Daratt - La stagione del perdono

Daratt

FRANCIA, BELGIO, CIAD, AUSTRIA - 2006
Daratt - La stagione del perdono
Ciad. Atim, un ragazzo di quindici anni, parte armato di una pistola alla ricerca dell'assassino di suo padre, ucciso pochi mesi prima della sua nascita, nel corso della violenta guerra civile. Atim giunge a N'djména e trova l'uomo che stava cercando, Abdallah Nassara. Colui che si trova davanti, però, non ha l'aspetto di un assassino ma quello del rispettabile e onesto proprietario di una panetteria. Abdallah non sospetta le vere intenzioni di Atim e lo assume come garzone, insegnandogli giorno dopo giorno i segreti della sua arte. Tra i due nasce ben presto un rapporto profondo e l'uomo manifesta al ragazzo la sua intenzione di adottarlo...
  • Altri titoli:
    Daratt - Siccità
    Dry Season
    Daratt - Saison sèche
  • Durata: 96'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: CHINGUITTY FILMS, ENTRE CHIEN ET LOUP, GOI-GOI PRODUCTIONS, NEW CROWNED HOPE, VIENNA 2006, ARTE FRANCE CINEMA
  • Distribuzione: LUCKY RED (2007)
  • Data uscita 25 Maggio 2007

RECENSIONE

di Luca Pellegrini
Come i deserti che avvolgono N'Djamena, capaci di rendere opache, riarse e sabbiose le strade cittadine, le case e le baracche, così da lungo tempo è diventato arido e oscuro il cuore di Atim e del nonno, il cuore di tutti i chadiani che hanno vissuto, meglio subito, una guerra civile lunga 40 anni capace di mietere oltre 40.000 vittime. Rarefatto, dunque, è Daratt, ossia Dry Season, cioè Stagione asciutta, del regista Mahamat-Saleh Haroun, che col terzo lungometraggio ha portato il suo paese, il Chad, per la prima volta in concorso all'ultimo Festival di Venezia. Quando sulle spalle di un'intera nazione grava una storia di sangue e violenze, una delle tante storie di sterminio che hanno martoriato e continuano a martoriare il continente africano, chi si può davvero ritenere esente dal desiderio di vendetta? Atim e il nonno devono farsi giustizia per trovare una pace: l'assassino del padre-figlio è impunito, circola libero nella capitale. Va giustiziato secondo la giustizia che fa capo non alle leggi dell'uomo, ma a quelle non scritte della riparazione dei torti subiti. Un mezzo che indirettamente e inefficacemente cerca di contrastare lo stesso potere in carica nel Chad, quando offre la strada accidentata dell'amnistia generale. Atim lo trova, l'assassino diventato panettiere, ma gli eventi, per tutti, saranno imprevedibili. C'è una verità che comincia a farsi strada nel cuore devastato del ragazzo e in quello freddo dell'assassino, vi entra lavorando l'animo, come il lievito che entrambi usano per preparare, ogni giorno, il pane. Lontano dall'esprimere il classico dualismo vittima-carnefice, la regia, nei silenzi e con gli sguardi, scopre l'altra faccia di Atim. Il perdono è all'opera. Lievita. Espressioni di grande e sofferto realismo urbano e africano accompagnano la conversione, pudica e nascosta, del ragazzo: sarà una goccia, probabilmente, nell'oceano di violenze e guerre che devastano l'Africa, ma è una goccia dall'enorme valore simbolico, dall'incontestabile spessore umano, dal forte sapore di speranza.

NOTE

- PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA E MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA SIGNIS (EX-AEQUO CON "NUE PROPRIÉTÉ" DI JOACHIM LAFOSSE) ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006) DOVE HA VINTO ANCHE IL PREMIO LA NAVICELLA VENEZIA CINEMA DELL'ENTE DELLO SPETTACOLO CON LA MOTIVAZIONE: "DARATT PROSPETTA LA NECESSITÀ DEL PERDONO IN UN'AFRICA IN BILICO TRA MODERNITÀ E TRADIZIONE E DILANIATA DALLA GUERRA. PERDONO, MATURATO ATTRAVERSO LA SOFFERENZA, CHE DIVENTA VALORE UNIVERSALE E CULTURALE PER IL SUPERAMENTO DI QUALSIASI CONFLITTO NEL MONDO".

CRITICA

"L'autore riflette soprattutto sui ragazzi, su una generazione di orfani, di soli, che dovrebbero uscire dalla prigione dei ricordi di morte. La storia d'un ragazzo che, lasciato il suo villaggio, parte alla ricerca d'un approdo: sta panettiere per il negozio della sua famiglia, deve concentrare l'atroce disordine del Ciad, mentre la ricerca d'una figura paterna vuol sostituire il padre che non c'è più, e vuole sostituire anche le autorità di governo che non ci sono più." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 25 maggio 2007)

"Non crediamo che Mahamat-Saleh Haroun scrivendo la sceneggiatura di Daratt avesse in mente la preghiera cristiana del Padre Nostro. Ma le parole "dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori" vengono alla mente ricomponendo i pezzi di un film che parla di pane e, soprattutto, di perdono. Ambientato nel Ciad di oggi, dove sono ancora aperte molte delle ferite provocate dalla lunga e sanguinosa guerra civile scoppiata nel 1965, Daratt, premio speciale della giuria al Festival di Venezia, descrive le lacerazioni che dilaniano il tessuto sociale del martoriato paese. (...) Con un'ambientazione minimalista, priva di ogni riferimento esotico, la regia punta su inquadrature strette che evidenziano il rapporto tra i due protagonisti, cogliendone ogni espressione ed emozione, in un gioco di silenzi e rifiuti. La panetteria diviene un'arena, luogo di un confronto quasi animalesco tra Atim e Nassara. Il ragazzo cerca giustizia, ma è vincolato alla vendetta cui lo spinge la famiglia. Nassara cerca invece redenzione, ma è incapace di chiedere perdono. La salvezza di entrambi è nelle mani di Atim, nella sua voglia di spezzare la catena di odio che offusca il desiderio di giustizia tramutandolo in vendetta. Perdonare sarà l'unica possibilità - per Atim (e per la sua generazione) - di scrivere un futuro diverso. Un futuro che passa per due spari nel vuoto, i cui suoni si perdono per sempre nel vento del deserto." (Gaetano Vallini, "L'Osservatore Romano", 26 maggio 2007)

"Sposando lo splendore del vero con le suggestioni della metafora (vedi le invalidità dei due vecchi), il film si spinge fino a ribaltare i ruoli sedimentati nel nostro immaginario (il giovane è un cuore di tenebra; l'anziano, limpido e diretto malgrado le efferatezze compiute); però senza mirare al paradosso né al teorema. Prima produzione del Ciad in concorso al Lido, 'Daratt' ha anche il merito di inviare una parola di speranza e di vita dal tormentato continente africano, facendola apparire più forte di ogni odio o sete di vendetta." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 1 giugno 2007)

"Calcinato dal sole del Ciad, 'Daratt' è così asciutto e insieme carico di echi mitologici, che evoca lo strazio e la speranza di un intero continente con ammirevole economia di mezzi. Di geopolitica e religione (il panettiere frequenta molto la moschea) quasi non si parla. L'essenziale sta nelle immagini, nel conflitto muto fra quei due straordinari non-attori, nei pochi tocchi sapienti con cui Haroun evoca tutto un mondo. Suggerendo con pari forza e discrezione il modo per superare 40 anni di guerra civile. Premio speciale della Giuria a Venezia. Meritatissimo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 1 giugno 2007)
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