il menestrello – nel film in versione snob – è indicato quale “folker”: Dylan ha chiesto e ottenuto l’eliminazione di ogni riferimento alla sua persona, non ha concesso brani per lo score, e l’attore che lo interpreta, Hayden “Skywalker” Christensen, somiglia più a Tim Buckley. Poco male, anzi malissimo: questa suggestione fluttuante, ovvero debolissima, toglie ulteriore verve e interesse a una storia che è già finita prima ancora di iniziare. Non bastano a dar brio una Miller richiamata dalla produzione, che l’aveva scartata, dopo il clamore mediatico per la sua rottura con Jude Law – non disprezzabile, soprattutto quando poco vestita, e Guy Pearce, protagonista di metamorfosi e mimesi straordinarie per dare volto macchiato, movenze, tic e cadenza (in versione originale) a Warhol, con un’interpretazione che rivaleggia in bravura con il Truman Capote di Philip Seymour Hoffman (A sangue freddo) e Toby Jones (Infamous).

Per la recensione completa leggi il numero di dicembre della Rivista del Cinematografo

CRITICA

"La ragione di vedere il film si restringe, dunque, all'interpretazione di Sienna Miller, che attacca il personaggio con le unghie e con i denti forse anche perché pure lei è considerata più che altro un'icona di stile. Anche se non ha la voce di Sedgwick e la sua naturalezza upper class, Miller dà al personaggio una vulnerabilità e una empatia che trascendono questo inutile pasticcio." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 23 novembre 2007)

"'Factory girl' racconta solo l'anno della ribalta, intruppandosi nei soliti schemi rigidi delle visibilità a tutti i costi modello mainstream statunitense: non una nuance, non una smagliatura. Vietato problematizzare il dato di fatto, se non per la consuetudine di mostrare un amplesso patinato, una pera in dettaglio, un flashback sulla famiglia cattiva e una bella camminata a piedi nudi e con il rimmel colante sul viso per Manhattan. E' il significato comprato al supermercato, un finto sperimentalismo cinematografico che attinge al tema (magari ribelle e un po' zozzo) per creare una visione estetica da "épaterles bourgeois" in fondo impalpabile. La complessità e il vigore di testi biopic come un 'Lenny' o un 'Man on the moon', sono lontani anni luce dal palcoscenico seppiato in split screen di Hickenlooper. La Miller si mimetizza con artificiale trasandatezza, Guy Pearce è un Warhol anabolizzato." (Davide Turrini, 'Liberazione', 23 novembre 2007)

"Nella ricostruzione più o meno attendibile, la vicenda passa attraverso tutta la serie dei luoghi
obbligati, dall'ascesa di Edie come superstar dell'underground al suo amore 'infelice' per un divo del rock, dall'abuso di speed e droghe assortite al tradimento del pigmalione Warhol, caricaturale nella sua gay-attitude di eletto a cattivo di questa favola nera. Dall'altra parte, è evidente la fascinazione per la New York dei Sixities. Periodo che il film indica esplicitamente come antesignano dell'attuale società delle apparenze e della celebrità senza essere sfiorato dal sospetto che questo non sia poi un gran merito." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 23 novembre 2007)

"Tutto quello che avreste voluto sapere sul mondo radical chic scandaloso del re dell'arte omologata Campbell & Marilyn lo sapete già e il bio-film di George Hickenlooper ripete la lezioncina, citando la Audrey da 'Tiffany', senza dar giudizi, sfogliando l'album mondano della Grande Mela ma senza alcuna fiamma. Sienna Miller si danna l'anima dilapidando fortune, Christensen ci fa sentire il suono della chitarra." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 23 novembre 2007)
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