Civiltà perduta

The Lost City of Z

USA, IRLANDA - 2016
3,5/5
Civiltà perduta
L'incredibile storia vera dell'esploratore britannico Percy Fawcett, che agli albori del XX secolo intraprese un avventuroso viaggio in Amazzonia imbattendosi nelle vestigia di un'antica e avanzata civiltà, fino a quel momento sconosciuta. Convinto di aver trovato i resti della misteriosa "Città di Z" e nonostante lo scetticismo della comunità scientifica, che considerava le popolazioni indigene come meri "selvaggi", l'ostinato Fawcett - sostenuto dalla devota moglie Nina, da suo figlio Jack e dal suo aiutante di campo Henry Costin - tornò più volte nella giungla brasiliana per dimostrare la veridicità delle sue ipotesi, fino a scomparire misteriosamente nel 1925.
  • Altri titoli:
    Die versunkene Stadt Z
    Z - La città perduta
  • Durata: 140'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, AVVENTURA
  • Specifiche tecniche: 4K, DCP
  • Tratto da: libro "Z. La città perduta" di David Grann (ed. Corbaccio)
  • Produzione: DEDE GARDNER, JEREMY KLEINER, ANTHONY KATAGAS, JAMES GRAY, DALE ARMIN JOHNSON PER KEEP YOUR HEAD, MICA ENTERTAINMENT, MADRIVER PICTURES, PLAN B ENTERTAINMENT, SIERRA/AFFINITY
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES/LEONE FILM GROUP (2017)
  • Data uscita 22 Giugno 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Emanuele Rauco
Le fiaccole che spiccano nella nebbia aprono e chiudono Civiltà perduta, il nuovo film di James Gray già presentato alla Berlinale 2017. L’oscurità che ingoia la luce anche in senso metaforico visto che il film è dominato dall’irrazionalità come filo conduttore, come elemento di contagio fisico, sociale e culturale che però dà vita (è solo uno dei vari affascinanti paradossi del film) a un film tutto interiore, più familiare che spettacolare.

Il film si ispira alla vera storia di Percy Fawcett, un militare inglese dei primi del ‘900 che durante un’esplorazione nella giungla amazzonica per la Società Geografica di Sua Maestà scopre la possibilità che in quei luoghi selvaggi si nascondano le vestigia di civiltà evolute e perse di immensi tesori. La passione archeologica e l’ipotesi della ricchezza diventeranno per lui un’ossessione totalizzante. Partendo da Z - La città perduta di David Grann, Gray (anche sceneggiatore) realizza un film d’avventure e dramma esistenziale come fosse un kolossal degli anni ’70, un film produttivamente impossibile nell’industria attuale - alto costo e impianto da film d’autore, senza franchise o poderosi effetti speciali dietro, girato in 35mm e quasi consapevole di un possibile fallimento produttivo tanto da vivere una travagliata esperienza produttiva - eppure anch’esso figlio del piglio quasi ossessivo del suo autore.

E proprio su questi elementi potenzialmente disastrosi, Civiltà perduta fonda la sua bellezza: Gray realizza un film che attraverso un’inusuale potenza visiva racconta una saga - e si sente che la produzione è intervenuta per ridurre il minutaggio a 140’ -, un’epica oscura che parte dalla testa del protagonista (sorprendente Charlie Hunnam) e si allarga al suo rapporto con la famiglia e chi lo circonda, che abbraccia la famiglia, gli amici e in ultimo la Storia per chiudere con gli ultimi 20 magnifici minuti in cui la visionarietà che cova dietro le spire del film si libera e riempie lo schermo.

Punta molto in alto Gray, guardando a Michael Cimino (la scena in apertura della caccia al cervo) e Werner Herzog (l’opera lirica nel mezzo della giungla), a Lean, Milius e John Huston, ma ha le carte giuste per non sfigurare, se non per eguagliare i maestri: a partire da un’incredibile fotografia di Darius Khondji capace di far percepire allo spettatore il respiro narrativo del film e la mancanza di lucidità fino alla secchezza acuminati dei dialoghi, Civiltà perduta è un film che con forte impatto filmico e maestria sa rendere contemporanee immagini classiche, che sa rievocare il senso della meraviglia senza odorare di nostalgia, che sa sfidare i propri limiti, difetti e sbagli fidandosi della propria inattualità e della propria follia: non a caso il film si chiude con Sienna Miller, il personaggio più centrato e ponderato dell’intero film, che si avventura nella giungla per cercare il marito. Ma è una giungla mentale, di chi non riconosce più la porta di un palazzo inglese dal delirio della disperazione: un ultimo atto di irrazionalità, l’ultima vena dorata di un film cupo, denso e romantico.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE BRAD PITT.

- PRESENTATO AL 67. FESTIVAL DI BERLINO (2017) NELLA SEZIONE 'BERLINALE SPECIAL GALA'.

CRITICA

"Se esistesse un premio al kolossal alla David Lean, lo vincerebbe James Gray per questa avventura geografica esistenziale ai confini del mondo (tra Brasile e Bolivia) per scoprire l'antico e forse immaginario El Dorado, la civiltà Z nella cui ricerca imbarcherà anche il figlio, dapprima ostile al paterno vitalismo national geographic. (...) Charlie Hunnam diventa un ossessivo come Fitzcarraldo e Aguirre ma con self control senza «sturm und drang» (si rimpiange quel po' di follia che latita) in un bel percorso narrativo anni 70, nelle penombre della magnifica fotografia di Khondji, confermando le virtù di Gray, regista che ama il gioco degli scacchi psicologico (...), rendendo mobile e nobile il personaggio della moglie, la brava Sienna Miller, che accetta le regole del viaggio e del mistero. E c'è spazio anche per una citazione felliniana dei 'Vitelloni'." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 22 giugno 2017)

"Più che un 'adventurer' alla Indiana Jones, il film di Gray è la storia di un'ossessione; un po' dalle parti, per intendersi, di quelli che Klaus Kinski interpretava per Werner Herzog ('Aguirre furore di Dio', 'Fitzcarraldo'). Pur senza passare sotto silenzio il ruolo del colonialismo e l'arroganza britannica nei confronti dei 'selvaggi', il cineasta fa degli scenari geopolitici d'epoca essenzialmente lo sfondo dell'avventura personale di un idealista alla ricerca del Graal: ricerca, in sé, importante quanto se non più del ritrovamento stesso. Per Gray, in ogni caso, la missione è un successo. Le immagini, splendidamente fotografate da Darius Khondji, hanno un rilievo lirico e tragico che non siamo più abituati a vedere sullo schermo: prive di ogni ovvietà 'esotica', manifestano un'autentica passione per la natura rinunciando a tutti i ritocchi digitali cui gli ultimi film di Tarzan ci hanno assuefatti. Ammirevole il classicismo della regia, a proposito del quale non sarà sacrilego evocare il nome di David Lean (anche se il regista britannico avrebbe evitato alcune ellissi narrative un po' maldestre ). Trovare oggi un regista capace di mettere in scena un soggetto fuori-moda come le esplorazioni, dando al film una dimensione epica e immergendoti a tal punto nella storia che racconta, è una bella sorpresa. Se Gray manca di mettere la firma a un capolavoro del genere, il problema è un altro. Sono i personaggi, interessanti di per sé ma trattati con un certo distacco e con i quali lo spettatore non riesce mai a identificarsi del tutto. Sarebbe ingiusto farne una colpa a Charlie Hunnam (...), che magari non era a priori la scelta migliore però s'impegna volonterosamente. Né a Sienna Miller, la quale 'porta' bene il personaggio di una donna in anticipo sui tempi in cui vive. Però il migliore è Robert Pattinson, che si fa notare pur se in un ruolo secondario e nascosto dietro un barbone." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 22 giugno 2017)

"Gray si addentra nell'Inghilterra del primo Novecento e nei meandri della giungla con una precisa scelta formale, focalizzandosi sulle ossessioni del protagonista impersonato da Charles Hunnam (...), pur tenendo in sottotono personaggi e sentimenti. Un film senz'altro raffinato e padroneggiato, ma come non avvertire l'assenza di quella densa nota di visceralità caratteristica del miglior Gray?" (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 22 giugno 2017)

"Girato in sontuoso 35mm, con ritmi che ricordano quelli di David Lean e George Stevens, e un soggetto che rimanda alle imprese impossibili nelle giungle di Werner Herzog, Francis Coppola e Mel Gibson, 'Civiltà perduta' è il film più ambizioso e di largo respiro realizzato finora dal regista newyorkese James Gray, un affresco d'epoca, ambientato tra la Londra del primo novecento e le foreste dell'Amazzonia, più simile al recente 'The Immigrant' (anche quello, in un certo senso, la storia di un'avventuriero/a) che a melodrammi metropolitani come 'Little Odessa', 'The Yards' e 'Two Lovers'. Ma, in comune con tutta l'opera di Gray (ebreo di origine russa - identità spesso esplorata nei suoi film), 'Civiltà perduta' (...) ha l'interesse per l'incontro/scontro tra culture, e la volontà di lavorare sul cinema classico non in chiave citazionistica, post moderna, ma attingendo al suo linguaggio originale, con un particolare sensibilità per l'arco del romanzo. Un po' come i film da regista di John Milius, anche se con valori completamente diversi. Esibendo un vistoso disgusto per qualsiasi forma di razzismo, classismo, sessismo, colonialismo e abuso ambientale, 'Civiltà perduta' è infatti un film dai valori estremamente contemporanei, piuttosto anacronistici nell'Inghilterra di Arthur Conan Doyle, H. Rider Haggard e del loro amico Percy Harrison Fawcett, l'ufficiale, cartologo ed esploratore su cui si basa la storia, e un personaggio le cui gesta avrebbero ispirato, tra gli altri, eroi della fiction come Indiana Jones, il professor Challenger di Conan Doyle, e l'esploratore nascosto nella giungla del pixariano 'Up'. Sono quei valori, più che la promessa di una straordinaria conquista archeologica, che guidano ogni scelta del protagonista del film di Gray, tratto dall'omonimo libro di David Grann (2005), uno degli ultimi usciti sulle avventure, e la misteriosa fine, di Fawcett, che qui è interpretato con nobile aplomb dall'attore Charlie Hunnman (...)." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto' 22 giugno 2017)

"È opera splendidamente inattuale, un film d'avventura come non se ne fanno più, che riscalda reminiscenze salgariane, ascendenze herzoghiane e ricorda a che cosa serva ancora oggi il cinema e in che cosa si differenzi dalla serialità. (...) Accurata la ricostruzione storica, viva l'emotività, buone le interpretazioni (su tutti la Miller, a Hunnam difetta l'ossessione), è cinema all'antica e insieme nuovissimo, maschio per davvero e buono senza buonismi, che celebra etica ed epica, famiglia e sortita, assolo e coralità. Non perdetelo." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 22 giugno 2017)

"(...) raffinato adattamento del saggio storico 'Z. La città perduta' (...) è anche la perfetta metafora del modus operandi dello stesso Gray, ossessionato dal confronto con i maestri Coppola ed Herzog, protagonisti di mitici film nella giungla come (...) 'Aguirre' o 'Apocalypse Now' (1979). E dunque un cinema classico, girato in pellicola (quasi nessuno lo fa più) e con l'idea di voler rappresentare sofferenza e fatica dell'esploratore sperimentandole entrambe anche sulla propria pelle di cineasta. Brindiamo al carattere, come avrebbe detto Orson Welles." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 22 giugno 2017)

"Piacerà innanzi tutto agli amatori di belle e coinvolgenti immagini. Darius Khondji, direttore della fotografia di molti film di James Gray, non s'è limitato a fare l'operatore turistico per le foreste brasiliane. Sapendo di dover raccontare un'ossessione, ha voluto fornire molte pezze giustificative per l'ossessione (Fawcett fu probabilmente un pazzo, però i luoghi in cui si perse erano un vero paradiso terrestre). Paradiso con molti pericoli, ovviamente. Dovunque vada qualsiasi film faccia Gray non dimentica di essere un regista hollywoodiano e quindi ci dà dentro con le scene da cardiopalma (il pezzo forte è l'attacco dei piranha). Curiosamente, forse inaspettatamente per lo stesso Gray, il film vira decisamente verso il target femminile. Le donne si sa nei film di avventure esotiche sono spesso presenza secondarie e al limite ingombranti. Se amano il loro avventuriero sono cretine sottomesse. Se non lo amano, il più delle volte mezze calzette indegne del loro grande compagno. Ma la mrs Fawcett di Sienna Miller s'impone, assurge specie nel finale a quasi protagonista. Fawcett, tutto sommato, tanto simpatico non è nemmeno a Gray. Ossessionato dalla grande avventura, trascura sistematicamente quella che in fondo è la vera impresa degli esseri umani, la vita delle persone care. Mentre Percy si immerge nelle sue foreste, è la sua signora che regge la botta che prosegue la storia dei Fawcet. Chiosa che piacerà al target di cui sopra: i grandi uomini possono sparire, le donne dei grandi uomini no." (Giorgio Carbone, 'Libero', 22 giugno 2017)

"Tratto da una storia vera, il film racconta un'ossessione, un rincorrere i propri sogni, a scapito anche degli affetti più cari. Peccato che, dopo un buon inizio, la pellicola diventi verbosa e prolissa. Così noiosa da parodiare il titolo originale in 'The Lost City of Z'." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 22 giugno 2017)

"Fatica, pericolo, cieca fiducia, l'ostilità mortale degli indigeni, la diplomazia dei doni, i tradimenti della ciurma, le immense foreste e i fiumi in panorama e al dettaglio di frecce e animali, esiste materia più cinematografica? Da un lato Gray (...) raffredda l'avventura cercando nella ricostruzione dei particolari una vera emozione del tempo fuori da semplificazioni di spettacolo, dall'altro ci tiene vicini al sogno di Fawcett, eroe dei limiti della conoscenza condannato a partenze verso il futuro. Risultati discontinui, perché è una combinazione difficile, sotto l'ala protettiva di Herzog e dell'amato Coppola, e per qualche fuga melodrammatica. Hunnam è un condottiero egotico quasi convincente." ('Nazione-Carlino-Giorno', 22 giugno 2017)

"Ambizioso nella messa in scena e diretto con stile classico, il film riflette sul potere delle ossessioni, ma anche su conflitti di classe e quelli personali di un uomo alla disperata ricerca di riscatto sociale." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 15 febbraio 2017)

"La regia piatta e la modestia degli interpreti rendono 'La città perduta di Z' noioso e ripetitivo: anche perché i viaggi di Fawcett in Amazzonia sono numerosi e i suoi ritorni a casa, dalla moglie scocciata e dalla figliolanza ogni volta più numerosa, trasformano il film in una estenuante coazione a ripetere." (Alberto Crespi, 'L'Unità, 17 febbraio 2017)
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