Drawing Restraint 9

USA, GIAPPONE - 2005
Drawing Restraint 9
Resistenza e creatività vengono simbolicamente rappresentati attraverso la creazione e la trasformazione di una vasta scultura di vaselina liquida chiamata 'The Field' che viene modellata, tagliata in due e riformata sul ponte della baleniera giapponese Nisshin Maru nel corso del film. I mutamenti di forma fisica della scultura si riflettono nel racconto 'Gli ospiti'. Due visitatori occidentali vengono accolti a bordo per unirsi in matrimonio secondo la tradizione scintoista. Durante la cerimonia del tè vengono a conoscenza della storia della nave ma un potente lampo irrompe nella tranquilla atmosfera della cabina. Quando questa inizia ad essere allagata dalla vaselina liquida, emanata dalla scultura stessa, gli 'Ospiti' si abbracciano e iniziano a respirare attraverso dei fori sulla schiena e come in un rituale mistico si tagliano gli arti a vicenda. Attraverso i resti dei loro corpi si vedono tracce di code di balena in via di sviluppo che simboleggiano la rinascita, la trasformazione fisica e la possibilità di nuove forme. La scultura, completamente distrutta, viene poi ricostruita e la nave riemerge dalla tempesta navigando in mezzo ad un gruppo di iceberg verso l'oceano aperto. Nell'ultima sequenza, due balene nuotano una accanto all'altra verso l'Antartide.
  • Durata: 135'
  • Colore: C
  • Genere: FANTASY
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: RESTRAINT LLC

RECENSIONE

di Diego Giuliani
Una dichiarazione d'amore poetica e simbolica a Bjork e alla vita. E' lo sperimentale Drawing Restraint 9, presentato in Orizzonti dal marito Matthew Barney. Ultimo capitolo di una videoricerca iniziata diversi anni fa, rinuncia ai dialoghi, per affidarsi esclusivamente alle musiche della popstar islandese. Della storia, ambientata a bordo di una baleniera giapponese, c'è poco da raccontare. Ballerine con i ventagli, operai in tuta bianca, cuochi alle prese col pesce: a "fare la storia" sono in un primo momento le piccole cose. Una carrellata di zoom su gesti minimi, tra loro apparentemente sconnessi, che si fanno opera d'arte e in quanto tali vengono ricomposti e integrati da Barney. Insieme al poetico finale, è la parte migliore del film. Quella dominata dall'"estetica del quotidiano", dall'esaltazione della normalità in un trionfo di equilibri insospettabili. Filo rosso di questo primo terzo del film sembra essere l'armonia visiva: una ricerca che passa per l'esasperazione delle geometrie tipica della videoarte, qui applicata anche al figurativo. E' così che gorghi di sapone sull'acqua, ponteggi ed esseri umani, diventano pedine di una gigantesta simmetria. Pialle, sirene, respiri: le sonorità convergono in una moderna sinfonia alla "Stomp", in cui è la musica a dettare i tempi dell'azione, integrandone il sottofondo. Bjork fa intanto capolino come un folletto. Trasognata e quasi impalpabile, attraversa muta situazioni e quadretti, mentre  Matthew Barney, solca un mare di cieli grigi a bordo di un peschereccio. L'incontro si tra i due si avvicina: siamo prossimi alla parte centrale del film, quella più prolissa e meno riuscita. I ritmi rallentano bruscamente, le atmosfere diventano rarefatte e a sottolinare la svolta, si registra una drastica virata anche nelle musiche. Seguono sequenze interminabili del tè e della vestizione. Due rituali quasi magici, sui quali si indugia però troppo, che conducono verso lo sconvolgente finale. Lui e lei, Bjork e Barney, sono ormai diventati a pieno titolo protagonisti. Dal simbolismo poetico delle rappresentazioni comincia ad emergere una vera e propria dichiarazione d'amore. La scena clou si consuma in una stanza ormai allagata, dove i due iniziano a scambiarsi delle effusioni. Il crescendo degenera in mutilazioni reciproche, ma l'atmosfera è quasi grottesca, e il cannibalismo con cui si conclude, appare infine come supremo gesto d'amore. Nelle ultime sequenze c'è poi tutto il senso del film: la poesia prende il sopravvento, Barney rivela il suo omaggio alla moglie, i due fuggono liberi. Il tutto in due ore e mezza, a tratti un po' ripetitive, ma nel complesso sorprendentemente fruibili. Nonostante il linguaggio disorientante e la narrazione frammentata, sarebbe bastato qualche taglio nella parte centrale ad armonizzare questa stramba ma gradevole architettura.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 62. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2005) NELLA SEZIONE "ORIZZONTI".

CRITICA

Dalle note di regia: " Alla base di 'Drawing Restraint 9' vi è un ciclo in tre fasi ('Situazione', 'Condizione' e 'Produzione') chiamato 'Sentiero', che è una meditazione sul processo creativo. La 'Situazione' potrebbe essere descritta come una spinta naturale, un desiderio. la Condizione' diventa la rappresentazione di un imbuto disciplinante in grado di captare l'energia naturale e ancora senza meta per incanalarla verso qualcosa di utile. [...] Nella fase di 'Produzione' inizia a emergere una forma. Il progetto di 'Drawing Restraint' può essere descritto come una sorta di fecondazione trasversale tra il desiderio di creare e la fatica di continuare a creare: un tentativo di rafforzare l'energia creativa senza permettere alla propria pratica di assumere una forma concreta."
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