Dogtooth

Kynodontas

GRECIA - 2009
2,5/5
Dogtooth
Una famiglia composta da padre, madre, due figlie e un figlio vive ai margini della città in una casa protetta da un alto recinto. I ragazzi vengo istruiti ed educati dai genitori e non hanno mai messo piede fuori dalla recinzione, così come non hanno mai avuto alcun contatto con altre persone, genitori a parte, se non Christina, un'agente di sicurezza, di cui tutti in famiglia sono entusiasti. Poi, un giorno, Christina regala alla figlia maggiore un cerchietto speciale chiedendo qualcosa in cambio...
  • Altri titoli:
    Canines
  • Durata: 96'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (2.35:1)
  • Produzione: BOO PRODUCTIONS, GREEK FILM CENTER, HORSEFLY PRODUCTIONS
  • Distribuzione: LUCKY RED
  • Data uscita 27 Agosto 2020

TRAILER

RECENSIONE

di Lorenzo Ciofani
Con tipica solerzia italiana, Dogtooth arriva in sala a undici anni dall’uscita, quando ormai chi voleva vederlo ha già provveduto a farlo generalmente grazie a metodi alternativi (leggi: illeciti). Niente di incomprensibile: è il film (il terzo in assoluto ma il secondo in solitaria) che consacrò a livello internazionale il greco Yorgos Lanthimos, tra i registi più acclamati e celebrati del panorama contemporaneo.

Presentato a Un certain regard a Cannes 2009 e candidato all’Oscar come miglior film straniero, Dogtooth è ormai diventato un cult, punta di diamante della rinascita del cinema ellenico d’inizio decennio (erano gli anni in cui Attenberg e Miss Violence vincevano ai festival) e pietra di paragone per tutta l’opera del regista.


[caption id="attachment_147731" align="aligncenter" width="300"] Copyright 2020 LUCKY RED S.r.l.[/caption]

Dopotutto il film rappresentò davvero una scossa per l’intera Grecia, ponendosi come una violenta, asfittica, allucinata allegoria di un Paese che, di lì a poco, si sarebbe ritrovato in una terribile crisi economica e sociale. È naturalmente una lettura col senno di poi, ma a distanza di undici anni appare evidente come Lanthimos e il fedele co-sceneggiatore Efthymis Filippou siano riusciti a intercettare la paranoia, le paure, il dolore di un popolo attraverso una spaventosa distorsione grottesca.

Per paradosso si riesce a comprenderlo e inquadrarlo con maggiore precisione proprio ora che per un decennio è stato analizzato, digerito, amato, odiato e si propone agli spettatori italiani da mesi lontani dalle sale. Ed è curioso che Lucky Red abbia scelto di recuperare e distribuire in sala un film tanto asfissiante.

Bersaglio è la famiglia borghese, dominata da un tirannico padre-padrone (imprenditore) che ha confinato la moglie (sottomessa) e i figli nel perimetro di un’elegante villa-prigione in cui le regole, le abitudini, i legami non collimano con la vita reale (anzi: ne sono una deformazione agghiacciante). L’intenzione sarebbe quella di non contaminarli con l’orrore del mondo fuori, ma l’inganno è palese: il padre è un despota che ha instaurato un sistema fondato sul controllo totale. L’innesto di un’esterna sconvolge il perverso equilibrio di quella falsa realtà coercitiva.


[caption id="attachment_147730" align="aligncenter" width="300"] Copyright 2020 LUCKY RED S.r.l.[/caption]

Esplicitamente nel solco di Michael Haneke e Ulrich Sield, Lanthimos dà sfoggio di tutte quelle che sarebbero diventate le marche tipiche del suo stile: inquadrature fisse e frontali, annullamento emotivo, straniamento di matrice teatrale, aperture visionarie verso il grottesco. L’allegoria è scoperta, sin dal titolo-inganno (sta per “canino”: il padre ha convinto i figli che potranno uscire di casa in sicurezza quando perderanno quel dente): la casa è la Grecia, il padre incarna il patriarcato, i figli sono vittime sacrificali.

Dalle radici ancestrali della tragedia sorge un’astrazione atemporale che è in realtà riflesso del contemporaneo, una fuga dal realismo per squarciare la realtà. Tutto il cinema di Lanthimos sta qui dentro, e tanto basta. Indiscutibile l’incidenza sul cinema arthouse degli anni dieci, ma la rivelazione dello sguardo dell’autore contiene anche tutti i suoi limiti: i suoi film chiusi finiscono per chiudersi in se stessi, intrappolati nello schema teorico di un teorema che ammicca sia agli ammiratori che ai detrattori. Più furbo e provocatorio che crudele e feroce, già di maniera (ma comunque meglio delle rancide aragoste e dei cervi sacri).

NOTE

- PRIX UN CERTAIN REGARD - FONDATION GAN POUR LE CINÉMA AL 62. FESTIVAL DI CANNES (2009).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2011 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Giorgos Lanthimos lo avevamo scoperto due anni a fa, al Forum di Berlino, col sorprendente 'Kinetta', scoperta anche di una generazione del cinema greco che rompeva radicalmente col passato dei padri, lasciando intuire dissonanze emozionali e il feroce esplosi nella protesta degli studenti che lo scorso inverno ha paralizzato la Grecia. 'Canines' del film precedente esaspera la frantumazione e la freddezza crudele della storia e dei protagonisti. Come anche l'enigma in cui viene messo lo spettatore: dove siamo? Chi sono quei tre ragazzi che ripetono strane frasi facendo giochi ai limiti del masochismo? (...) Cronaca di un fascismo ordinario quale produce una comunità chiusa e xenofoba, sottomessa a patriarcato, religione, repressione sessuale. Che naturalmente si autoassolve da qualsiasi mostruosità, indicandola come necessaria. Difatti, cacciata la pericolosa intrusa esterna, il padre obbliga le due figlie a fare sesso col fratello, sfogando poi lui stesso le sue perversioni erotomani su di loro. Questo maso violento di brutalità è congelato in una cappa pesante, che porterà alla degenerazione. Haneke si diceva, e non per il soggetto, il suo cinema sembra essere un riferimento importante per Giorgos Lanthimos, come quello di Ulrich Sield. Il rischio è che la fascinazione per questi meccanismi di immaginario autoritari, è di scivolare in una certa affettazione di maniera, che in Canines è sempre sul limite. A volte anche oltre." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 22 maggio 2009)
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