CORTE D'ASSISE

ITALIA - 1930
Il ricco banchiere Calandri viene ucciso con un colpo di pistola nel parco di una villa, nella quale si svolge un ricevimento. Prima ancora che giunga la polizia, un giornalista, che è tra gli invitati, inizia indagini per suo conto: non è possibile stabilire con certezza che sia stato l'uccisore, ma gravi indizi stanno a carico del guardiacaccia Barra, che viene arrestato, benché si dichiari innocente. La sera stessa ignoti ladri penetrano nella casa di città del banchiere ucciso, asportandone delle carte ed un ritratto. Nel corso del processo in Corte d'Assise risulta che l'imputato aveva profferito delle minacce contro il galante banchiere, che faceva la corte alla di lui cognata. Dalla deposizione del giornalista emergono interessanti particolari, concernenti le relazioni del Calandri con la signora Astorri. Durante il suo interrogatorio, la signora ammette di essersi recata più volte dal Calandri, per intercedere a favore del proprio fratello, colpevole di una truffa ai danni del banchiere. Questi, essendosi invaghito di lei, aveva tentato di ricattarla ed essa l'aveva ucciso. Dalla ricostruzione del delitto risulta però che la dichiarazione della signora non corrisponde alla verità; giunge intanto una lettera del fratello che, prima d'uccidersi, scagiona la sorella e afferma la propria innocenza. Ulteriori elementi confermano la colpevolezza del guardacaccia, che alla fine, confessa.

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