DUET FOR ONE

USA - 1986
Stephanie Anderson, celebre violinista, sposata al compositore David Cornwallis, alla vigilia di un importante concerto confida all'amico psichiatra Louis Feldman che la cura di aver scoperto su di sé i primi sintomi della sclerosi multipla che la renderà progressivamente incapace di controllare i movimenti degli arti, e di temere, quindi, per le sue mani di violinista e per il futuro della sua carriera. Durante l'atteso concerto, che registra il tutto esaurito, le dita della mano sinistra le si irrigidiscono e Stephanie deve interrompere l'esecuzione. Nonostante la comprensione e le cure dello psichiatra, male fisico inarrestabile e turbe psichiche, aggravate dall'infedeltà del marito, dalla morte dell'anziano pianista che l'ha sempre accompagnata e dall'abbandono del più promettente dei suoi allievi Constantine Kassanis (che sceglie la via più facile e redditizia della musica di moda) distruggono ogni resistenza fisica e psicologica di Stephanie, che, ridotta su una sedia a rotelle, finisce con abdicare ai sogni, alla fiducia in sé stessa e alla sua stessa dignità di donna, al punto di concedersi a un rozzo rigattiere coniugato e di tentare il suicidio. Salvata in extremis dalla fedele Anya, si rassegna a sopravvivere grazie alla sincera amicizia del dottore Feldman, di cui ha scoperto in un diverbio le affinità umane e l'amara solitudine, tanto simile alla sua.

CAST

CRITICA

"In altalena tra un ostentato cinismo e invenzioni di sedicente poesia (il grande albero, il vecchio e saggio pianista che suona un patetico motivo di ragtime e ricompare dopo la morte come simbolo di amore per la vita), 'Duet for One' è un film dove gli interpreti danno il peggio di se stessi. Persino Max von Sydow sembra goffo nella parte di uno psicoanalista con le spalle al muro. E quella della cara Julie Andrews è una bella ma falsa interpretazione. Ma preferiamo quand'è diretta dal marito Blake Edwards." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 13 Giugno 1987)

"Lo spunto, un testo teatrale di Tom Kempinski che lo stesso autore ha poi sceneggiato con il regista, Andrei Konchalovski. Il clima, nonostante la molta psicanalisi che serpeggia tra le pieghe del racconto, motivata soprattutto dalle considerazioni dello psicanalista che tenta di affrontare, con ogni ragionamento possibile, le reazioni della sua paziente di fronte alla morte, finisce soprattutto per consistere nel tradizionale rapporto fra malato e malattia incurabile che non di rado al cinema ha rischiato di sconfinare nel melodramma, con risvolti nel patetico." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 14 Giugno 1987)

"Fra i più incrollabili tabù del cinema contemporaneo c'è il cosiddetto teatro filmato. Solo pochi, e fra i più grandi (citiamo per tutti il Bergman di 'Dopo la prova' o il Resnais di 'Mèlo'), osano infrangerlo. Gli altri, in genere, si adoperano invece per mascherare l'origine del testo che mettono in scena, accanendosi con particolare furore contro l'eventuale unità di luogo e d'azione. E' il caso appunto di Andrei Cannon Konchalovsky, che portando sullo schermo la pièce di Tom Kempinski si è sentito in dovere di moltiplicare personaggi ed ambienti per fare cinema ad ogni costo. (...) La cornice naturalistica però disperde ogni tensione, il rapporto malata-psicanalista è confinato in un angolo, e la singolare pesantezza della messinscena trasforma definitivamente questo dialogo con la morte in un pretenzioso pasticcio." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero')
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