Eisenstein in Messico

Eisenstein in Guanajuato

4/5
Più invenzione che storia, firmata Greenaway, per raccontare i dieci giorni del Genio a Guanajuato

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BELGIO 2015
Nel 1931, al vertice della sua carriera, il regista sovietico Sergej M. Ejzenstejn è in Messico per girare un film. Incalzato dal regime stalinista, che vorrebbe richiamarlo in patria quanto prima, Ejzenstejn passa gli ultimi dieci giorni del suo viaggio nella cittadina di Guanajuato. Sarà qui, con la complicità della sua guida Palomino Cañedo, che scoprirà molte cose sul Messico ma anche sulla propria sessualità e identità di artista.
SCHEDA FILM

Regia: Peter Greenaway

Attori: Elmer Bäck - Sergej M. Ejzenstejn, Luis Alberti - Palomino Cañedo, Maya Zapata - Concepción Cañedo, Rasmus Slätis - Grisha Alexandrov, Jakob Öhrman - Edouard Tisse, Lisa Owen - Mary Craig Sinclair, Stelio Savante - Hunter S. Kimbrough, Raino Ranta - Meierhold

Sceneggiatura: Peter Greenaway

Fotografia: Reinier van Brummelen

Montaggio: Elmer Leupen

Scenografia: Ana Solares

Arredamento: Hector Iruegas

Costumi: Brenda Gómez

Effetti: Florentijn Bos, Flow VFX

Durata: 105

Colore: C

Genere: BIOGRAFICO COMMEDIA

Specifiche tecniche: 2K, DCP (1:2.35)

Produzione: SUBMARINE, FU WORKS, PALOMA NEGRA FILMS, IN COPRODUZIONE CON EDITH FILM OY, POTEMKINO, MOLLYWOOD

Distribuzione: TEODORA FILM

Data uscita: 2015-06-04

TRAILER
NOTE
- REALIZZATO CON IL SUPPORTO DI: NETHERLANDS FILM FUND, THE NETHERLANDS FILM PRODUCTION INCENTIVE OF THE NETHERLANDS FILM FUND, ESTÍMULO FISCAL ART. 226 DE LA LISR (EFICINE), FINNISH FILM FUND, ENTERPRISE FLANDERS, SCREEN FLANDERS E FLANDERS AUDIOVISUAL FUND, TAX SHELTER OF THE FEDERAL GOVERNMENT OF BELGIUM AND TAX SHELTER INVESTORS, MEDIA PROGRAMME OF THE EUROPEAN UNION; IN ASSOCIAZIONE CON ZDF/ARTE, VPRO, YLE.

- IN CONCORSO AL 65. FESTIVAL DI BERLINO (2015).
CRITICA
"Ho sempre guardato con attenzione alla carriera cinematografica di Peter Greenaway («I misteri del giardino di Compton House» visto a Venezia; «Giochi nell'acqua» premiato a Cannes), con il prestigio di quelle immagini evocate in cifre di pittura e di sogno, dato che, tra l'altro, è anche un video artista sorretto nelle sue ricerche da un digitale studiato e approfondito sotto ogni prospettiva. Oggi, scrivendosi anche il testo, si rivolge ad Ejzenstejn prendendo lo spunto da quel suo soggiorno in Messico dove avrebbe dovuto realizzare il suo film più misterioso, quel «Qué viva Mexico!» vi sto da noi dopo l'intervento della censura di Mosca, come «Lampi sul Messico» realizzato da Sol Lesser con un montaggio del tutto apocrifo di quel che rimaneva del materiale girato. Greenaway però ha trascurato quasi del tutto le vicissitudini del film, sia dal punto di vista della censura sovietica sia da quello della sua realizzazione finale da parte di altri e ha preferito invece tenersi il più possibile a Ejzenstejn come persona, collocandolo nel tempo breve della sua permanenza in Messico e le rivelazioni umane, psicologiche, sociali che ne aveva ricevuto. (...) Però si tratta sempre di Greenaway e le sue immagini, senza essere caste sono quasi sempre purificate da sottili ricerche figurative, affidate - molte - a variazioni di piani e di prospettive studiate, non lesinando, contemporaneamente, le indagini psicologiche su quel personaggio centrale che, secondo l'antica tradizione letteraria, si affanna, spesso invano, a trovare un equilibrio nel classico binomio amore e morte. Si incarica di renderlo evidente un attore finlandese, Elmar Bäck, con una testa gonfia di capelli, l'unico ricordo di quelli cespugliosi di Ejzenstejn." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 3 giugno 2015)

"Affascinato, come Frisch in 'Andorra', dalla trinità di devianze, Greenaway, amante di ogni lato sghembo della vita, ci mostra molto da vicino il regista russo nel 31 in Messico per i sopralluoghi del film incompiuto per cui girò oltre 40 ore. (...) La scena clou - la più hard mai vista, porno esclusi - ricorda quella che rese cult 'L'ultimo tango' di Bertolucci. Così il possesso dei corpi raggiunge il tripudio di piani sequenza, una ricchezza di immagini e di sontuose scenografie che testimoniano la passione dell'autore inglese per Sergei. (...) Galleggiando tra realtà (...), fantastico e ironia, Greenaway risveglia, dopo tanti balocchi barocchi, il sopito amore per la vita annunciato in 'Goltzius'. Grato alla disponibilità di Elmer Bäck e Luis Alberti il suo talento visionario scoppia intero e ci seduce, ma tende a consumarsi nell'eccesso senza vie d'uscita." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 4 giugno 2015)

"Protagonista negli anni 80 della scena cinematografica più sofisticata con la sua eclettica vocazione al connubio tra schermo e altre arti, figurative e musicali (Philip Glass, Michael Nyman, Wim Mertens), il regista gallese Peter Greenaway ritrova con 'Eisenstein in Messico' tutta la sua provocatoria, come sempre discutibile ma brillante ispirazione. Malgrado le intenzioni iniziali di tipo biografico e documentaristico il risultato ci offre un film-film. Un'interpretazione della figura di Eisenstein fondata su alcuni dati documentati. Relativi a un periodo strettamente circoscritto: 'i dieci giorni che sconvolsero' la vita di Sergej Michajlovic Eisenstein, parafrasando il celeberrimo reportage dell'americano John Reed sulla Rivoluzione d'Ottobre. (...) dei dieci giorni che il regista trascorre a Guanajuato - dal 21 al 31 ottobre, passando per l'anniversario della Rivoluzione - Greenaway mette in scena un angolo buio. È vero che fa appello alla biografia dell'americana Marie Seaton e ad alcuni testi epistolari come la corrispondenza con la fidatissima assistente e confidente Pera Atasheva, che poi egli sposerà, ma la suggestione esercitata su Eisenstein dall'intreccio rituale tra amore e morte e in particolare l'incantamento provato per il suo accompagnatore messicano Palomino Cañedo che lo avrebbe gioiosamente e liberamente iniziato al sesso e all'omosessualità, poggia su supposizioni ed è una visione di Greenaway. Potrà sconcertare e scandalizzare ma questa creativamente ricostruita parte per il tutto è anche un'affascinante sintesi della grandiosa personalità di Eisenstein." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 4 giugno 2015)

"Un terzo di biopic, un terzo di coming out, un terzo di Greenaway style, con split screen e inserti visivi di ogni tipo, ma anche dialoghi a raffica e un passo sovreccitato insolito per il regista inglese. Agitate con cura e avrete uno degli oggetti più strambi dell'anno. Anche perché il biografato è nientemeno che S.M. Eisenstein ('Sua Maestà Eisenstein', come lo ribattezzo Sklovskij giocando sul suo patronimico). Uno dei massimi geni della storia del cinema (...). «I 10 giorni che sconvolsero Eisenstein», scherza Greenaway. Forse doveva scherzare meno." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 4 giugno 2015)

"Prima o poi doveva accadere. Ovvero che Greenaway omaggiasse Ejzen¿tejn, uno dei suoi ispiratori di sempre. Anzi, colui con le cui opere il regista/architetto inglese entrò in osmosi artistica fin da adolescente (...). Il tributo di Peter a Sergej è straordinario: un film 'specchio' del modus operandi del sovietico attraverso lo sguardo multidisciplinare e plurimediale del britannico. Intelligente, arguto, divertente, erotico ed esteticamente impeccabile: forse uno dei migliori Greenaway degli ultimi anni, incredibilmente ignorato dal palmares di Berlinale 2015 dove concorreva. Da non perdere." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 4 giugno 2015)

"Piacerà anche a chi la pensa come Fantozzi, ma si appagherà per cento minuti la vista. Chi meglio del barocco Greenaway poteva restituire il mondo del barocchissimo maestro russo?" (Giorgio Carbone, 'Libero', 4 giugno 2015)