Dark Shadows

USA - 2012
3/5
Dark Shadows
Inghilterra, 1750. Joshua e Naomi Collins, insieme al giovane figlio Barnabas, salpano da Liverpool per iniziare una nuova vita in America. Venti anni dopo, Barnabas è il padrone della città di Collinsport, nel Maine. Ricco, potente e incallito playboy, Barnabas commette però un errore: spezzare il cuore di Angelique Bouchard, una strega nel vero senso della parola, che lo condannerà a un destino peggiore della morte. Lo trasforma infatti in un vampiro e poi lo seppellisce vivo. Due secoli dopo, nel 1972, Barnabas viene inavvertitamente liberato dalla sua tomba e scopre che il mondo è decisamente cambiato. Inoltre, tornato a Collinwood Manor, la sua grande proprietà di un tempo, scopre che è caduta in rovina e che i suoi discendenti, ognuno con i propri oscuri segreti, fanno parte di una famiglia disfunzionale...
  • Altri titoli:
    Sombras tenebrosas
  • Durata: 140'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, HORROR, FANTASY
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT, 35 MM
  • Tratto da: omonima serie TV americana (1966-1971) ideata da Dan Curtis per la ABC
  • Produzione: RICHARD D.ZANUCK, GRAHAM KING, JOHNNY DEPP, CHRISTI DEMBROWSKI, DAVID KENNEDY PER INFINITUM NIHIL, GK FILMS, ZANUCK COMPANY, IN ASSOCIAZIONE CON VILLAGE ROADSHOW PICTURES
  • Distribuzione: WARNER BORS. PICTURES ITALIA
  • Data uscita 11 Maggio 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
You're The First, The Last, My Everything canta Barry White in una delle tante hits dei '70 che compongono la colonna sonora di Dark Shadows. E' uno dei più felici raccordi visivo-sonori del film ed è significativo del modo di procedere di Tim Burton. Innanzitutto della sua capacità di sintesi: è una canzone capace da sola di evocare un'epoca, i suoi grumi ideologici, i rigurgiti dell'ingenuo romanticismo. Ed è una chiave di lettura poetica. Come sempre, a Burton non interessa l'accuratezza filologica: la storia è già immaginario, ri-scriverla significa trovare un alchimia credibile tra tracce sonore, acconciature, mode e derivati dell'industria culturale. Lo stereotipo come ingranaggio della verità.
Per Burton cinema e mondo coincidono: sono effetti cangianti di una ricomposizione dinamica, in cui di volta in volta cliché, pezzi di celluloide, frammenti d'arte del passato (come acclama impettito il protagonista, Barnabas Collins, parlando della dimora di famiglia come di "una meravigliosa fusione di arte europea e spirito imprenditoriale americano") vengono tagliati e ricuciti da questo dottor Frankenstein con la macchina da presa (meglio: Frankenweenie).
Pop e avanguardia, carta da parati floreale e quadri in stile Tamara de Lempicka, parrucconi e freak. Tutto si ricombina magicamente in Dark Shadows che è come un bignami dell'universo burtoniano.
Nel celebre telefilm della ABC, il regista americano ha trovato un soggetto d'elezione, la possibilità di dare vita a una soap-opera rock, che fosse omaggio ilare e nostalgico agli anni della sua adolescenza e opportunità di condensare in un unico testo intuizioni, ossessioni personali e idee di oltre 25 anni di carriera. Nelle mani aveva: il calco di un mondo parallelo (non c'è differenza tra un borgo medievale, la Liverpool del Settecento e un piccolo villaggio americano dell'era-Vietnam, essendo tutti ambienti fortemente modellizzati dallo sguardo del regista, ricostruiti in studio, squisitamente falsi), la storia di una famiglia tormentata (ancora una volta i figli vengono fatti a brandelli dai padri, i traumi non si contano, l'autorità sbeffeggiata), l'assurdo connubio di vivi e morti, amanti e streghe, innocenti e vampiri. E poi tutta una disponibilità di musica, colori, forme caleidoscopiche, propulsori atomici di energia positiva che sarebbe stato curioso effondere sui toni smorti, gli scenari cupi e gli esangui eroi del suo cinema. Come in Beetlejuice, lo score del film (quello originale è di Danny Elfamn: impagabile) viene utilizzato come un vestito d'arlecchino indosso al corpo di uno zombie. Ennesimo gioco di contrasti dagli effetti comici stranianti.
In Dark Shadows Burton porta all'estremo limite umori e bizzarrie, esasperando il grottesco fino al punto in cui "il grottesco si crogiola nel grottesco" (David Foster Wallace). L'emozione proromperà nel finale, quando ci verrà rivelato il vero cuore pulsante del film, ovvero non l'algida love story tra il vampiro Barnabas e la mortale Vicky (Bella Heathcote), come avevamo creduto, ma la folle e infuocata ossessione della strega Angie (Eva Green) per il non-morto.Alcune soluzioni visive lasciano senza fiato, la confezione è al solito sontuosa, gli effetti speciali perfettamente integrati nel realismo simulato. Il cast assembla vecchie e nuove maschere: Johnny Depp è un Nosferatu solo più imbranato, Helena Bonham Carter e Michelle Pfeiffer poco più che comparse, amuleti portafortuna del suo cinema. Chloe Moretz si conferma il futuro, Bella Heathcote viene persa di vista nonostante sia un personaggio centrale. Jonny Lee Miller e Jackie Earle Haley fanno i giusti comprimari. Di nuovo semmai c'è l'insopprimibile carica erotica - questa sì aliena a Burton - che porta in dote Eva Green, forme a dirigibile e labbra stracolme di vitamina C.
Per il resto: qualche parola di troppo, tempi morti in eccesso, ma anche l'indiscutile maestria di far convergere pianeti paralleli con sinuosi movimenti macchina, morbidi tagli di montaggio, illusionismi scenici di rara grazia. Burton si conferma unico nel saper trasformare ogni botola, ogni passaggio segreto, in soglia auratica, portale di un altro paese delle meraviglie. Che è però anche l'ennesimo. Il vero insormontabile limite di Dark Shadows è il suo arrivare per ultimo, ennesima magia appunto, di una filmografia che dopo aver aperto tutte le segrete scopre il vicolo cieco, il punto di non ritorno.In Dark Shadows c'è tutto di Burton eccetto Burton, ovvero quel sognatore ancora capace di spostare in avanti i confini della visione. Ci sono tante sorprese ma nessuna autentica sorpresa. Non diremo déjà vu perché faremmo torto a un'opera comunque eccelsa per qualità e ricchezza di sguardo. Ma le tracce disseminate nel film più che condurci all'autore sembrano indirizzarci verso la sua mitologia. Con l'ultima botola, quella che lo porterà oltre il suo cinema, ancora tutta da scoperchiare.

CRITICA

"Parafrasando Tolstoi, Tim Burton dice che, felicità o meno, tutte le famiglie sono strane, specie se tentano di sembrar normali. A dimostrazione, firma il gotico film tratto dalla serie horror ideata da Dan Curtis che appassionò i meriggi dei teen ager americani dal '66 al '71 per 1.225 puntate. E gli riesce bene perché mescola con consumata abilità il Dracula movie con la commedia (quasi sofisticata) in un'escalation di romanticismo con satira che prende di mira soprattutto gli anni 70 con le loro care stupidaggini oggi vintage, dai gioielli di macramè e resina alle lampade di lava, per non dire di 'Love story' di Segal, di cui viene citata la frase cult che ora fa ridere e del tema di 'Scandalo al sole' di Steiner, ancora bellissimo. (...) Burton rilancia sull'adorato tema della stravaganza psicosomatica e Johnny Depp, per l'ottava volta complice, è la perfetta immagine di un vampiro contemporaneo con un'ironia tutta interiore e l'aspetto di un bambino che potrebbe scoppiare a ridere da un momento all'altro. E poi il fantasy, l'affetto ricambiato per i mostri. Ma non sono solo vampiri, è che la sua popolazione cinematografica è sempre mista, sono vittime e carnefici, ciascuno è alieno all'altro in un mondo pop dove gli adulti combattono la fluorescenza fantastica dei minorenni, si chiamino Alice od altro e qui un'Alice comunque c'è, è Alice Cooper. Insomma Burton quando farà un film neorealista sarà finito, ma per ora non c'è pericolo. 'Dark Shadow' conferma talento anche da commediante (la grande ricca famiglia, tema tipico Usa) declinato secondo personalità femminili disposte ad aureola intorno a Depp: freudiana Helena Bonham Carter in Burton, Michelle Pfeiffer capo famiglia consapevole, la bionda ma darkissima Eva Green, sempre dreamer, azionista del Male e la dolce Bella Heatcote che si offre, donna che visse due volte, alla rischiosa esposizione dei raggi sentimentali." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 11 maggio 2012)

"Se 'Alice in Wonderland' aveva deluso i fan di Tim Burton, 'Dark Shadows' farà di peggio. Adattamento di una serie televisiva, il film assembla un repertorio di personaggi dell'immaginario 'fantasy' depositandoli in una cittadina del Maine negli anni '70 del secolo scorso. Ci sono Barnabas (Johnny Depp, ormai votato a personaggio senza niente di umano), vampiro-dandy uscito dalla bara dopo due secoli di prigionia; Angélique che, respinta in amore, lo ha maledetto rendendolo un succhiasangue; più un fantasma e una donna-lupo. In equilibrio precario tra l'iconografia gotica (il prologo, cupo come 'Il segreto di Sleepy Hollow') e la parodia del genere (con gag non sempre divertenti), 'Dark Shadows' un prodotto ibrido, col difetto che manca totalmente di "secondo grado". Anche le occasioni migliori (la contrapposizione tra la fantasma angelicata e la strega assatanata di sesso) sono sprecate in un racconto piatto e senza necessità. Che si può vedere, ma solo per alcune scene iconograficamente belle, dove il tocco di Burton si riconosce ancora. Alice Cooper fa se stesso, cantando al ballo dei vampiri." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 11 maggio 2012)

"Il connubio tra Tim Burton e Johnny Depp è talmente consolidato da risultare non più sorprendente, almeno a giudicare dalle ultime imprese del «duo», che ci sono sembrate ripetitive, fiaccate da un modello che ha barattato l'invenzione con l'aspettativa. Basti pensare a 'Sleepy Hollow' e a 'Sweeney Todd'. fino ad arrivare (ci dispiace deludere i fan) ad 'Alice nel paese delle meraviglie' un condensato quasi stucchevole di «tutto il cinema di Burton», una sorta di soluzione in provetta un po' indigesta! E anche il Cappellaio Matto nei panni di Johnny Depp (e non il contrario) sembrava troppo naif. Eppure Depp e Burton ci hanno regalato personaggi tanto fantastici quanto commoventi come 'Edward Mani di Forbice' e 'Ed Wood'. insomma, avevamo paura che l'ultimo connubio, questo 'Dark Shadows', soffrisse i dolori di una storia d'amore, quella tra attore e regista, diventata consuetudine noiosa. Invece non è così. Tim Burton torna al lavoro con Johnny Depp in un film ironico e intelligente, tratto da una soap opera americana degli anni Sessanta, 'Dark Shadows', la prima a portare sul piccolo schermo di pomeriggio storie di vampiri e lupi mannari. (...) Depp è nel suo puro elemento: un vampiro settecentesco e un po' dandy calato nel decennio più camp (ora possiamo dirlo) del Novecento, gli anni Settanta. Il connubio tra le atmosfere pre-romantiche e il visual dei primi anni Settanta è straordinario e molto divertente, e Burton riesce a sacrificare il suo estro visionario al servizio di una scenografia tanto controllata quanto finalmente inventiva, ovvero sorprendente. Non solo, ma - grazie forse alla commissione - Burton si spoglia della seriosità di genietto del fantastico e si prende un po' meno sul serio riuscendo a creare situazioni grottesche e divertenti (come la scena di sesso tra il vampiro e la strega). 'Dark Shadows' è campione di nostalgia, un concentrato post-moderno che recupera la cultura bassa e di serie B degli anni Settanta e ne fa un omaggio divertito e intelligente." (Dario Zonta, 'L'Unità', 11 maggio 2012)

"Da bambino, Tim Burton (classe 1958) era appassionato di questa serie tv - oltre 1.200 puntate in onda in feriale pomeridiana fra il 1966-71 - di cui anche Johnny Depp, benché di cinque anni più piccino, è stato fan. Tanto che il cineasta ha raccontato di essersi risolto a portare 'Dark Shadows' sullo schermo proprio per esaudire il sogno del suo attore-feticcio (otto film insieme), il quale fin dall'infanzia aspirava a essere Barnabas Collins: romantico eroe trasformato in vampiro da una strega, Angèle, infuriata con lui perché invece di ricambiare il suo amore si è invaghito dell'angelicata Josette. E' facile capire che un simile personaggio si inserisce in modo naturale, quasi necessario, nella galleria dei «diversi» burtoniani. (...) Se la serie si prendeva sul serio, Burton tratta la materia nella chiave ironica sua tipica e gli conferisce il touch inconfondibile del suo stile visionario, coadiuvato da attori bravi e spiritosi come Michelle Pfeiffer, Helena Bonham Carter ed Eva Green. Quanto all'arte fatto dandy impersonato da Depp, con la sua faccia pallida, i suoi costumi da gentiluomo e le sue unghie a artiglio, appare in perfetta sintonia con l'immaginifica cornice gotico-pop ricreata sullo schermo. Tuttavia in tanto smalto formale si avverte un vuoto: Burton inscena con l'usuale talento un teatrino popolato dei suoi pupazzi preferiti, però il suo cuore sembra stare da un'altra parte." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 11 maggio 2012)

"Burtoniani di tutto il mondo unitevi. Prima per riconoscere che lo scapigliato poeta dell'aldilà e dei perdenti da un po' di tempo si sta affievolendo, assomiglia troppo a se stesso e trova difficoltà a governare le dissonanti tonalità delle sue favole nere. Poi per rinfrancarsi cogliendo fior da fiore sullo schermo gli elementi che testimoniano come anche un Tim minore sia sempre preferibile a molti palloni gonfiati dello schermo. Certo, l'ultimo menu imbandito del maestro appariva temerario già in partenza: la trasposizione dell'horror-soap tv 'Dark Shadows' che inanellando più di mille episodi tra il 1966 e il 1971 divenne di culto in Usa, ma non ha lasciato un'impronta facilmente decifrabile presso il pubblico e la critica al di qua dell'oceano. Il nucleo narrativo, dobbiamo comunque riconoscerlo, appartiene tutto alle sue corde. (...) Johnny Depp continua a comportarsi da perfetto alter ego di Tim Burton e per l'ennesima volta si presta a compiacerlo. (...) Il vero perno di 'Dark Shadows' è dunque, a sorpresa, quello femminile che non solo mette le smorfie, un tantino prevedibili, di Deep in secondo piano, ma impone a tutto schermo il leitmotiv di un romanticismo sfrenato che sembra ereditato pari pari da un superclassico cineletterario modello 'Cime tempestose'. Hai voglia a convincerti che il segno del genio potrebbe annidarsi proprio in quest'ibridazione spericolata tra le oscure minacce care a Vincent Price o Christopher Lee e gli amorosi tormenti che fanno assomigliare la Green alle Lana Turner, Kim Novak o Grace Kelly dell'epoca d'oro hollywoodiana sta di fatto che il mix stride qua e là, presenta vuoti che sembrano ascrivibili alla sceneggiatura (nonostante sia firmata dall'emergente Seth Grahame-Smith), non crea la necessaria empatia con la platea a furia di ribaltamenti (c'è pure l'immancabile spruzzo demenziale) e, soprattutto, alterna come in una doccia scozzese evidenti cali di ritmo alle previste acmi trascinanti. Tanto che ci sembra irriverente aggiungere l'elenco delle 'cose straordinarie' (...) che in un film di Burton possono e devono considerarsi comprese nel prezzo del biglietto." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 11 maggio 2012)

"La stanza buia del bambino Tim Burton è stata ricostruita negli studi inglesi di Pinewood, ingigantita nelle forme di un castello gotico e trasferita sulle sponde di una immaginaria cittadina del Maine, Collinsport, set di 'Dark Shadows'. (...) Una galleria di incubi poetici dalle orbite annerite, corpi disarticolati nel tratto di matita, opere esposte in questi giorni a Parigi dopo la mostra di New York e Los Angeles, e che tornano in questo omaggio al geniale Dan Curtis (scomparso nel 2006), autore della serie americana. Partner creativo di Richard Matheson, il più grande scrittore vivente di Sf, Curtis ha firmato la regia di 'Trilogia del terrore' ('75) e portato sul grande schermo un adattamento della soap-opera vampiresca, 'House of Dark Shadows' (1970), interprete lo stesso attore cult, Jonathan Frid (cameo nel film di Burton che rende omaggio a un altro succhiasangue, Christopher Lee). (...) Il regista non segue la parodia di 'Nosferatu' né il coté romantico di 'Twilight' ma orchestra una commedia nera dai toni camp sull'essere sempre fuori dal proprio tempo. (...) Burton gioca con l'immortalità in questo bazar di memorabilia dove si incontrano lupi mannari e 'Crocodile rock', alla ricerca impossibile di un presente dove fermarsi." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 11 maggio 2012)

"Piacerà ai fan di Tim Burton certamente. Che ritroveranno l'immaginazione dell'immaginifico ai suoi vertici. L'occhio, per ognuno dei 112 minuti è costantemente appagato. Se, specie nel prologo, 'Dark Shadows' richiama nelle tinte barocche gli horror della Hammer con Christopher Lee, nelle sequenze del 1972 i colori fiammeggiano e delirano come nei filmati dei concerti rock. Sempre i burtoniani di stretta osservanza apprezzeranno il ritorno di Tim alle virate umoristiche che avevano caratterizzato i suoi primi film (da 'Beetlejuice' a 'Edward mani di forbice' al primo 'Batman'). Già l'umorismo. Annunciato come un remake della serie di culto (sempre 'Dark Shadows') di 40 anni fa, questa saga vampiresca burtoniana si avvicina decisamente alla parodia. Siamo vicini, troppo vicini alla 'Famiglia Addams'. Con tutte le conseguenze inevitabili. Poco horror, poca tensione, il solito Johnny Depp che rifà le leziosaggini dei 'Pirati dei Caraibi' e di 'Willy Wonka'. Il Barnabas del 1972 (interpretato dal rugoso, emaciato Jonathan Frid) era negli episodi migliori un personaggio tragico, quasi scespiriano, straziato tra la sua ansia di fare del bene (ai Collins più che altro) e la condanna a cibarsi nei secoli di sangue umano. Depp invece folleggia leggiadro, intreccia vaporosi duetti con la pronipote Pfeiffer, motteggia colla strizzacervelli di famiglia. Non è un vampiro è un puffo. Del tutto indegno delle passioni secolari suscitate nella sontuosa Eva Green." (Giorgio Carbone, 'Libero', 11 maggio 2012)
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