Cleveland Versus Wall Street

FRANCIA, SVIZZERA - 2010
3/5
Cleveland Versus Wall Street
L'11 gennaio 2008 l'avvocato Josh Cohen e la collettività di Slavic Village, quartiere di Cleveland, fecero causa alle ventuno banche di Wall Street ritenute responsabili del pignoramento degli immobili che devastò la città. Tuttavia, le banche di Wall Street da loro chiamate in causa si rifiutarono di andare al processo. Un "trial movie" che porta in aula sette vere testimonianze, otto giurati e l'avvocato Jeith Fisher, specializzato in regulations, chiamato a difendere le banche.
  • Altri titoli:
    Cleveland contre Wall Street
  • Durata: 98'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUMENTARIO
  • Produzione: LES FILMS PELLÉAS, SAGA-PRODUCTIONS, ARTE, CANAL PLUS, SRG SSR IDÉE SUISSE, TSR
  • Distribuzione: SACHER DISTRIBUTION

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Tutto accade per una causa. Come la devastazione dell’uragano Katrina a New Orleans non è stata figlia solamente di una catastrofe naturale, così le migliaia di persone sbattute fuori dalle proprie case a Cleveland, in Ohio, non si sono ritrovate per strada, senza un tetto, semplicemente perché “povere”. Nel primo caso, a ricordarcelo, fu Spike Lee con lo straordinario documentario When the Leeves Broke: A Requiem in Four Acts, stavolta ci pensa il documentarista svizzero Jean-Stéphane Bron con Cleveland versus Wall Street, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs. Raccontata parzialmente anche da Michael Moore in Capitalism: A Love Story, protagonista del film è la collettività di Slavic Village, quartiere di Cleveland (con in testa la portavoce Barbara Anderson), che insieme all’avvocato Josh Cohen si è vista togliere anche la possibilità di portare in giudizio 21 banche di Wall Street, accusate di essere responsabili delle innumerevoli “foreclosures” (estromissioni) subite. Nasce da qui l’idea di Bron, che decide di realizzare un vero e proprio “trial movie”, portando in aula sette vere testimonianze (dall’agente Robert Kole, incaricato delle espulsioni, all’ex broker nonché ex spacciatore Keith Taylor, fino a Peter Wallison, già consigliere della Casa Bianca durante la presidenza Reagan, e Michael Osinski, il programmatore che ideò il software utilizzato poi da tutte le grandi banche e i gruppi d’affari per convertire i mortgage in securities), otto giurati e, oltre a Josh Cohen, l’avvocato Keith Fisher, chiamato a difendere le banche, specializzato in regulations, concentrazioni e acquisizioni bancarie.
Utile soprattutto per ribadire una volta di più – e la catastrofe finanziaria del 2008 negli States l’ha dimostrato ampiamente – la pericolosità della logica dei subprime, nel caso specifico applicata per “agevolare” l’apertura del mutuo a cifre vantaggiose, impennandosi poi nel corso degli anni a causa di elevatissimi tassi d’interesse, il film è ovviamente ed emotivamente “indirizzato”, fallendo oltrettutto su due piani: intanto perché in sede processuale, oltre alle testimonianze (su tutte quella dell’ex spacciatore) e al credibile lavoro dei due avvocati, nessuno si preoccupa di portare documentazioni e/o prove, in secondo luogo perché, proprio per la natura del progetto, alla fine sarebbe stato più corretto rimettere il giudizio al verdetto dello spettatore, anziché mostrare la discussione dei giurati. Che assolveranno le banche, ma il vero colpo ad effetto deve ancora arrivare, e suona quasi come un giudizio senza appello: l’intervento di Barbara Anderson durante la campagna elettorale del 2008, con Barack Obama che assicura per l’immediato futuro una risoluzione del problema. Passati due anni, i cittadini di Slavic Village sono ancora senza una casa.

NOTE

- PRESENTATO ALLA 42. 'QUINZAINE DES RÉALISATEURS' (CANNES 2010).
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