Curtiz

UNGHERIA - 2018
3,5/5
Curtiz
Determinato e arrogante, il regista Michael Curtiz deve vedersela con la politica dello studio e un dramma familiare durante la realizzazione di "Casablanca" nel 1942.
  • Durata: 98'
  • Colore: B/N-C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO, STORICO
  • Specifiche tecniche: 1.37 : 1 (ALCUNE SCENE), 2.39 : 1, 35 mm
  • Produzione: BARNABÁS HUTLASSA, CLAUDIA SUMEGHY, TAMAS YVAN TOPOLANSZKY
  • Distribuzione: NETFLIX

TRAILER

RECENSIONE

di Lorenzo Ciofani
Lo straordinario incipit di Curtiz, opera prima dello svizzero-ungherese Tamas Yvan Topolánszky, farà le gioie degli appassionati delle “Hollywood Story”, quel filone in cui scopriamo il dietro le quinte di grandi classici o il privato delle star.

All’inizio di Curtiz, dicevamo, Jack Warner discute con Hal B. Wallis sulla trasposizione cinematografica dello spettacolo Everybody Comes to Rick’s: la storia del proprietario di un bar, frequentato da rifugiati e militari, che aiuta un combattente della resistenza legato alla donna che ama.

Gli Stati Uniti sono appena entrati in guerra e Wallis ha le idee chiare: “La gente non vuole pensare alla guerra”. Ma il governo, attraverso un arcigno funzionario incaricato di seguire l’operazione, si è già mosso con il potente Warner. Hollywood deve impegnarsi a produrre un cinema di propaganda anti-nazista.




Wallis vorrebbe concentrare l’adattamento sul tormento di una donna che “deve scegliere tra il cuore e la testa”. Warner pretende solo una cosa: “Lo voglio martedì!”. I tre apportano qualche modifica, cambiano il titolo, delegano la riscrittura agli Epstein: l’abbiamo capito, il film in questione è Casablanca.

A chi assegnare la regia? Wallis fa il nome di Michael Curtiz, uno che “praticamente mangia e caga film” (è al diciottesimo lavoro in cinque anni…). Warner è contrario perché il fumatino director è noto per non rispettare i tempi di consegna. Dopo questo momento iniziale, mirabile per precisione della scrittura e eleganza della messinscena, partono gli splendidi titoli di testa di Curtiz ed è sempre più raro vederne di così raffinati in un film e non in una serie.

Sostenuto dal folgorante bianco e nero di Zoltán Dévényi (con improvvisi virate scarlatte e un unico fascio di luce a dare calore alla filologica resa estetica), Topolánszky mantiene le promesse dell’inizio e si focalizza sul ritratto dell’antieroe titolare. Bulimico e tormentato, carismatico e testardo: “Ha talento ma tutti i soldi li spende tra donne e alcool”, dicono di lui.

Ferenc Lengyel è strepitoso nel calibrare i furori e i dolori di un emigrato ungherese dominato dall’ambizione di diventare il più grande e disperatamente alla ricerca di un finale per Casablanca. “Nessun film ha cambiato il corso della storia: ma ci puoi provare”, lo sprona qualcuno.

Topolánszky coglie il grande tema della Hollywood classica come prodotto del melting pot. Una nazione che ha affidato la costruzione del proprio immaginario a persone provenienti da mondi lontani.




Rispetto agli altri esuli della Mitteleuropa che però mantenevano un più forte legame con la terra d'origine nei film americani (Ernst Lubitsch, Billy Wilder, Otto Preminger), Curtiz è forse quello oggi meno celebrato. Probabilmente anche per un’opera talmente vasta e composita da risultare un po’ troppo sfuggente.

Curtiz è il modo con cui l’esordiente Topolánszky rende omaggio all’illustre compatriota. Lo fa scandagliandone le ombre di un privato infelice (la sorella bloccata in Ungheria, una figlia mai del tutto amata) al crocevia di un frangente professionale determinante (brama il primo Oscar dopo quattro nomination andate a vuoto).

Oltre a inserirsi nella recente tendenza del biopic contemporaneo che isola una fase del soggetto per rappresentare un’intera esistenza, il film è intrigante anche per altri motivi.

Dà conto della stagione degli Studios, raccontando un lavoro – quello del regista – che oggi facilmente associamo all’immagine di un autore che sovrintende tutto, ma che all’epoca era figura assoggettata al potere del produttore. “Sulla locandina c’è il mio nome, non il tuo”, gli ricorda, infatti, Warner.


 

E apre una porta sulla grande stanza in cui sono nascoste le tante ingerenze del governo nell’entertainment. “Dobbiamo trasformare questo film in una bussola e puntarlo nella direzione giusta”. Cioè “sbarazzarsi del tedesco”, in Casablanca interpretato da Conrad Veidt (“Un nazista che fa il nazista” commenta Curtiz).

Ingrid Bergman e Humphrey Bogart sono figure sfocate, ombre impresse nella memoria: i riflettori sono tutti per Michael Curtiz. Da noi direttamente su Netflix dopo due anni di tour nei festival internazionali.

NOTE

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