EVITA

USA - 1996
E' il 1952 e la radio diffonde in tutta l'Argentina la notizia della morte di Evita Peròn, personaggio che aveva cambiato la storia del Paese negli ultimi dieci anni. Parte un flashback, e la voce narrante del Che ricorda l'infanzia di Evita, figlia illegittima di un contadino, in una cittadina ad ovest di Buenos Aires. Cresciuta, Eva si lega ad Agustin Magaldi, famoso artista di tango con il quale arriva nella capitale. Ambiziosa e decisa, Eva vuole diventare attrice radiofonica e cinematografica e a tale scopo si introduce nei circoli importanti della società che conta. Quando conosce Juan Peròn, nome emergente della politica argentina, gli si affianca in maniera molto stretta. Superando le malelingue e l'opposizione dei benpensanti e dei militari, i due si sposano. Dopo il 1945, Peròn, viene eletto presidente e la moglie Evita ne è la prima consigliera e sostenitrice. Fa un viaggio in Europa, dà vita alla fondazione Eva Peròn per aiutare i bisognosi, forma il partito peronista delle donne e il suo carisma presso la popolazione aumenta a vista d'occhio. Nel momento della massima popolarità, Eva si ammala, le viene diagnosticato un tumore che nel giro di poco tempo la conduce alla morte. Tutto il popolo piange la scomparsa di un personaggo forse irripetibile.

CAST

NOTE

PREMI: OSCAR 1996, MIGLIOR CANZONE.

CRITICA

Spettacoloso e addirittura allucinante nel darci il corrusco panorama di un'epoca di un Paese, il film perde qualche colpo nell'ultima fase dove l'agonia di Evita si prolunga; e la lacrima in agguato ("Don't cry for me Argentina") rischia di incrinare l'inesorabilità del giudizio politico. Ma questo mettersi sentimentalmente dalla parte dei personaggi negativi è un azzardo che sarebbe piaciuto a Brecht. (Corriere della Sera, Tullio Kezich, 22/12/96) Una vita breve quella di Eva Peròn, morta nel '52 poco più che trentenne. Un film molto lungo, troppo lungo, per raccontarla anche se il musical da cui è tratto, e in cui praticamente consiste (musiche di Andrew Lloyd Webber, testi di Tim Rice), aveva sulle scene il suo respiro giusto, con ordinata compiutezza. Qui, invece, le pagine con masse e con corpi si ripetono un po' troppo, gli eventi, privati e pubblici, rischiano di somigliarsi e tutto quello che, da un punto di vista narrativo, sarebbe stato felice e perfino gradevole se dato in sintesi, diluito in spazi oltre misura dilatati finisce, nel finale, per stancare. (Il Tempo, Gian Luigi Rondi, 22/12/96)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy