Child of God

USA - 2014
3/5
Child of God
Sevier County, Tennessee. Lester Ballard è un contadino solitario che vive in miseria dopo aver perso la fattoria di famiglia. Cercherà di vivere al di fuori della sua città e dell'ordine sociale, ma una serie di tentativi disastrosi di sopravvivenza lo faranno lentamente e profondamente cadere sempre di più nel crimine e nel degrado.
  • Durata: 104'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: romanzo "Figlio di Dio" di Cormac McCarthy (ed. Einaudi)
  • Produzione: MILES LEVY, VINCE JOLIVETTE PER RABBITBANDINI PRODUCTIONS, IN ASSOCIAZIONE CON MADE IN FILM LAND

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Vecchia storia d’amicizia quella tra Cormac McCarthy e il cinema. Child of God, in concorso, è il suo quinto romanzo a passare sul grande schermo. Non è un mistero neppure l’amore di James Franco per la letteratura, quella con la maiuscola. Dopo aver portato a Cannes As I Lie Dying da Faulkner, ecco la sua seconda grande passione – parole sue – da lettore: McCarthy, lo scrittore del Tennessee.
Figlio di Dio conferma pregi e difetti del Franco filmaker: una spiccata vivacità intellettuale confinata dentro gli steccati di una poetica (ancora) acerba (che spiega forse il frequente ricorso alla stampella dei grandi scrittori? Può darsi).
Child of God è la discesa agli inferi di un giovane disadattato, Lester Ballard, messo ai margini dalla brava gente di un paesino di montagna (nel Tennessee) e costretto perciò a vagabondare come un selvaggio nei boschi. Con lui solo l’inseparabile fucile e tre peluche, vinti al Luna Park. Lester bofonchia versi non sempre comprensibili, si nutre di ciò che caccia, percorre a ritroso il sentiero dell’evoluzione, affonda mani e piedi nel fango e l’abiezione di una vita primitiva. Privato di tutto, non gli restano che i bisogni elementari, dormire, mangiare, defecare, accoppiarsi.
Eppure a questo “Troll delle montagne”, come lo chiama McCarthy nel romanzo, non riesce di abbassarsi fino in fondo allo stato di bestia, resta in un limbo, uno stadio di agonizzante umanità. Nei recessi più vergognosi della sua anima luccica ancora qualcosa, una fiammella di grazia, che tremola persino quando Lester tocca il massimo abominio, l’omicidio e la necrofilia. Lester è un reietto, uno scarto, probabilmente l’ultimo degli scarti, ma non rinuncia all’amore. E’ anzi la negazione originaria di questo amore – la gente non lo vuole, la madre se n’è andata, il padre si è impiccato e anche l’Altro, l’Eterno, sembra volgere gli occhi da un’altra parte – a produrre il suo negativo, l’inaccettabile risarcimento, il possesso di donne morte.
Perché di fronte a Lester non inorridiamo? Che cosa ci spinge a provare ancora un sussulto di commiserazione, se non il sentimento di una profonda, se pure scandalosa, comprensione umana?
Lester Ballard conferma la predilezione di James Franco per gli esclusi, ma non riesce in toto a restituirci lo spirito del romanzo. Dell’asciuttezza e della poesia di Mccarthy possiede per ora solo la prima. Camera a mano, frenesia di montaggio, taglio semi-documentaristico. Il suo Child of God si rivela a tutti gli effetti lo studio di un carattere. Gronda naturalismo. L’approccio è onesto, non eccessivamente rischioso, il romanzo però è un’altra cosa. Il romanzo è metafisico.
La sua luce riverbera in parte nell’interpretazione di Scott Haze, performance che non si dimentica, ributtante e tenera insieme. Il suo Lester non ti lascia. Possiamo rifiutarlo, schiacciarlo, seppellirlo. Lui riemergerà dagli abissi della terra, lui tornerà di nuovo. Perché Lester è un figlio di Dio. Lester è uno di noi.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 70. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2013).
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