Esterno Notte

ITALIA - 2021
4,5/5
Esterno Notte
1978. L'Italia è dilaniata da una guerra civile. Da una parte le Brigate Rosse, la principale delle organizzazioni armate di estrema sinistra, e dall'altra lo Stato. Violenza di piazza, rapimenti, gambizzazioni, scontri a fuoco, attentati. Sta per insediarsi, per la prima volta in un paese occidentale un governo sostenuto dal Partito Comunista (PCI), in un'epocale alleanza con lo storico baluardo conservatore della Nazione, la Democrazia Cristiana (DC). Aldo Moro, il Presidente della DC, è il principale fautore di questo accordo, che segna un passo decisivo nel reciproco riconoscimento tra i due partiti più importanti d'Italia. Proprio nel giorno dell'insediamento del governo che con la sua abilità politica è riuscito a costruire, il 16 marzo 1978, sulla strada che lo porta in Parlamento, Aldo Moro viene rapito con un agguato che ne annienta l'intera scorta. È un attacco diretto al cuore dello Stato. La sua prigionia durerà cinquantacinque giorni, scanditi dalle lettere di Moro e dai comunicati dei brigatisti: cinquantacinque giorni di speranza, paura, trattative, fallimenti, buone intenzioni e cattive azioni. Cinquantacinque giorni al termine dei quali il suo cadavere verrà abbandonato in un'automobile nel pieno centro di Roma, esattamente a metà strada tra la sede della DC e quella del PCI.
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, STORICO, SERIE TV
  • Produzione: LORENZO MIELI PER THE APARTMENT, SIMONE GATTONI PER KAVAC, ARTE FRANCE IN COLLABORAZIONE CON RAI FICTION
  • Distribuzione: LUCKY RED (2022)
  • Data uscita 18 Maggio 2022

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

“Nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso: nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia”.

Quel 9 maggio del 1978, dopo il ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro in via Caetani – esattamente a metà strada tra la sede della DC e quella del PCI – la storia si era compiuta.

Ma quale storia, esattamente? E quasi cinquant’anni dopo – oggi – che cosa è rimasto ancora da conoscere, da capire, di quei 55 giorni (iniziati il 16 marzo, data del rapimento in via Fani con lo sterminio della scorta, per concludersi appunto il 9 maggio dentro quella Renault 4 rossa) che sconvolsero il paese, tra comunicati delle BR, depistaggi, tentativi da parte della Chiesa di Papa Paolo VI di risolvere la questione pagando un riscatto miliardario per liberarlo, linea del rigore della DC, di cui Moro era presidente, per tenere “un punto” – quello di non scendere a patti con i rapitori – che agli occhi dei più sembrava perdere di senso ora dopo ora?

Che sia un certo Marco Bellocchio a ritornare sulla questione, e a ritornarci in questo modo (con buona pace di Maria Fida Moro, figlia dello statista, che già nel 2003 si disse contraria alla realizzazione di Buongiorno, notte e che, recentemente, sempre a mezzo stampa, ha parlato di “coltello in una piaga sempre aperta, non assomiglia all’arte ma alla tortura”), dà la misura di quanto invece sia ancora importante scavare, riportare a galla, soffermarsi sulle sfumature di un avvenimento (non l’unico, certo, ma tra i più eclatanti) che ha capovolto per sempre i destini di questo paese.

Esterno notte, allora, oggi in Cannes Première, poi nelle nostre sale in due parti, la prima dal 18 maggio, la seconda dal 9 giugno con Lucky Red, per poi essere trasmessa nell’originale formato seriale in autunno su Rai 1, permette al regista de Il traditore di utilizzare una forma narrativa dall’ampio respiro per affrontare la molteplicità dei punti di vista dei personaggi che di quella tragedia furono protagonisti e vittime.

Toni Servillo è Papa Paolo VI, Margherita Buy è Eleonora Chiavarelli in Esterno notte – Foto Anna Camerlingo

Per quanto Bellocchio, che neanche un anno fa (era luglio) per la Palma d’oro onoraria ricevuta dal Festival presentò in anteprima mondiale il suo bellissimo Marx può aspettare, si sia sbrigato a confermare che questa “è la mia prima e ultima serie”, resta pacifico invece che questo nuovo, lungo capitolo (durata complessiva 5 ore e 30 minuti) della sua filmografia vada ad inserirsi in un discorso cinematografico giustappunto “seriale”, dove l’attributo di continuità va ad agganciarsi ad altri, innumerevoli “episodi” della storia di questo paese che il regista di Bobbio ha saputo ri-raccontare in quasi 60 anni di carriera.

Si riparta allora da quella fuga notturna dell’Aldo Moro/Roberto Herlitzka di Buongiorno, notte – liberato dalla prigionia dalla brigatista Chiara interpretata da Maya Sansa – per avvicinarsi al folgorante incipit di Esterno notte, con l’Aldo Moro/Fabrizio Gifuni stremato ma vivo in un letto d’ospedale, al cospetto di Giulio Andreotti (Fabrizio Contri), Francesco Cossiga (Fausto Russo Alesi) e Benigno Zaccagnini (Gigio Alberti), e la sua voce over che “legge” una delle innumerevoli lettere, quella dove ringrazia “i brigatisti per avergli salvato la vita”.

A Bellocchio basta questa prima sequenza per gettarci all’interno di un dubbio che è poi – come di consueto – l’umanissimo dubbio di uno tra i più grandi cineasti dei nostri tempi: perché Moro ringraziava le BR?

In sei episodi Esterno notte diventa allora polifonia di punti di vista, ripropone la cronologia degli eventi – in alcuni casi partendo da qualche anno prima il ’78 – mutuandoli però attraverso lo sguardo dei vari protagonisti: il primo ci mette dentro il contesto storico-politico di quei giorni, dilaniati dagli scontri di piazza, conflitti a fuoco, gambizzazioni, con le Brigate Rosse in guerra aperta contro lo Stato e con il presidente della DC, Aldo Moro, artefice insieme a Berlinguer di quel “compromesso storico” che avrebbe portato, per la prima volta in un paese occidentale, l’insediamento di un governo sostenuto dal Partito Comunista in alleanza con la Democrazia Cristiana.

Fausto Russo Alesi è Francesco Cossiga in Esterno notte – Foto Anna Camerlingo

Il secondo si concentra sulla figura di Francesco Cossiga, all’epoca ministro dell’interno nonché “allievo” dello stesso Moro, e sul conflitto quasi paranoico che lo portò a vivere quei 55 giorni di prigionia, tra le ragioni di Stato e quelle dell’uomo; il terzo su Papa Paolo VI (Toni Servillo), amico personale di Moro, malfermo (morirà due mesi dopo il ritrovamento del corpo dello statista), che tentò in tutti i modi di fare breccia nel cuore dei rapitori attraverso discorsi, omelie, oltre che tentando per mezzo del monsignor Curioni (Paolo Pierobon) di convincerli con “lo sterco del diavolo”, 20 miliardi di lire raccolti per salvarlo tramite riscatto, fino all’ormai celeberrima missiva in cui chiedeva la liberazione “senza condizioni”.

Il quarto si sofferma invece sui due brigatisti, Adriana Faranda (Daniela Marra) e Valerio Morucci (Gabriel Montesi), la natura del loro rapporto, lo sviluppo e l’evoluzione di idee contrastanti rispetto al “direttivo” su come gestire la fine del rapimento; il quinto su Eleonora Chiavarelli, “Noretta” Moro (Margherita Buy), moglie di Aldo, “donna forte, fiera che si è portata nella tomba tanti misteri”, come la descrive lo stesso Bellocchio; il sesto, e ultimo, come il primo, ritorna “all’insieme” per arrivare alla “conclusione” sognata e a quella reale.

È un’opera che sfiora il monumentale, Esterno notte, perché mescola appunto l’esterno, il risaputo, l’ufficiale, con l’interno che non è più, non solo (come nel film diretto 19 anni fa), quello della prigionia Moro (elemento che comunque ritorna verso la fine, in quella minuscola stanzetta ricavata alla bell’e meglio, con il bellissimo confronto tra il prigioniero e il prete), ma l’intimo di rapporti affettivi – quelli di Moro con la famiglia, con l’amatissimo nipotino – politici – con i colleghi di partito, in primis – tra posizioni di facciata e situazioni di un’ambiguità irrisolta, vedi ad esempio la figura quasi irreale dell’uomo dei servizi americani.

Marco Bellocchio – Foto Anna Camerlingo

Costruito come sempre con una meticolosità che illumina gli anfratti bui di una vicenda angosciosa, il lavoro di Bellocchio – scritto insieme a Stefano Bises, Ludovica Rampoldi e Davide Serino – non ha bisogno di alcuna furbizia o colpo basso per alimentare un interesse, negli occhi di chi guarda e nel cuore di chi assimila, che non scema in alcun modo, che anzi si amplifica di volta in volta.

Soprattutto grazie a suggestioni, analogie, alternanza di immaginario (Paolo VI che assiste alla Via Crucis dal suo letto e anziché i prelati ritrova di colpo l’amico Moro col peso della croce e tutta la DC schierata, in silenzio, alle sue spalle…) e reale (il materiale d’archivio da cui arrivano le voci dei TG, dei giornali radio – con echi quasi profetici di un Rosi che si apprestava a girare Cristo si è fermato a Eboli con Gian Maria Volonté… – il funerale della scorta con una vedova che si getta sulla bara del marito e, soprattutto, il funerale di Stato senza il feretro di Aldo Moro con cui si chiude l’intero racconto), perché poi in fondo – anche allora – di quello si è trattato.

“Quell’uomo, come Cristo, ‘doveva morire’. Perché nulla potesse cambiare non solo nella politica, ma soprattutto nella mente degli italiani. Facendo un’eccezione alla mia regola di non ritornare più su storie già raccontate. Con un’ampia giustificazione e cioè che la notte che ho voluto raccontare nella serie era assente in Buongiorno notte”. (Marco Bellocchio).

NOTE

- COLONNA SONORA È STATA ESEGUITA DALLA CZECH NATIONAL SYMPHONY ORCHESTRA, DIRETTA DAL MAESTRO MAREK STILEC.

- IL FILM E' DIVISO IN DUE PARTI. LA PRIMA USCIRÀ IN SALA IL 18 MAGGO, LA SECONDA IL 9 GIUGNO. VERRÀ POI TRASMESSA IN FORMATO SERIALE SU RAI UNO IN AUTUNNO.

- PRESENTATO AL 75. FESTIVAL DI CANNES (2022), SEZIONE 'PREMIÈRE'.

CRITICA

"Ha segnato fuori concorso l'inizio di Cannes 2022. Ma segna fin d'ora il punto più alto di una riflessione sull'Italia che Bellocchio ha cominciato anni fa con I pugni in tasca e La Cina è vicina. Moro, e il suo progetto di coinvolgimento del Pci nel governo del Paese, è il vulnus dal quale l'Italia non si è mai redenta. Perché l'Italia ¿ Esterno notte lo mostra in modo sconvolgente ¿ è un paese di famiglie malate (la moglie di Cossiga che non vuole nemmeno vederlo), di interni borghesi oscuri e "rispettabili", di donne violate (Adriana Faranda che per la "causa" abbandona la figlia, Noretta Moro che grida "lo volete morto!" ai vecchi amici di partito), di segreti e trame che non si finisce mai di capire. Esterno notte è un poderoso affresco storico ed è il più spietato "j'accuse" al potere democristiano dai tempi di Pasolini e del suo "io so". (...)" (Alberto Crespi, 'La Repubblica', 18 maggio 2022)

"Molte scene rimandano alla realtà di quei giorni- l' inaffidabilità di certi collaboratori del Ministero, gli sforzi della Chiesa per intavolare una trattativa che invece Andreotti respinge, i soldi raccolti nelle parrocchie per pagare un eventuale riscatto - ma a venir fuori è soprattutto la rete di legami (affetti, frustrazioni, rabbie, recriminazioni) che unisce tutti quei personaggi. (...) si capisce come a Bellocchio interessi scavare in quella parte degli animi che è più forte della politica e delle scelte di campo (ed ecco perché ha così poco spazio il dibattito sulla trattativa, che pure infiammò ai tempi l' Italia), quasi a volersi e volerci interrogare sul conflitto che sembra inevitabile tra il Potere e l' Amore." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 18 maggio 2022)

"C'è ancora qualcosa da dire sul sequestro Moro? Probabilmente no, ma se la materia la (ri)prende in mano Bellocchio, che torna dopo quasi vent'anni sui luoghi di Buongiorno, notte, si capisce che è rimasto un potenziale di osservazione e di indagine inesauribile. (...) l'altro punto di Bellocchio è dirci che il caso Moro è, allora e per sempre, la più grande sliding door nella Storia di questo Paese. (...) È la tesi di quest'opera monumentale che vuole tenere insieme tutto, in un impianto alla 'Rashomon' che (...) adotta via via il punto di vista di tutti gli attori in campo: la famiglia che per pudore e rigore non piange quasi mai (...) e i brigatisti che invece sono la parte mélo-drammatica (...). E poi la Chiesa, con Paolo VI (...) che si castiga e offre l'ovvia prospettiva cristologica sulla vicenda: nelle consuete divagazioni oniriche bellocchiane, il Papa vede Moro che regge la croce - sullo sfondo posticcio della Roma Antica di Cinecittà: bellissimo. Il (nuovo) Moro di Bellocchio è, anzitutto e soprattutto, un Moro in assenza. Ed è magnifico Fabrizio Gifuni nel suo essere presentissimo senza esserci quasi mai (...) Nel titolo, del resto, non c'è più "buongiorno" ma "esterno". Perché in fondo quella (questa) non è la storia di Moro: è la storia di tutti gli altri, quelli che stanno fuori e che invece sono dentro, allora e ancora. E la storia nostra, che facciamo un altro salto là dove non si dovrebbe essere mai stati, dove non si vorrebbe tornare più. (Mattia Carzaniga, 'Rolling Stones', 18 maggio 2022)


"'Esterno notte' in ogni caso tenta d'avvincere il pubblico con uno spiccato estro visivo, toni e ritmi alti, personaggi a tutto (riconoscibile) tondo, vicende nazionali drammatiche e declinate all'infinito su una gamma di polemiche e distinguo. (...) Girato con mano pratica e disinvolta, interpretato da attori motivati (Gifuni più vero del vero Moro, ma non sapremmo dire se questo sia davvero un complimento), alternato con qualche filmato d'epoca, il racconto fluisce senza particolari intoppi né guizzi trasmettendo sensazioni d'equilibrio narrativo tra spinta emotiva e necessità rievocativa: tenendosi alquanto distante dalle note fiction nostrane dove la forma e il pathos vengono quasi sempre sacrificati sull'altare del contenuto o del messaggio, il valente piacentino cerca di spiegarsi e spiegare selezionando il magma cronachistico e preservando la tenuta drammaturgica nel coacervo dei fatti, gli aneddoti e i (falsi) scoop che si susseguirono incredibilmente sovrapposti, clamorosamente fuorvianti e pervicacemente devastanti. Il problema dell' opera sta, tuttavia, nell'aggettivo esterno che va a correggere il titolo 'Buongiorno, notte' (2003), il suo vero capolavoro sullo stesso tema tratto dall' illuminante libro 'Il prigioniero' di Anna Laura Braghetti, in cui con un duplice scatto d' immaginazione e pietas (nell' antico senso romano dei doveri da rispettare nei confronti sia dei consimili, sia degli dei) il finale mostra Moro liberato che a passi incerti ritorna all' alba verso casa. Più precisamente, questa decurtazione apportata alla sublime intuizione precedente deriva dalla sceneggiatura co-scritta con Bises, Rampoldi e Serino (...) che mortifica quella visione unica e non omologata, insieme onirica e catartica, per proporne una nuova maldestramente affine (...) e soprattutto tante altre occupate dai protagonisti esterni alla prigione/mattatoio dello statista infarcite di maschere grottesche -peraltro con poco o nullo rilievo concesso a personaggi di pari o superiore coinvolgimento come Craxi, Pertini o Berlinguer- affini a quelli tramandati con maggiore pertinenza di stile dal sorrentiniano 'Il Divo'. Dando l'impressione che il pamphlet e la relativa magniloquenza prendano un po' la mano all'epica e corrano il rischio di fare scivolare il severo e riconciliato distacco dell' artista in concessione alla vulgata della diga eretta dal Potere a colpi di kalashnikov contro l' avvento del compromesso storico (...)." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 maggio 2022)
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