Cristo si è fermato a Eboli

ITALIA, FRANCIA - 1979
Cristo si è fermato a Eboli
Nel 1935, il medico-pittore torinese Carlo Levi, condannato al confino dalla dittatura fascista, scortato da due carabinieri, scende dal treno alla stazione di Eboli: "Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l'anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia". Il viaggio prosegue in pullman e quindi in automobile. Raggiunto Gagliano, Carlo inizia a fare piccole passeggiate giornaliere in compagnia del cane Barone e lentamente entra in contatto con la popolazione che finisce per imporre, tanto a lui quanto al podestà fascista, di esercitare la professione di medico. La sorella Luisa lo raggiunge e Carlo si trasferisce con lei in una casa dove la domestica Giulia si dedica a loro. Carlo comincia così a dedicarsi alla pittura, scambia qualche parola con gli abitanti, con il podestà, con il misterioso Don Trajella. La conquista dell'Abissinia gli riconsegna la libertà. Tornato a Torino carico di ricordi, Carlo scriverà un libro per ricordare questa esperienza.
  • Altri titoli:
    Eboli
    Christ Stopped at Eboli
    Le Christ s'est arrêté à Eboli
  • Durata: 160'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA
  • Tratto da: romanzo omonimo di Carlo Levi
  • Produzione: FRANCO CRISTALDI PER VIDES CINEMATOGRAFICA, RAI 2, ACTION FILM (PARIGI)
  • Distribuzione: TITANUS - DVD: DOLMEN HOME VIDEO (2010)

NOTE

- ESTERNI GIRATI A MATERA, CRACO, ALIANO E ROMA.

- DAVID DI DONATELLO 1979 PER MIGLIOR REGIA E MIGLIOR FILM (EX-AEQUO CON "L'ALBERO DEGLI ZOCCOLI" DI ERMANNO OLMI E "DIMENTICARE VENEZIA" DI FRANCO BRUSATI).

- LA DURATA ORIGINALE DEL FILM E' DI 224' E IN TELEVISIONE E' STATO TRASMESSO IN 4 PARTI.

CRITICA

"Il film, nonostante la sua serietà di fondo, conserva un'assai debole eco di quell'applicarsi sulla 'questione meridionale' delle generazioni del dopoguerra, di ciò che quell'azione e quel pensiero significarono in vitalità. E, d'altronde, neppure propone una 'revisione critica' di tale ricerca, di tale impegno che, tutto sommato, avevano in sé degli equivoci se portarono a un ammodernamento del Sud ma anche a un 'tradimento' rispetto a quanto di vero e di giusto era nella civiltà contadina. In un certo senso, siamo di fronte a un nobile fallimento sul quale, dato che in esso siamo tutti compromessi, e sia pure con diverse responsabilità, bisognerebbe interrogarsi a lungo, e non rimuoverlo frettolosamente." (Francesco Bolzoni, 'Rivista del Cinematografo', 3, 1979)

"La complessità di questo film non tanto nelle forme espressive adottate da Francesco Rosi per rendere le reazioni interiori del protagonista a contatto con una realtà ancestrale di cui non aveva mai neppure immaginato l'esistenza, quanto nella esteriorità ed interiorità di questo mondo desolato, immobile, apparentemente atono e disperato ma non privo di luminosità insospettabili: la vita dei contadini legata al fluire dei ritmi della natura, la religione vissuta spesso come superstizione, la magia venerata al posto di una scienza non conosciuta o male presentata, le necessità vitali a provocare le emigrazioni e i lucani naturali a determinare vacue nostalgie o fallaci ritorni, il senso di emarginazione rispetto all'altra Italia in cammino su strade di falsi imperialismi o avviata a sviluppi non adottabili, la tragica percezione di un fenomeno di dissoluzione della terra e della vita insieme. Come sempre, in casi analoghi, la critica può essere fatta con severi raffronti all'opera letteraria che ha dato origine al soggetto o con paragoni ad opere analogamente impostate su realtà corali viste socialmente, etnicamente, politicamente, moralmente (e in questo caso 'L'albero degli zoccoli' e 'La terra trema' sono i titoli che per primi si impongono). Ma il film è quello che è: forte, sobrio, impressionante, eloquente, ben interpretato e ben diretto. Le critiche comparative, come certe analisi pignole ne sminuirebbero la portata di documento appassionante, purtroppo ancora di attualità, tutto da meditare." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 87, 1979)
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