Chi è sepolto in quella casa?

House

USA - 1986
Il giovane scrittore americano Roger Cobb, reduce dal Vietnam e divorziato, perduto il figlio Jimmy di 6 anni, decide di tornare nella casa di una vecchia zia stravagante, che si è da poco suicidata, per scrivere le proprie memorie sul Vietnam. Ma la sconvolgente esperienza vietnamita e le disgrazie familiari hanno scosso la sua mente e i suoi nervi, per cui è continuamente in preda a paurose allucinazioni, che hanno tutta l'apparenza della realtà. Giunto con le sue memorie vietnamite all'episodio di Big Ben, un commilitone ferito, che lo aveva supplicato di finirlo, per evitargli di cadere nelle mani del nemico - gesto che egli non si era sentito di compiere - se lo vede apparire davanti, ridotto a un mostruoso e ripugnante "zombi", per rivelargli di essere stato lui a far sparire Jimmy per vendicarsi di quel rifiuto, che gli era costato indicibili torture e un'atroce morte. Ingaggiata col mostro una furiosa lotta, Roger ne esce vincitore, recuperando nel contempo il figlio perduto e la moglie.
  • Altri titoli:
    House: Ding Dong, You're Dead
  • Durata: 91'
  • Colore: C
  • Genere: HORROR
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA A COLORI
  • Produzione: MANLEY PRODUCTIONS
  • Distribuzione: LIFE INTERNATIONAL (1986)
  • Riedizione 1992

CRITICA

"Horror e humour vanno spesso d'accordo. Lo hanno capito anche il produttore Sean Cunningham e il regista Steve Miner che pure si erano forgiati alla truculenza fine a se stessa di due episodi della serie 'Venerdì 13'. Il loro nuovo film 'Chi è sepolto in quella casa?', che ci arriva pluridecorato di premi ai vari festival del cinema fantastico, è una divertente variazione sul tema classico della 'casa stregata'. (...) Dove è curioso questo innesto del persistente senso di colpevolezza, negli americani, nei confronti della sconfitta patita in Vietnam. S'intende, però, che nulla è preso sul serio in un film dove ogni motivo ed ogni spavento sono continuamente esorcizzati dallo spirito comico, il quale, d'altro canto, permette di sviluppare al massimo gli ingredienti dell'horror senza cadere nell'involontario ridicolo. Cobb che spegne con il telecomando l'immagine del figlio che gli appare dietro i vetri di una finestra come su un televisore, i suoi disperati tentativi di liberare dalla schiena di un bambino affidatogli da una vicina di casa la mano monca e semovente del mostro, il soldato zombie che non può consumare la vendetta perché ha finito le munizioni, sono fra le trovate gustose di questa produzione di serie B che supplisce alla modestia dei mezzi con una buona dose di fantasia." (Leonardo Autera, 'Il Corriere della Sera', 24 Agosto 1986)

"Specialista di film di spavento (sono suoi il n. 2 e 3 del ciclo 'Friday 13'), Steve (Stephen C.) Miner s'infischia delle spiegazioni. E' inutile che lo spettatore si ponga domande: perché all'inizio la vecchia zia s'impicca? Da dove salta fuori il bambino alla fine? Il racconto procede per accumulazione di illogici colpi di scena all'insegna della contaminazione dei generi e dei toni. Sono frequenti le irruzioni nel comico ora umoristico ora decisamente burlesco. Dopo una prima parte anodina e incerta il film sprofonda in una logica onirica in cui, come nei sogni, la suggestione si nutre della mancanza di logica e di verosimiglianza, di fulminei passaggi da una dimensione all'altra. Una trovata è geniale: lo specchio del bagno che si trasforma in una finestra che dà nelle tenebre del subconscio dove il protagonista si cala alla ricerca del figlio perduto. Se le apparizioni mostruose della prima parte sono di una meccanicità stereotipata, quella del commilitone morto in Vietnam che torna a chiedere vendetta ha una madornale spettralità da baraccone." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 26 Agosto 1986)

"Incomincia come un film dell'orrore a buon mercato: un ancor giovane scrittore, impegnato a buttar giù un libro di memorie sulle proprie esperienze in Vietnam, alla morte per suicidio della zia un po' bislacca che lo allevò torna a vivere solitario nella casa dove fu sposo e padre felice finché il figlioletto non scomparve in misteriose circostanze e la moglie sconvolta non chiese ed ottenne il divorzio. Orrore a buon mercato, dicevamo. Infatti, gli interpreti recitano curiosamente sopra le righe, anche per il genere in questione; gli effetti speciali, quando il soprannaturale incomincia a manifestarsi con irruenza, son così grezzi da rasentare la caricatura; per non parlare di quei flashback vietnamiti, che non si sa bene se sian seri o grotteschi. Ma poi tutto si giustifica: il film di Stephen Miner, pur nella sua innegabile povertà produttiva, è scritto e diretto con astuta intelligenza. L'orrore non vi è fine a se stesso, ma si morde ironicamente la coda un po', se vogliamo, fatte le debite distanze, come accadeva nel delizioso 'Un lupo mannaro americano a Londra' sulla cui scia macabro-comica qui scopriamo di ritrovarci." ('Il Messaggero', 23 Agosto 1986)
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