Don't Worry Darling

USA - 2022
2,5/5
Don't Worry Darling
Alice e Jack hanno la fortuna di vivere nella comunità idealizzata di Victory, la città realizzata da un'azienda sperimentale che ospita, assieme alle loro famiglie, gli uomini che lavorano al progetto top-secret Victory. L'ottimismo sociale degli anni '50 sposato dal loro amministratore delegato, Frank - a metà tra un uomo d'azienda visionario ed un life coach motivazionale - fissa ogni aspetto della vita quotidiana di questo luogo utopico nel mezzo del deserto. Mentre i mariti trascorrono ogni giorno all'interno del quartier generale del Victory Project lavorando allo "sviluppo di materiali innovativi", le loro mogli, inclusa l'elegante partner di Frank, Shelley, passano il tempo a godersi la bellezza, il lusso e la dissolutezza della loro comunità. La vita è perfetta, ed ogni esigenza dei residenti viene soddisfatta dall'azienda. Tutto ciò che viene chiesto in cambio è discrezione e impegno incondizionato per la causa del progetto Victory. Quando però iniziano ad apparire delle crepe nella loro vita idilliaca che rivelano qualcosa di sinistro sotto l'attraente facciata, Alice non può fare a meno di chiedersi esattamente cosa stiano facendo alla Victory e perché. Quanto sarà disposta a perdere Alice per far emergere cosa sta realmente accadendo in questo paradiso?
  • Durata: 123'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: (2.39 : 1)
  • Produzione: RICHARD BRENER E CELIA KHONG PER NEW LINE CINEMA, MIRI YOON e ROY LEE PER VERTIGO ENTERTAINMENT, OLIVIA WILDE, KATIE SILBERMAN
  • Distribuzione: WARNER BROS. DISCOVERY ITALIA
  • Data uscita 22 Settembre 2022

TRAILER

RECENSIONE

di Lorenzo Ciofani

Se c’è un merito che va riconosciuto a Don’t Worry Darling, opera seconda di Olivia Wilde dopo il sorprendente La rivincita delle sfigate, è la fiducia nel divismo. Questo film attraente, modaiolo, elegante, eccitante, presentato non a caso Fuori Concorso alla Mostra di Venezia, si regge infatti sul fascino, sul carisma, sulla bellezza dei suoi protagonisti, Florence Pugh e Harry Styles.

Sia lei, classe 1996, impostasi come giovane vestale del cinema d’autore (Lady Macbeth, il cult indie Midsommar), che lui, vera popstar mondiale ventottenne già visto come attore in Dunkirk ed Eternals, trovano qui la vera consacrazione mainstream grazie a tre caratteristiche ben chiare alla regista (anche attrice non protagonista).

La prima è l’idea romantica e industriale che il grande schermo sia in grado come nessun altro strumento mediatico di plasmare il desiderio del pubblico ed esaltare il portato iconico e iconografico degli interpreti. La seconda è l’inserimento di queste figure all’interno di una storia inquietante e paranoica come molte altre narrazioni sintomatiche delle angosce del nostro tempo. E la terza è la confezione così patinata e levigata da trasmettere sì il concetto del “filmone hollywoodiano” ma anche una propaggine di un contenuto social.

Chris Pine. Credits: Merrick Morton

La storia, anzitutto. Alice e Jack vivono in una comunità idealizzata, una città aziendale sperimentale in cui gli uomini lavorano a un progetto top-secret e le donne si occupano della casa e dei figli. L’epoca è volontariamente sfuggente: il décor e l’ottimismo sono quelli degli anni Cinquanta, le pulsioni (represse e non) e la consapevolezza appartengono all’oggi. La perfezione è un dovere e le domande inopportune vanno evitate.

Come le cicliche scosse (terremoto?) che fanno tremare le case, così le certezze – o presunte tali – di Alice vacillano di fronte alle crepe: una moglie che si ribella e le immagini ossessive di un passato oscuro portano la donna a interrogarsi sull’inquietante pericolosità di quella comunità, provocando la reazione violenta del capo carismatico (Chris Pine, quasi fastidioso per la sua bellezza così alterata fino a farsi ambigua).

Con una certa abilità e indubbia scaltrezza, Wilde procede su due piani: da una parte, agisce nell’ambito di un territorio ampiamente esplorato, mettendo in piedi una sfrontata operazione derivativa in cui convoca la distopia in direzione sci-fi (La fabbrica delle mogli e The Truman Show, per citare due titoli piuttosto evidenti nella teoria di riferimenti); dall’altra, complice la fotografia di Matthew Libatique (collaboratore storico di Darren Aronofsky), filtra il realismo virando verso l’estetica tipica di un contenuto social.

Don’t Worry Darling non costruisce un immaginario ma ne digerisce altri preesistenti: non solo ogni frame può essere estrapolato per essere condiviso in quanto immagine che vive in maniera autonoma rispetto al contenuto e al contenitore, ma ci sono anche passaggi che somigliano a un reel di Instagram e diventano funzionali sia al discorso della reiterazione di rituali (la colazione, il saluto ai mariti, le macchine che sfrecciano nella landa) sia al consumo su altri media e alla loro presa virale.

Florence Pugh. Credits: Merrick Morton

In questo senso è davvero un film contemporaneo, così come lo è sul piano dell’eros: a parte due sequenze con Pugh e Styles effettivamente roventi, tutto il resto dimostra ancora una volta quanto l’erotismo sia un grande rimosso del cinema americano.

Non siamo così ingenui da non capire che c’è un tema di rating (in particolare per il mercato degli States), ma, insomma, racconta bene lo spirito del tempo che un’operazione così incardinata sul desiderio e sulla desiderabilità si tiri indietro di fronte alle possibilità date dalla chimica e dalla carnalità, preferendo la meno perturbante strada dei “temi” (le derive tossiche del patriarcato, la fuga dalle responsabilità del quotidiano, la necessità dell’emancipazione). Piacevole, superficiale.

NOTE

- PRODUTTORI ESECUTIVI: RICHARD BRENER, DARIA CERCEK, CATHERINE HARDWICKE, CELIA KHONA, ALEX G. SCOTT, CAREY VAN DYKE, SHANE VAN DYKE.

- OPERA SECONDA DI OLIVIA WILDE DOPO 'LA RIVINCITA DELLE SFIGATE' (BOOKSMART, 2019).

- HARRY STYLE HA SOSTITUITO SHIA LABEOUF IN CORSO D'OPERA PER LA CATTIVA CONDOTTA DI QUEST'ULTIMO DURANTE LA LAVORAZIONE DEL FILM.

- PRESENTATO IN ANTEPRIMA FUORI CONCORSO ALLA 79. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2022).

CRITICA

"Nel film diretto e interpretato da Olivia Wilde (...) la distopia ha i colori pastello dell' America anni Cinquanta, il sapore di di un drink dopo il lavoro, il profumo dei fiori di un giardino ben curato, il suono di canzoni romantiche che parlano di un mondo ideale. Quello dove vive una comunità di persone che ruota intorno a una società e a un progetto top-secret, Victory, destinato a sviluppare materiali all' avanguardia. Di più non è dato sapere. Di giorno gli uomini raggiungono a bordo delle loro fiammanti automobili il quartier generale dell' azienda governata da Frank, un po' amministratore delegato e un po' life coach, mentre le loro eleganti mogliettine rigovernano la casa, si prendono cura dei bambini, cucinano arrosti, si conce- dono ore di shopping e di chiacchiere, si agghindano per le lussuose feste serali. Ma le cose non sono come sembrano e quando alcune crepe cominciano a scalfire la superficie di quella realtà glamour codificata da rigide regole sociali e quell' ottimismo alimentato da slogan autocelebrativi, trapelano immagini, ricordi, flash back, incubi che rimandano a una verità fatta di frustrazione, dolore e degrado. A rompere l' idillio ci pensa Alice, decisa a sfidare la società degli uomini e a scoprire come stanno veramente le cose." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 05 settembre 2022)

"La comunità di Victory sembra felice. Ma qualcosa cela quel perfetto villaggio anni '50, oasi nel deserto con casette monofamigliari, auto dei mariti che vanno al lavoro riprese dall' alto come coreografate, le mogli che salutano all' unisono prima di andare in palestra o a fare shopping. Infatti, c' è qualcosa di strano in tutto quell' idillio alimentato a Martini con oliva: sono ammessi anche gli afroamericani, il gruppo che suona alle feste si chiama Dollhouse Band e le uova talvolta sono solo guscio. (...) Un fuori concorso utile per il tappeto rosso più che per emozionare gli appassionati di cinema." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 05 settembre 2022)

"(...) "Don't worry darling" è un thriller psicologico che non mette in scena solo l'ottimismo sociale degli anni '50 e '60, ma anche l'estetica di quel periodo. Ricorda per certi versi la compagine di altri film, da "The Truman show", a "Suburbicon" e "Pleasantville". L'iconografia statunitense di un'epoca coloro pastello in cui vivere "happy days" calza a pennello per chi, come il capo del progetto, voglia educare all'ordine e alla precisione supremi i suoi sottoposti. Mentre lui fidelizza gli uomini a colpi di promozioni professionali, la sua consorte istruisce le mogli su quanta ci bellezza ci sia nel controllo e grazia nella simmetria. (...) Il visionario Frank si esprime come fosse in possesso di una sapienza messianica. Rende appetibile la confort zone ai suoi concittadini e ripete loro che insieme potranno cambiare il mondo proprio a partire da quell'eden nel deserto. "Don't Worry Darling" mostra come il linguaggio sia un'arma e come le promesse e i benefit materiali siano strumenti di controllo. Più che abolire il caos, il demiurgo del film intende schiacciare il libero arbitrio. Il tipo di donna che vive qui prova gioia nell'allietare il riposo del guerriero. Pensare che questa sia la descrizione della felicità partorita da una sensibilità esclusivamente maschile sarebbe sbagliato, il film lo dimostrerà. Magari non tanto il bamboleggiare e l'esprimersi nell'arte degli antipasti, ma l'idea di non essere autonome e di esistere come appendice di marito e figli può comunque essere un'aspirazione per alcune. (...)"Don't Worry Darling" è un monito a riconoscere il marcio oltre l'apparenza linda, la coercizione oltre la lusinga e a ricordare che spesso un'anomalia nel sistema è una benedizione in quanto scintilla del pensiero critico." (Serena Nannelli, 'ilGiornale.it', 05 settembre 2022)
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