È andato tutto bene

Tout s'est bien passé

FRANCIA - 2021
3,5/5
È andato tutto bene
L'85enne padre di Emmanuèle è stato ricoverato in ospedale dopo un ictus. Al suo risveglio, depresso e paralizzato, quest'uomo che è sempre stato curioso di tutto e che ha amato appassionatamente la vita, chiede a sua figlia di aiutarlo a morire. Ma come si può onorare una richiesta del genere quando si tratta di tuo padre?
  • Altri titoli:
    Everything Went Fine
  • Durata: 113'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: liberamente tratto dal romanzo omonimo di Emmanuèle Bernheim (Giulio Einaudi Editore)
  • Produzione: ÉRIC ALTMAYER, NICOLAS ALTMAYER PER MANDARIN PRODUCTION, FOZ, FRANCE 2 CINEMA, PLAYTIME, SCOPE PICTURES
  • Distribuzione: ACADEMY TWO (2022)
  • Data uscita 13 Gennaio 2022

TRAILER

RECENSIONE

di Gian Luca Pisacane

L’incedere del cinema di François Ozon ha numeri impressionanti: venti film in poco più di due decenni. Ma nel suo generoso percorso il regista francese ha saputo reinventarsi, restare ogni volta fedele a sé stesso per poi immergersi in nuove fasi creative. La Storia, l’erotismo e l’identità umana sono solo alcuni dei temi che ha affrontato dietro la macchina da presa.

L’immagine del francese Adrien Rivoire che prega sulla tomba del tedesco Frantz Hoffmeister, alla fine della Grande Guerra, resta una delle più forti riflessioni sulla colpa mai viste sullo schermo. Il film era Frantz, e la meditazione sulla morte avrebbe trovato nuova linfa in Estate ’85. In quel caso il dolore passava attraverso la musica, attraverso il ballo al cimitero sulla lapide del proprio amore perduto.

Anche nel suo nuovo È andato tutto bene (Tout s’est bien passé), in concorso al Festival di Cannes, Ozon prosegue il suo percorso legato alla fine dell’esistenza. In Frantz ad avvelenare l’anima era il conflitto mondiale, in Estate ’85 la giovinezza era sinonimo di tragedia. Ad accomunare le due storie l’impossibilità di continuare a vivere, la fragilità del corpo. In Tout s’est bien passé la morte viene analizzata da un punto di vista ancora diverso, quello dell’eutanasia. Raccontato con cifre stilistiche spesso opposte, da Mare dentro di Alejandro Amenábar a Bella addormentata di Marco Bellocchio, passando da Million Dollar Baby di Clint Eastwood, il tema è sempre stato alla base di dibattiti incandescenti.

Ozon sa toccare le corde giuste, senza mai essere ricattatorio. Utilizza toni inaspettati, passa dalla sofferenza al sorriso con grande sensibilità. La sua vuole essere una vicenda comune. Un padre malato non è più autosufficiente. Ha ottantacinque anni, è bloccato sulla sedia a rotelle, e chiede alle figlie di morire. È l’inizio di un lungo cammino verso la Svizzera. Ma ancora una volta il viaggio non è solo fisico.

 

Tout s’est bien passé parte dal dilemma morale, per focalizzarsi sui sentimenti, sulle lacrime trattenute. Non vuole sollevare polemiche, non fornisce risposte facili. Altre volte Ozon aveva affrontato tematiche spinose, come in Grazie a Dio, che si concentrava sulle vittime dei preti pedofili. Anche in quel caso, il rigore della regia era al di sopra di ogni scandalo.

In Tout s’est bien passé la chiave è l’empatia per i personaggi: il genitore che vuole andarsene per sempre, il tormento di chi resta e deve decidere su cosa fare. Ozon assiste a distanza, non può offrire soluzioni, si fa narratore silenzioso di un’umanità allo stremo. E valorizza il talento di André Dussollier, qui in una delle sue prove più alte, supportato da un’ottima Sophie Marceau.

NOTE

- IN CONCORSO AL 74. FESTIVAL DI CANNES (2021).

CRITICA

"(...) la relazione filiale prende forma in un passaggio che ne amplifica conflitti e strana tenerezza, bisogni reciproci e asprezze, e nell'interrogare le vite di entrambi i protagonisti - duetto magnifico tra Sophie Marceau e Andrè Dussolier - dentro e fuori campo,negli oblii necessari al suo accadere accende altri interrogativi che riguardano ognuno di noi, e toccano il sentimento del lutto, i suoi segreti, le rimozioni nel tempo di ciò che ci fa male (...) Dire però che 'È tutto andato bene' è un film sull'eutanasia sarebbe comprimerlo a un solo aspetto, che è importante e ne origina il movimento narrativo, ma Ozon è un autore che quando si confronta con soggetti «gravi» ne cerca sempre una rappresentazione che prende forma a partire dai suoi personaggi, dalle loro emozioni, dalla loro «battaglia» per fare fronte a una paura e a una fragilità. Qui sono quelle della «sua» Emmanuèle, di cui cerca nelle pagine i frammenti di un' esistenza, le zone d' ombra, lo spaesamento: un personaggio dentro la vita.(...) Ozon rifugge la retorica, accorda i generi con l' umorismo della commedia, il thriller, il melodramma sentimentale nel confronto con la prima persona altrui dell' amica, che a sua volta trasforma in personaggio (...)." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto, 13 gennaio 2022)

"Ozon realizza un film eccellente su un tema sensibile. Evita sia le predicazioni del cinema a tesi sia gli eccessi del mélo famigliare. Usa sobri flashback per delineare i rapporti interpersonali. Dirige da par suo un grande cast a prevalenza femminile: Sophie Marceau, mai così brava, Géraldine Pailha, in ruoli minori le veterane Charlotte Rampling e Hanna Schygulla." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 13 gennaio 2022)

"(...)È andato tutto bene non è un film a tema. A contare sono i moti del cuore, le emozioni e l' intreccio dei caratteri, a partire da quello di Andre, che Dussolliér incide meravigliosamente in un aperto faccia a faccia con la morte filtrato da un indomabile gusto di vita. La Marceau mostra una sensibilità d' attrice che rare volte ha avuto modo di esprimere e l' intero cast, fra cui Charlotte Rampling, è scelto e diretto con estrema finezza." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 13 gennaio 2022)

"Ozon affronta quello dell'eutanasia adattando per lo schermo il libro autobiografico di Emmanuèle Bernheim È andato tutto bene (Tout s' est bien passé) confermando l' interesse per gli argomenti al centro dei più divisivi dibattiti politici, religiosi e mediatici: mentre il primo, però, era affrontato con estrema e faziosa gravità, il secondo usufruisce di uno stile più disteso e a tratti persino mordace all'evidente scopo di mitigare le tappe del calvario che i protagonisti sono costretti ad affrontare. Il partito preso dello humour sparso a contrasto sugli avvenimenti rischia di essere equivocato e di mettere in secondo piano la delicatezza, l'agilità e la partecipazione con cui il regista compone ciò che più gli interessa ovvero una galleria di ritratti della varia e bizzarra umanità che aiuta o crede di aiutare le ragazze a prendere una decisione ogni ora che passa più devastante. (...) Non si riesce, peraltro, a capire sino in fondo se Ozon si è limitato a porre domande improcrastinabili sul suicidio assistito oppure se ha voluto esplorare il disagio morale e il conflitto emotivo dei figli adulti pronti ad assecondare genitori egoisti e anaffettivi quando sono diventati vecchi e fragili." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 14 gennaio 2022)

"(...) l' abilità di Ozon e il pregio del film stanno nella singolare tecnica di narrazione che spiazza tutti. Chi pensa di trovarsi davanti a un film ideologico che tira la volata alla liberalizzazione della dolce morte si scoprirà fuori strada. Come pure resterà sorpreso chi si aspetta un film malinconico e lacrimevole. Si sorride perfino, qua e là, perché il cinico gusto del paradosso di cui sopra domina la trama (...). il film merita e trova negli interpreti i volti più azzeccati. Tra gli altri anche la fassbinderiana tedesca Hanna Schygulla che assiste tecnicamente il paziente affinché... vada tutto bene (...)." (Stefano Giani, 'Il Giornale.it', 13 gennaio 2022)
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