Dietro i candelabri

Behind the Candelabra

USA - 2013
Liberace, pianista virtuoso ed esuberante, è ormai una star affermata: calca i palcoscenici dei teatri d'America, appare in televisione; la sua è una vita fatta di eccessi e di clamore. Finché un giorno il giovane Scott Thorson lo raggiunge in camerino: tra i due uomini, nonostante la notevole differenza d'età, nasce una relazione profonda e segreta, fatta di alti e bassi...

CAST

NOTE

- IN CONCORSO AL 66. FESTIVAL DI CANNES (2013).

- GOLDEN GLOBES 2013 COME MIGLIOR MINI-SERIE TELEVISIVA E A MICHAEL DOUGLAS COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (DI MINI-SERIE TELEVISIVA). ANCHE MATT DAMON ERA STATO CANDIDATO COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA E ROB LOWE COME NON PROTAGONISTA.

CRITICA

"Nonostante il nome di Douglas, e quello di Matt Damon per la parte del suo amante Scott Thorson, nessuna major voleva investire i cinque milioni di dollari che mancavano al regista per chiudere una produzione di ventitré (più o meno la metà del costo di una commedia a Hollywood). Così alla fine il film ha potuto farsi solo perché il canale tv HBO è entrato nel progetto. E mi piace pensare che questi prolegomeni abbiano finito per influire sul film, che non a caso unisce il piacere della recitazione alla riflessione sulla società dello spettacolo e le sue regole non scritte. Al centro del film il legame che per cinque anni unì il musicista a Scott, un aspirante veterinario che ammaestrava animali da usare nei film: non un biopic tradizionale, ma piuttosto un viaggio dietro le quinte ('Behind the Candelabra' dice il titolo originale, che per l'Italia è diventato plurale, anche se sul pianoforte ce n'era sempre uno solo) che racconta la «doppia» vita di Liberace, in bilico tra una «libertà» che prendeva forma dentro le mura di casa e la «maschera» che indossava in scena. - In questo gioco tra pubblico e privato, Douglas e Damon offrono una prova davvero eccezionale: i personaggi e l'ambiente potevano spingere verso troppo facili caratterizzazioni al limite della macchietta, ma entrambi (che pure non risparmiano pose e atteggiamenti volutamente kitsch) sanno restituire anche la verità di due vite schiacciate dalle convenzioni sociali di un'America ancora molto puritana. Mentre la sceneggiatura di Richard LaGravenese inquadra (e spiega) i loro comportamenti all'interno di un mondo dove le leggi dell'apparire stanno diventando sempre più dittatoriali. Non è solo l'omosessualità che va nascosta, anche il passare dell'età e il decadimento fisico iniziano a diventare peccati che non si possono perdonare. E al film bastano poche scene e pochi, emblematici personaggi (il chirurgo plastico interpretato da Rob Lowe, l'agente di Dan Aykroyd, la madre di una irriconoscibile Debbie Reynolds: tutti straordinari!) per restituire l'avidità - metaforica e insieme concretissima - di un mondo che non vuole accettare personaggi meno che «perfetti». Nel successo e nella forma. Così, dietro le pellicce e i candelabri, l'eccentricità e l'ostentazione, prende forma un mondo che non accetta tradimenti, dove i soldi scandiscono ogni cosa, dai contratti di lavoro ai rapporti umani, in nome di un'apparenza che non può mai essere incrinata o messa in discussione. E che solo l'ineluttabilità della malattia e della morte (non a caso si cita la fine di Rock Hudson) sembra alla fine capace di scardinare. E un film che era cominciato come un viaggio spensierato (e divertente) dentro l'eccentricità diventa alla fine il ritratto di un mondo infelice e malinconico, oltre che lo specchio di un cinema che sembra risplendere di mille luci ma che alla fine non può che rivelare quanto di falso (e di doloroso) nasconda. Il che, per un regista come Soderbergh che ha deciso di prendersi una lunga pausa di riposo dall'attività cinematografica, non può essere che il più perfetto degli epitaffi." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 4 dicembre 2013)

"Virtuoso del pianoforte osannato e strapagato, tra gli anni 50 e i 70 Valentino Liberace, Lee per gli intimi, fu la creatura più incredibile partorita dallo show-biz americano. I suoi spettacoli, quintessenza del kitsch a metà tra il look del 'glam rock' e la pura cafonaggine, sono ricostruiti da Steven Soderbergh in un film sorprendente, che prende in contropiede le regole del biopic d'artista: genere molto codificato, come si sa, tendente a procedere per tappe obbligate (la difficile ascesa, la fama, la caduta, il ritorno trionfale...) e per cliché. Niente di tutto questo in 'Dietro i candelabri'; che, a rigore, non si può dire neppure un biopic. Liberace, infatti, è osservato attraverso gli occhi di un altro personaggio: Scott Thorson, giovane provinciale orfano che fu suo amante e convivente per cinque anni a partire dal 1977. (...) sceneggiato da Richard LaGravenese sulla base del libro di memorie di Thorson, è una storia d'amore, intensa e con momenti di inaspettata dolcezza; e in cui la relazione omosessuale è trattata perfino con toni di prosaicità coniugale. (...) La cosa migliore di tutte, però, è l'equilibrio tra il rispetto per i personaggi (tanto più notevole trattandosi di gente dalle vite abnormi) e l'ironia che traversa la maggior parte delle scene; senza scadere nella caricatura ma tenendo la giusta distanza critica tra l'osservatore e il mondo che rappresenta, regno della superficialità e dell'apparenza più estreme. Il contesto sovraccarico e terribilmente volgare in cui evolve la relazione (Liberace si immagina erede di Ludwig II di Baviera e vive in una villa trompe-l'oeil non meno cafona dei palcoscenici di Las Vegas dove si esibisce) non spegne la forza drammatica delle situazioni, che procedendo nel tempo assumono toni più seri e perfino dolorosi. E, alla fine, la rappresentazione di quell'universo artificiale arriva a evocare il cinema di Federico Fellini. D'obbligo spendere una parola sulle interpretazioni, che sono notevoli. Sia quella di Michael Douglas, capace di rendere umano e perfino simpatico un personaggio che, per le sue azioni, potrebbe risultare odioso. Sia quella di Matt Damon, che a quarant'anni suonati accetta la sfida di interpretare uno Scott molto più giovane (quando la relazione ebbe inizio aveva diciott'anni) senza che la cosa risulti mai ridicola." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 5 dicembre 2013)

"Vita (sfrenata), arte (kitsch) e ossessioni (esemplari) di Valentino Liberace, pianista italo-polacco-americano e musicista più pagato del mondo tra gli anni 50 e 70. (...). Per capire perché Soderbergh ha dedicato un biopic insieme anomalo e classico ma tutto da godere a questo divo oggi dimenticato, bisogna aspettare il sottofinale. Quando i giornali annunciano la morte per Aids di Rock Hudson, che fu appunto la prima star a fare outing - suo malgrado - morendo. Finiva un'epoca, ne iniziava un'altra: ma Liberace, (sorprendente, irresistibile Michael Douglas) che suonava sempre con un candelabro sul pianoforte, sta a cavallo tra le due. Un piede nel passato, con le sue fidanzate ufficiali, la villa-mausoleo, lo stile di vita oltraggioso e blindato. Un altro nel futuro, con quell'ossessione per la chirurgia estetica e i sogni infantili di immortalità che anticipano Michael Jackson ma anche manie epocali e di massa come la smania di riprodursi a qualsiasi costo e in ogni circostanza. Che oggi passa attraverso mondi virtuali e biotecnologie, ma allora prendeva forme più cruente. Come vediamo quando Liberace, terrorizzato all'idea di non aver figli, chiede al chirurgo che sta per sottoporlo a lifting (con immagini gore di epidermidi sollevate), di scolpire il suo giovane favorito (Matt Damon) a sua immagine e somiglianza. È il momento più horror di questo film spesso esilarante e molto esplicito, sia pure senza insistenze sessuali (niente studios, produce la più libera HBO). Che alla musica preferisce la casa di Liberace, le sue assurde mises, il rapporto con sua madre (la gloriosa Debbie Reynolds, 81 anni e due scene memorabili), ma soprattutto la lunga e tempestosa relazione fra il divo e il giovane e sprovveduto Scott Thorson (autore del libro all'origine del film), destinato a fargli da segretario, amante, servo, clone, prima di essere liquidato con pochi riguardi e ancor meno quattrini quando il divo iniziò a stufarsi. Altro che nozze e divorzi gay: comandava il più forte, punto e basta. Come tra gli etero, senza troppe illusioni. " (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 5 dicembre 2013)

"Virtuoso del piano, acclamato showman e per anni indiscussa star dell'Hilton di Las Vegas, Wladziu Valentino Liberace usava presentarsi in scena sfavillante di lustrini e avvolto in pellicce come fosse una drag-queen. E gay lo era, però guai a scriverlo! Sulla base di una solida sceneggiatura di LaGravanese ispirata alle memorie 'Behind the Candelabra' di Scott Thorson - schiavizzato amante dell'entertainer fra il 1976 e l''82 - il film ripercorre le tappe di quell'amore dal corteggiamento alla rottura, con Scott perso nella cocaina e Liberace in cerca di nuove prede prima di scivolare nella morte per Aids (1987). In una dosata miscela di commedia e dramma, la regia di Soderbergh assicura un'impeccabile intelaiatura formale in bilico fra vita e spettacolo, ma il valore assoluto della pellicola prodotta dalla televisiva HBO (e vincitrice di 11 Emmy) è la formidabile personificazione di Michael Douglas, che fra chimoni e parrucche fa emergere dell'istrionico professionista i contraddittori aspetti di genuina gentilezza e spietato calcolo. Nei panni del biondo, giovanissimo Scott, il quarantenne Matt Damon si intona al gioco indossando temerari slip di strass e grazie ai due attori, la discutibile storia d'amore diventa autentica e persino commovente." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 5 dicembre 2013)

"Affidare il ruolo di colui che, oggi, è un'icona gay al punto di essere citato in un brano di Lady Gaga ('Dance In The Dark') a un divo molto, ma mooolto eterosessuale come Michael Douglas poteva essere una scommessa insensata. Soderbergh ebbe l'idea anni fa, sul set di 'Traffic', quando lo vide esibirsi in una strepitosa imitazione di Liberace. Ma un conto è imitare un personaggio famoso per far ridere gli amici, tutt'altro è interpretarlo senza limitarsi alla macchietta. Il risultato è miracoloso. Douglas offre una performance da Oscar, sempre che il film possa concorrere ai premi: negli Stati Uniti è andato direttamente in tv, lo scorso 26 maggio, dopo la presentazione in concorso a Cannes. Dietro i candelabri è infatti, tecnicamente, un tv-movie prodotto dal canale HBO. Soderbergh ha raccontato che a Hollywood nessuno voleva produrlo perché «troppo gay». Ennesima prova del fatto che la tv americana, in questi anni, è molto più coraggiosa e sperimentale del cinema. Il film non esplora tutta la vita di Liberace: si concentra sul rapporto con Scott Thornson (Matt Damon), che dal 1977 in poi fu suo assistente factotum e suo amante. Molto divertente nella descrizione dello show-business, diventa doloroso e commovente per come racconta la solitudine di un artista costretto a nascondere la propria identità profonda. In ultima analisi, è quasi un film di denuncia sulle storture dello star-system. Douglas e Damon sono straordinari anche nelle roventi scene di sesso, e intorno a loro c'è un coro di caratteristi formidabili. Il più impressionante è l'ex bello Rob Lowe, nei panni di un chirurgo plastico alla Frankenstein." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 5 dicembre 2013)

"Nessuno studio hollywoodiano ha avuto il coraggio di seguire Steven Soderbergh nel mondo ipersfarzoso e nelle contraddizioni profonde di Wladziu Valentino Liberace, Walter per i famigliari (italopolacchi del Winsconsin), Lee per amici e amanti. Nemmeno con Michael Douglas nel ruolo del fiammeggiante, virtuosistico, pianista (educato alla musica classica, professava uno stile autobattezzato «pop con un tocco di classici», muovendosi tra il boogie woogie e l'adorato Chopin) e Matt Damon in quello del suo giovane autista/amante, Scott Thornson. Così il regista di 'Traffic' (...) e il produttore di 'Ocean's Eleven', Jerry Weintraub, si sono rivolti alla rete cavo HBO, e il film più «lussuoso» di Soderbergh dai tempi degli Ocean, in Usa è arrivato solo in televisione. (...) Nonostante sia in ottima forma, a quarantadue anni, Matt Damon non può passare per un teen alter, ma l'aura di (quasi cocciuta) naiveté che dà al suo personaggio nel corso di tutto il film funziona, e sfuma un po' agli occhi del pubblico la realtà di un sessantenne (Liberace era nato nel 1919, il film inizia nel 1977) che seduce un ragazzo veramente molto più giovane di lui. Lavorando di grande dettaglio sulla voce, i movimenti e l'istinto infallibile che Liberace aveva per il glamour del palcoscenico (persino Elvis sarebbe stato influenzato da lui), Douglas usa benissimo la sicura naturalezza datagli dal suo sangue blu hollywoodiano per interpretare un uomo per cui indossare parrucche, maxipellicce di ermellino, corsetti damascati rosso fragole e scarpette di broccato era cosa di tutti i giorni. Il suo Liberace «è» sopra le righe, ma non si comporta come tale. E su questo registro di equilibrio assoluto funziona il genio del film. (...) Soderbergh (come al solito dietro alla macchina da presa, che muove con grande discrezione rispetto agli ultimi film) e i suoi attori si fermano genialmente alla soglia del precipizio macabro/ grottesco. O forse ci si buttano dentro così radicalmente che non ce ne si accorge più. Difficile dire...." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 5 dicembre 2013)

"(...) 'Behind the Candelabra' è soprattutto il passo a due del mesmerizzante Michael Douglas nelle vestaglie rococò di Liberace e del paggio Matt Damon nei costumini di Scott: due attori favolosi, «due pesi massimi di Hollywood che - ha puntualmente osservato sul Chicago Sun-Times Lori Rackl - affrontano agevolmente dei ruoli che sino a poco tempo fa ne avrebbero troncato le carriere». (...) Dunque, bravi tutti: Douglas, al rientro dopo il cancro alla gola; Damon, che più queer non si può; HBO, per coraggio e lungimiranza. E Soderbergh? Sulla Croisette, dove solo 26enne vinse la Palma d'Oro con l'esordio 'Sesso, bugie e videotape' nel 1989, l'ha presentato come il suo ultimo film, cosa che recentemente gli capita abbastanza spesso: vedremo, non ha progetti in cantiere, a parte la serie 'The Knick'. Fosse il suo film testamento, 'Dietro i candelabri' ce lo riconsegnerebbe fedelmente: non un Autore, ammesso a Hollywood sia (ancora) possibile, ma un ottimo professionista, un abile regista, impeccabile dietro la macchina da presa, stilisticamente ineccepibile, ma poeticamente ondivago - accanto all'esordio, i suoi picchi sono 'Bubble' e 'The Informant!', sopravvalutato il dittico sul 'Che' - e carente in sensibilità. Come da titolo, avrebbe voluto/dovuto sondare il 'dark side of' Liberace, ovvero, il narcisismo divorante dietro i lustrini, la dissolutezza egotistica dietro le piume di struzzo, la co-dipendenza - tema clou di Hollywood oggi, da 'The Master' a 'The Immigrant' - con Scott Thorson e la crudeltà dello showbiz, che ti riempie di denaro, ma ti chiude la bocca (l'impossibile coming out). Dietro i candelabri, viceversa, che troviamo? Lo sguardo di Soderbergh è coinvolto, bonario e pure condiscendente, ma l'approccio non è antropologico, bensì 'zoologico': sì, un safari colorato, esotico, ultrapop (non camp), dove appunto l'importante è fotografare bene. La violenza, la sofferenza, la catena alimentare (showbiz mangia Liberace, Liberace mangia Scott) non sono qui: elogio della superficialità o, le tante critiche positive, elogi superficiali?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 5 dicembre 2013)

"Se recitare significa non avere paura di nulla, Matt Damon è un attore più che temerario. Per immergersi nel kitsch spudorato di 'Dietro i candelabri', vita e opere del pianista omosessuale Liberace alla fine degli Anni 70 in America, ha dovuto assorbire look, movenze, espressioni, del giovane Scott Thorson, ammiratore del celebre pianista, poi divenuto suo amante, per 5 anni, nella massima segretezza, perché, all'epoca, di Liberace si poteva sapere tutto, tranne che fosse gay. Non è solo una questione di caschetto biondo, di pantaloni cuciti addosso, di anelli abnormi e nemmeno di un viso che deve cambiare assetto perché Thorson a un certo punto si sottopone a un intervento di chirurgia plastica Di quel ragazzotto di provincia baciato dalla fortuna di essere desiderato da un'immensa star, Damon ha assorbito le insicurezze, i timori, la rabbia sepolta sotto pellicce e lustrini, l'incapacità della gratitudine e il rimorso finale. Come se camminasse sul filo, senza rete di protezione." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 5 dicembre 2013)

"Basato su un racconto autobiografico, il film 'Dietro i candelabri' racconta la burrascosa relazione, durata anni, tra il pianista Liberace e il suo (molto più giovane) amante Scott Thorson. 'Behind the Candelabra', diretto da Steven Soderbergh con protagonisti Michael Douglas e Matt Damon, ricorda che prima di Elvis, di Elton John, di Madonna, Bowie e Lady Gaga, c'è stato Liberace: pianista virtuoso, intrattenitore stravagante e figura appariscente sia sul palcoscenico sia in tv. (...) La messa in scena, curata da Soderbergh, esalta gli eccessi di un uomo di spettacolo, che cavalca il palco come una popstar, con costumi stravaganti e sfarzo eccessivo. Un aspetto sconfinato anche nella vita privata del pianista, dal lusso della sua residenza a quei vizi che hanno reso il film troppo gay per gli studios, almeno secondo Soderbergh, tanto che questo lavoro è stato poi prodotto dalla HBO Films. Quasi a testimoniare che la tv via cavo americana è sempre più sinonimo di libertà creativa e permette agli autori di operare senza limitazioni. A quanti non fossero appassionati del genere, il film regala molta ironia, tanto che i personaggi e le situazioni (sopra le righe) non vengono mai ridotti a macchiette, ma sono sempre figure tratteggiate con efficacia. In evidenza e molto curato l'aspetto scenografico e costumistico per riprodurre lo stile di vita dell'artista, mentre è relativamente poco lo spazio dato alla musica in un film che racconta di un pianista del calibro di Liberace. Si tratta, però di una scelta voluta dal regista più che di un difetto: Soderbergh è infatti partito dal libro e questo, evidentemente, ha limitato il film relegandolo a immagini che, qua e là, appaiono, a volte, persino didascaliche. La grande verità è che, comunque, ai tanti ventilati addii al cinema, Soderbergh continua a sfornare titoli, tra alti e bassi. Attorno allo strepitoso Douglas (armato di abiti pazzeschi e parrucchini d'obbligo) si anima una curiosa galleria di personaggi: dallo straordinario Matt Damon, al chirurgo estetico Dottor Startz (Rob Lowe, icona degli anni '80), all'agente di Liberace, Seymour Heller (Dan Aykroyd), per finire con l'invadente mamma di Liberace, Frances (Debbie Reynolds)." (Dina d'Isa, 'Il Tempo - Roma', 5 dicembre 2013)

"E pensare che le major si erano rifiutate di produrlo, ritenendo il film 'troppo gay'. A svelarlo è stato lo stesso Soderbergh e vengono i brividi al pensiero di quello che ci saremmo persi. Per fortuna, la HBO ha tirato fuori il budget necessario, con il risultato che 'Dietro i candelabri' (titolo orrendo, pur significativo) è una delle pellicole più intense, meglio recitate e intelligenti passate in questo 2013. Merito, soprattutto, di Michael Douglas che ha voluto fortemente la parte di Liberace, uno dei primi showman capace di intrattenere, con il suo pianoforte e i suoi costumi decisamente kitsch, le masse. Il film però non è un biopic della sua camera. E', invece, il racconto della sua più importante storia d'amore, quando, ormai quasi sessantenne, si innamora del giovanissimo Scott Thorson (Matt Damon). (...) Soderbergh riesce a sviscerare un tema delicato, senza cadere in facili stereotipi. Oltretutto, usando due protagonisti che, nell'immaginario collettivo, sono l'emblema della mascolinità; il film deve tutto alla loro strepitosa interpretazione, mai sopra le righe, eccellente in ogni sfaccettatura. E' merito loro se vi calerete, rapiti, nel dramma di questa turbolenta relazione, comune, negli elementi scatenanti, a tante coppie, senza badare al sesso dei suoi protagonisti." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 5 dicembre 2013)

"Piacerà a chi (...) apprezzerà la prova maiuscola dei due divi, in personaggi lontanissimi dai loro soliti. Anche la regia di Soderbergh lotta vittoriosamente per sottrarsi ai luoghi comuni dei melodrammi sugli amori proibiti. E al pericolo di annegare nel kitsch come i suoi personaggi." (Giorgio Carbone, 'Libero', 5 dicembre 2013)

"Pigmalione e il suo protetto, tra broccati, gioielli, ermellini a strascico, baci e amplessi nella seta, vasche idromassaggio, chirurgie estetiche e Rolls Royce decorate a mano. Chez Lee Liberace. Tranche finale del fenomeno pop, omosessuale mai dichiarato che copre al suo pubblico benpensante e bacchettone l'amore per il biondino Scott, finché l'Aids non smaschera tutti. Douglas-Liberace è uno spettacolo, Damon-Scott anche. Riuscendo a gestire l'acting un passo prima dall'imitazione effeminata, sono insieme veri e liberi, divertenti e allusivi, (....). Attori e regista sono autori allo stesso grado." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 6 dicembre 2013)
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