Deerskin

Le Daim

FRANCIA - 2019
3/5
Deerskin
Un uomo ossessionato dall'acquisto di un costoso giacchetto di pelle di daino di marca finisce per perdere tutti i suoi soldi e infilarsi in un giro criminale.
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: MATHIEU VERHAEGHE, THOMAS VERHAEGHE PER ATELIER DE PRODUCTION

RECENSIONE

di Emanuele Rauco
Potrebbe essere un perfetto racconto d’orrore: l’ossessione di Edgar Allan Poe e il feticismo di William Lustig. Le daim però è un film di Quentin Dupieux, regista e dj eclettico e bizzarro che ha fatto dell’umorismo surreale e grottesco il suo marchio di fabbrica, per cui diventa il curioso innesto tra le due modalità.

Il protagonista (Jean Dujardin) è un uomo che si trova ossessionato da una giacca di cervo comprata mentre sta fuggendo, forse, dalla sua vita.

Si isola in un piccolo paesino montano in cui finge di essere regista, ma la giacca comincia a occupargli la mente con un proposito: diventare l’unica giacca esistente al mondo e fare di lui l’unico proprietario di una giacca.

Dupieux, che oltre a dirigere, scrive, cura la fotografia e monta, realizza un horror comico e straniante in cui l’oggetto del desiderio diventa il meccanismo della perversa ironia del regista ma anche il veicolo attraverso cui esplicitare una riflessione umanistica.


 

Riflessione che a ben guardare è sempre stata sul fondo dei suoi film attraverso oggetti o figure inumane come lo pneumatico di Rubber o il cane di Wrong: qui lo strappo dell’umanità del protagonista, la cui personalità si scinde per infondersi nella giacca, è anche lo strappo della dimensione umana del cinema - digitale fuori ma analogico dentro, quindi a sua volta scisso - il cui sogno di potenza diventa una richiesta d’aiuta vestita da orrore.

Il regista la racconta non derogando dal suo modo di creare universi visivi e narrativi folli, ma in cui la follia nasce solo dal contrasto con le aspettative dello spettatore perché al suo interno è seguita da tutti, condivisa, accettata e portata all’estremo.

Dupieux racconta a suo modo di cosa è fatta un’identità in frantumi e dei modi per ricomporla, ma non cerca sottigliezze e metafore: è tutto esposto, e quindi ridicolizzato, è tutto detto come nella scena in cui la montatrice interpretata da Adèle Haenel spiega il film che il finto regista sta girando (e che a livello di meta-cinema sembra un atto d’amore verso il gesto del montaggio.

Nel dire ciò che pensa, Dupieux mette alla berlina sé stesso, rivolta la macchina da presa verso sé stesso e forse si mette in gioco. Nel suo Le daim niente è serio, ma tutto appare grave, anche la risata.

NOTE

- FILM D'APERTURA ALLA 51. QUINZAINE DES RÉALISATEURS (CANNES 2019).

CRITICA

"Per Quentin Dupieux tutti i suoi film sono degli incubi. O delle ossessioni. Più conosciuto come Mr. Oizo, autore di quel 'Flat Beat' che alla fine degli anni Novanta diventa un successo mondiale, Dupieux diviene allora uno dei protagonisti del French Touch, musicista e autore di videoclip col gusto però di esplorare altri territori, musicali e non solo. C'è il cinema, per esempio, che oscilla tra Francia e California. Nel 2006 realizza il primo film, 'Steak', l'accoglienza è freddina ma non quella critica che elegge questo outsider del cinema a nuovo talento «cool» del momento. 'Rubber' (2010) (...) Il «genere» sembra essere l'ultima scoperta del cinema francese - sarà l'effetto Audiard 'Fratelli Sisters'? - 'Le Daim' che somiglia a un film di adolescenti con la telecamerina e ha il gusto vintage di quei film di pazzi seriali low low budget di tanto tempo fa - nel giorno di 'La cosa' e della masterclass di Carpenter - è una scelta di programmazione ma indica qualcosa in più - pensando anche all'apertura dei 'Morti che non muoiono' di Jarmusch (nelle nostre sale il 13 giugno). Dupieux al suo mix sa dosare con giustezza, gioca su molti registri, assapora la follia, l'umorismo, l'assurdità nei registri e nei toni a lui vicini. Un film sul cinema? Forse. Ma anche un film chiuso un po' in sé stesso: «Un uomo che filma è un uomo che fa un film» dice Georges. Un po' come il suo regista." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 16 maggio 2019)
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