Elvis

USA, AUSTRALIA - 2020
3/5
Elvis
Il film esplora la vita e la musica di Elvis Presley, viste attraverso il prisma della sua complicata relazione con l'enigmatico manager, il colonnello Tom Parker. La storia approfondisce le complesse dinamiche tra Presley e Parker nell'arco temporale di oltre 20 anni, dall'ascesa alla fama di Presley che raggiunse un livello di celebrità senza precedenti, sullo sfondo un panorama culturale in evoluzione e la perdita dell'innocenza in America. Al centro di questo viaggio, una delle persone più significative e influenti nella vita di Elvis, Priscilla Presley.
  • Durata: 159'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Produzione: BAZ LUHRMANN, CATHERINE MARTIN, GAIL BERMAN, PATRICK MCCORMICK, SCHUYLER WEISS
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES (2022)
  • Data uscita 22 Giugno 2022

TRAILER

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane

Come carpire l’essenza del Re? Come portare sullo schermo la leggenda di Elvis Presley? Nel 1979 ci aveva provato John Carpenter con Elvis, il re del rock, dove il protagonista era Kurt Russel. Nacque un sodalizio, forse senza quell’incontro non avremmo mai visto 1997: Fuga da New York. Russel aveva conosciuto Elvis quando aveva dodici anni, sul set di Bionde, rosse, brune… di Norman Taurog, in cui The King faceva la parte di un aviatore.

Le connessioni legate al mito non conoscono confini, e non si fermano all’arte. Superano la musica e il cinema. In Elvis, presentato fuori concorso a Cannes, il regista Baz Luhrmann non cerca di restituire la verità, la sua non è un’indagine. Sarebbe impossibile. Quindi procede seguendo l’unica strada percorribile: darne una visione soggettiva, personale. Per questo nel film si colgono due anime.

Nella prima parte il cineasta australiano resta fedele a sé stesso. Il montaggio è ultraveloce, da videoclip. Le immagini si accavallano, rallentano, i lustrini dominano la scena. A un certo punto scatena anche la musica moderna, come aveva fatto in Il grande Gatsby. Poi rallenta. È come se Luhrmann avesse trovato una chiave, fosse riuscito a cogliere l’essere umano. Così l’epopea si fa più intimista, ci si concentra sui tormenti, sul tracollo. L’impero vacilla, il trono è in pericolo. Qui Elvis regala i momenti migliori, con il suo incedere fluviale, vicino alle tre ore.

L’intuizione vincente è di puntare sulle grandi hit: Love Me Tender, Suspicious Minds, Hound Dog. E sulle memorabili esibizioni in palcoscenico. Il cuore accelera, le palpitazioni aumentano. Merito di un ottimo Austin Butler, che si cala nel personaggio, canta, infiamma le platee.

 

A essere nascosto è forse il talento di Tom Hanks, sommerso dal trucco prostetico. Qui fa la parte del colonnello Tom Parker, lo storico manager di Elvis. È il narratore, l’uomo che vuole discolparsi. “Non sono stato io a ucciderlo”, continua a ripetere. E chi è allora il colpevole? Luhrmann prova a rispondere. È stata l’ossessione per il pubblico, per le grida, per il successo. È stata la fama a travolgerlo, l’amore per quello a cui ha dato vita non gli ha permesso di avvicinarsi a chi andava oltre il microfono, oltre il talento di facciata.

Elvis è una parabola di ascesa e caduta, è un viaggio nella stravaganza, nella follia che si fa talento. Prende tante direzioni diverse, si ramifica, ma fin dall’inizio confessa di essere un racconto parziale. Proprio perché non si può essere totalizzante. Il filtro è il Colonnello Parker, contraltare del genio di Elvis. In fondo sono le facce della stessa medaglia: entrambi troppo innamorati delle luci della ribalta, entrambi alla fine risultano le caricature di loro stessi.

Parker è un vecchio, rappresentato come un paziente ospedaliero che si siede alla roulette di un casinò. L’affresco è tragicomico. Ma nell’universo di Luhrmann non si può rimanere legati alla realtà. Le sfumature si fanno surreali, ciniche. Essere Elvis Presley era troppo anche per Elvis stesso. A essere certo è il fatto che però lui vive, nel cuore, nella mente, nella passione. È il cinema che ha bisogno di renderlo concreto, tangibile, perché, come si sentiva in Moulin Rouge!, “Show Must Go On”, in ogni situazione. Commovente.

NOTE

- PRODUTTORE ESECUTIVO: ANDREW MITTMAN.

- ALL'IDEAZIONE E ALLA REALIZZAZIONE DEI COSTUMI DI SCENA HA COLLABORATO ANCHE MIUCCIA PRADA. QUESTA E' LA TERZA COLLABORAZIONE CON LUHRMANN DOPO 'ROMEO+JULIET' (1996) E 'IL GRANDE GATSBY' (2013).

- IN ANTEPRIMA MONDIALE AL 75. FESTIVAL DI CANNES (2022).

CRITICA

"C'è tutto il fiammeggiante e visionario cinema di Luhrmann in questo film epico e spettacolare, scosso da incessanti idee di messa in scena e montaggio che restituiscono gioie e dolori di una vita spesa sul palcoscenico attraverso una parabola umana e professionale che il re del Rock&Roll, perfetta incarnazione del sogno americano, condivide con altre star della musica raccontate al cinema negli ultimi anni: l'inebriante salita fino alle vette del successo e poi la caduta, accompagnata da solitudine, depressione, dipendenze. Come tutti gli Icaro che volano troppo vicino al sole. Il limite di questo racconto colorato e pop sta però nella difficoltà di restituire la tragicità delle figure di Presley e Parker, che sarebbero potute emergere solo da un maggiore approfondimento dell'Elvis di Las Vegas, quello avviato a una tragica fine e che scopre troppo tardi il grande inganno del colonnello al quale ha affidato non solo la carriera, ma anche la propria vita. L'abisso in cui era sprofondato il rocker lo si capisce solo quando alla fine del film compare il vero Presley che ascoltiamo nella sua ultima esibizione prima di morire: un uomo agonizzante, stremato, che ancora trova la forza di cantare per quel pubblico di cui era innamorato. Lo stesso vale per Parker, dipinto più come un simpatico furfante che pericoloso truffatore, la cui "malefica" influenza resta troppo sfuocata per lasciare davvero il segno e far capire allo spettatore la vera natura del rapporto con Elvis." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 26 maggio 2022)

"Baz Luhrmann (...) è intervenuto nello stile di un racconto che, se non si distacca molto dalle regole classiche del biopic hollywoodiano (così nasce e muore una stella), cerca invece di stordire gli occhi con tutti i mezzi a disposizione. A cominciare dal fuoco d'artificio di lustrini che fanno brillare all' inizio il marchio della Warner Bros. Continuando sulle strade dello sfarzo e della ridondanza (...) Luhrmann (che dai titoli di testa sembra aver scritto e riscritto la sceneggiatura in momenti e con persone diverse) usa i ricordi del colonnello Parker (Tom Hanks, gonfiato dal trucco prostetico) per ricostruire i momenti fondamentali della carriera musicale di Elvis (...). Tutto questo percorso, Luhrmann lo dissemina di salti avanti e indietro nel tempo, di improvvise sovrimpressioni e di qualche fumetto, come se lo schermo dovesse trasformarsi in una vetrina luccicante dove invece di assistere a una storia lo spettatore dovesse ammirare una merce.In questo, sposando il punto di vista di Parker che si autoinvita nella storia di Presley a volte oggettivandosi come co-protagonista a volte assumendo il ruolo del narratore più o meno onnisciente. Come se la regia non volesse lasciare allo spettatore il tempo di riflettere su quello che sta vedendo, ma bombardarlo fino a togliergli il respiro. Rischiando così di lasciare un po' in ombra alcuni snodi fondamentali della vita del cantante (i suoi tentativi di cambiare manager) e rifugiandosi nelle fin troppo prevedibili didascalie finali per spiegare le malefatte legali del comportamento di Parker. Ma in fondo lo scopo del regista non era di svelare segreti o azzardare rivelazioni quanto immergere lo spettatore che si immagina nato dopo la morte di Elvis (avvenuta a 42 anni, il 16 agosto 1977) dentro il flusso musicale delle sue canzoni, eseguite ora dalla voce di Butler, ora dallo stesso Elvis (...)." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 26 maggio 2022)

"La nascita del mito rock resta però in secondo piano rispetto all'uso e all'abuso di una biografia nota e arcinota. E questo è il limite di un film furbo che regala allo spettatore caramelle, in forma di hit indimenticabili, dietro le quali però resta pochino. (...) Invece di indugiare nella biografia arcinota di Elvis Presley, strategicamente perfetto per sedurre il pubblico, poteva essere più curioso far luce su un agente, considerato un genio nell'America di quegli anni e finito a consumare una fortuna nelle macchinette mangiasoldi di Las Vegas. Tom Parker è uomo ombra di Presley e figura contraddittoria. Sopravvisse al suo cliente e partecipò al funerale indossando una camicia hawaiana con un sigaro in bocca. Un tono dissacrante che lasciò di stucco i fan e la famiglia. Insomma, un piccolo mosaico che avrebbe giustificato il primo piano del «Colonnello» pur lasciando spazio alle canzoni di Elvis. Quello che esce dai cinema (...) è comunque un film che piacerà al pubblico. Eccellenti le musiche e di grande effetto i costumi di un Elvis (...). Il resto è un tuffo in un' America da nostalgia tra macchine vintage, locali che hanno il sapore perduto della malinconia di un tempo che fu." (Stefano Giani, 'Il Giornale', 26 maggio 2022)

"In due ore e quaranta minuti di cinema abbagliante, senza un attimo di respiro, Luhrmann racconta vita, musica, tormenti, nevrosi, colpi di bacino, ciuffo, voce ed energia sexy di un Elvis Presley, interpretato da Austin Butler. Che a sua volta ha «vissuto per due anni nella pelle di Elvis», come confessa sul tappeto rosso. Ma a rubargli la scena è un monumentale Tom Hanks: irriconoscibile con una pancia da Babbo Natale, i capelli fini e radi, il naso aquilino da strega e la vocina querula del colonnello Tom Parker: il manager, l'amico, l'angelo custode, il carceriere, il carnefice di Elvis. (...)
'Elvis' scoppia di luci, di musica, di energia sexy. Di grandi automobili color pastello anni '50, di costumi e coreografie."(Giovanni Bogani, 'Il Giorno', 26 maggio 2022)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy