Cut

GIAPPONE - 2011
5/5
Cut
Shuji è un giovane regista giapponese impegnato a dedicare tutto se stesso nella realizzazione di un cinema di qualità. Un giorno, il ragazzo viene catturato da alcuni esponenti della yakuza a causa di un forte debito contratto da suo fratello Shingo, uno strozzino che ha contribuito a finanziare i suoi film e che è stato giustiziato dalla banda per non aver pagato i propri debiti. Venuto a mancare Shingo, la responsabilità del debito ora è di Shuji, che trova un bizzarro espediente per racimolare il denaro necessario: decide infatti di trasformarsi in 'sacco umano' a pagamento per coloro che vogliono allenarsi a tirare pugni nel bagno della palestra della yakuza. L'iniziativa ottiene subito successo tra i criminali della banda e Shuji inizia a mettere da parte un po' di soldi. Tuttavia, quando il debito sembra quasi sul punto di essere saldato, i capi della banda decidono di rendere le cose per Shuji ancora più complicate...
  • Durata: 132'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP (1:1.85)
  • Produzione: TOKYO STORY, BITTERS END

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Verità, arte e intrattenimento. E’ il cinema secondo Shuji, il filmaker protagonista di Cut. Ed è il credo di Amir Naderi, il suo regista. Cut – in Orizzonti e non in Concorso: non si capisce perché – è un vertiginoso meccanismo di sovrapposizioni e opposizioni: tra l’autore e il personaggio, il passato e il presente, l’ideale e il reale, il cinema e la vita. “Cut” è taglio, cesura. Momento di discontinuità. Ma è anche unione, “montaggio”. E’ in questo campo teorico che il maestro iraniano si muove. Ma senza cerebralismi, giocando a carte scoperte. Shuji è lui: un cineasta ai margini, che non accetta il declassamento del cinema a prodotto. Un puro, un combattente. La sua casa è un alveare d’immagini. Ritagli di giornali e poster a tema unico: i grandi del cinema. A Ozu e Kurosawa, Shuji rende omaggio e prega sulle loro lapidi perché il cinema trovi la forza di riemergere. La sue venerazione – e quella di Naderi – è totale (il rispetto passa anche dalla fotografia che, al cospetto dei maestri, vira sul bianco e nero).
Scende tra la gente (quelli che in un impeto di rabbia chiama “idioti”), col suo megafono, per denunciare lo stato di crisi in cui versa la settima arte. E all’industria che tutto insozza, risponde organizzando sul terrazzo di casa la visione di capolavori immortali: di Keaton, Welles, Ford, Bresson. Per 20, 30, 40 persone. Naderi – che gira tutto in digitale, ma con una qualità straordinaria – inquadra quello che sembra un piccolo ghetto di adepti sopravvissuti dall’alto, tra le luci dei grattaceli illuminati di Tokyo, afferrandone la fragile alterità. Una frontiera oltre i palazzoni del business.
Poi il taglio, anche nell’esistenza di Shuji: il fratello Shingo, che aveva preso in prestito del denaro dalla Yakuza per finanziare i suoi film, viene ucciso. Ora quel debito dovrà essere estinto da Shuji in persona, pena la morte. La cifra è enorme e il tempo poco: appena due settimane. Ma Shuji ha già in mente un piano.
Impossibile rendere conto in una recensione della quantità di sottotesti, personaggi e correnti emotive che attraversano il nuovo film di Naderi, operazione metalinguistica e personale insieme, disperata e romanticamente necrofila. La domanda è: davvero è così irrimediabile il destino della settima arte? Naderi ha il coraggio di essere pessimista fino in fondo, orchestrando una sorta di rito funebre popolato da fantasmi (i maestri del passato, il fratello di Shuji e quello sguardo in soggettiva di impossibile attribuzione, che improvvisamente si appropria del punto di vista), un noir nichilista, uno spettacolo di insopportabile masochismo. Shuji che usa il suo corpo come un punchball per cazzotti a pagamento è il regista che si punisce per i troppo compromessi con il denaro, il cinema violentato dall’industria, l’uomo che lava col proprio sangue la colpa di un fratello ucciso a causa sua. Naderi ha l’intuizione di usare il corpo per restituire al cinema una tangibilità, una concretezza di vita che non ha mai avuto prima d’ora. E usa le immagini dei capolavori del passato – che in dissolvenza incrociata si sovrappongono a quelle del film che stiamo vedendo – come spettri. Tutto questo per dirci che la settima arte è qualcosa di sacro: non a caso il rapporto che Shuji intrattiene con le immagini è, più che feticista, venerativo, religioso. Cut è forse l’unico film possibile sul cinema dopo il cinema, un esercizio vertiginoso di messa in abisso (esemplare il riferimento a Il cameraman di Buster Keaton), un suggestivo footage di immagini (delle proprie e di quelle altrui), una prodezza narrativa che combina diversi piani testuali e apre numerose parentesi interpretative. Un film teorico al massimo grado, mai banale dal punto di vista estetico, capace di colpire lo spettatore alla pancia. Il finale, quasi insostenibile per violenza, è assolutamente necessario. Se Naderi cercava verità, arte e intrattenimento, con Cut l’ha trovata. Il cinema può morire un’altra volta.

NOTE

- FILM D'APERTURA DELLA SEZIONE 'ORIZZONTI' ALLA 68. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA (2011).

CRITICA

"Inspiegabilmente fuori concorso, anzi film d'apertura della sezione più sperimentale, Orizzonti, il bellissimo, dark, militante, cinefilo e sconvolgente poema bellico 'Cut' dell'iraniano Amir Naderi (sottotitolo immaginario 'Uppercut', perché i pugni imperano), questa volta in Giappone, dopo 5 film Usa, e all'opera 17, ha il dono di semplificare le questioni, di dire due o tre cose fondamentali e chiare sul senso del cinema, la più ibrida delle arti di combattimento, così promiscuamente legata alla vita come è e, un po' come la nobile arte, il pugilato, forse un'arte ormai defunta. (...) 'Cut' che di questo tratta, è un grande elogio al cinema giapponese classico, cosi 'studiato' e rituale tanto istintivo e commuovente (e ci condurrà in pellegrinaggio sulle tombe di Ozu, Mizoghuci e Kurosawa, e sulla lapide di Ozu rileggeremo la parola zen più densa di significati: «nulla») e ai capolavori universalmente riconosciuti della settima arte, che hanno nutrito le immagini visive e sonore di Naderi, 'realiste' ed espressioniste allo stesso tempo, complesse formalmente ma anche dirette, telluriche e vulcaniche." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 3 settembre 2011)

"Cento pugni per cento film. E' questo il prezzo finale che deve pagare Shuji per avere salva la vita e difendere i suoi ideali. (...) E dello stesso spirito, opposto a un cinema 'avvelenato', è pervaso anche il regista iraniano Amir Naderi, emigrato negli Stati Uniti, che apre la sezione Orizzonti con 'CUT', girato interamente nel Giappone contemporaneo, pur senza lui parlare una sola parola di giapponese. Ma contano le immagini, la sceneggiatura, le metafore, la ricchezza delle citazioni. Shuji, interpretato da Hidetoshi Nishijima, sulla cui personalità e fisicità è stato scritto il film, è come l'ultimo samurai del cinema che fu: la somma pattuita per ogni pugno ricevuto, lui che diventa un sacco da boxe umano sanguinante, non è soltanto per aver siglato un patto d'onore che salva quello della famiglia. Il pugno diventa il personale sacrificio sull'altare di un'arte scomparsa, la lotta per far sopravvivere in lui e negli altri la memoria dei suoi maestri, le cui tombe visita in preghiera silenziosa: Ozu, Kurosawa, Ichikawa, Shindo, Mizoguchi." (Alessandra De Luca, 3 settembre 2011)
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