Che strano chiamarsi Federico - Scola racconta Fellini

Che strano chiamarsi Federico - Scola racconta Fellini
Ricordo/ritratto di Federico Fellini, raccontato in occasione del ventennale della morte del grande artista: un film fatto di ricordi, frammenti, momenti e impressioni sparse, ricostruiti e girati a Cinecittà, e alternati a materiali di repertorio d'epoca, scelti dagli archivi delle Teche Rai e dell'Istituto Luce.
  • Altri titoli:
    Che strano chiamarsi Federico!
  • Durata: 93'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DOCUMENTARIO
  • Produzione: PAYPERMOON, PALOMAR, ISTITUTO LUCE-CINECITTÀ, CON RAI CINEMA, CINECITTÀ STUDIOS, IN COLLABORAZIONE CON CUBOVISION DI TELECOM ITALIA
  • Distribuzione: BIM/ISTITUTO LUCE-CINECITTÀ
  • Data uscita 12 Settembre 2013

TRAILER

NOTE

- REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DELLA DIREZIONE GENERALE CINEMA.

- FUORI CONCORSO ALLA 70. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2013).

- ETTORE SCOLA E' STATO CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2014 COME MIGLIORE REGISTA.

- NASTRO D'ARGENTO SPECIALE, ASSEGNATO DALL'SNGCI A ETTORE SCOLA CON LUCIANO RICCERI, LUCIANO TOVOLI E ANDREA GUERRA, ALL'EDIZIONE 2014 DEI NASTRI D'ARGENTO.

CRITICA

"Un omaggio alla creatività, all'arte e alla gioia di vivere di Fellini firmato dall'amico e collega Ettore Scola, che a Venezia ha presentato il suo 'Che strano chiamarsi Federico', riuscito mix di documentario e finzione con Scola torna sul grande schermo dopo dieci anni." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 13 settembre 2013)

"Film non catalogabile, mezzo documentario e mezza fiction, 'Che strano chiamarsi Federico' di Scola dà il via alle celebrazioni per il ventennale della scomparsa di Fellini in chiave felicemente intimista. Potremmo definirlo un diario a ritroso nella memoria, la rievocazione di un'Italia e una giovinezza perduta, un divagare di arte e vita sul filo di una biografia condivisa, una dichiarazione di amore. Il tutto realizzato assemblando materiali d'archivio a scene di girato che provvedono a ritrovare il tempo perduto sotto forma di vignetta, schizzo, frammento. A partire dalla redazione del 'Marc'Aurelio', dove Federico ed Ettore nel dopoguerra s'incontrano, iniziando un affettuoso dialogo che, come attesta questo film giocato sull'imbastitura dei sogni, a tutt'oggi continua." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 12 settembre 2013)

"Il sottotitolo «Scola racconta Fellini» dice tutto: questo è l'omaggio di un grande a un altro grande, una lettera d'amore e d'amicizia non solo a un artista amatissimo, ma a un'idea di cinema (e d'Italia?) che sembra drammaticamente passata di moda. C'erano tutte le premesse perché 'Che strano chiamarsi Federico' fosse un film intriso di nostalgia, ma non è solo così. Scola è riuscito a rompere gli schemi del documentario biografico per comporre un film a molti livelli, in cui i materiali di repertorio si incrociano con l'invenzione più pura e poetica. Il risultato è miracoloso, un breve viaggio nel mondo di Fellini (e di Scola) che strappa risate e lacrime in egual misura. (...) La ricostruzione del 'Marc'Aurelio', dove lavoravano anche futuri sceneggiatori come Age & Scarpelli, Maccari, Metz & Marchesi è la parte più inedita e interessante del film: è una storia che il cinema non aveva mai raccontato, e che è stata seminale per tutta la nostra cultura, oseremmo dire per la nostra «identità» di italiani così avidi di risate. Ma la scommessa del film si gioca altrove: la lunga sequenza con Sergio Rubini, nella parte di un «madonnaro» che Fellini e Scola caricano in auto e si portano in giro per Roma, poteva essere anche tecnicamente un disastro, invece è bellissima. Qui Scola utilizza in colonna sonora vecchie interviste di Fellini (quindi, con la sua vera voce) che vengono «sceneggiate», diventando parti di un dialogo in cui Ettore doppia se stesso e Rubini parla con due fantasmi. Ma Sergio, di fantasmi felliniani, se ne intende: da ragazzo ha interpretato l'alter ego di Federico in 'Intervista', e del resto è noto a tutti che il personaggio di Mastroianni nella Dolce vita si chiamava Marcello Rubini. E Fellini, che credeva nei maghi e nei sogni, non poteva certo pensare che fosse una semplice coincidenza." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 12 settembre 2013)

"Mi ricordo sì, io mi ricordo. No, non Marcello Mastroianni, ma Ettore Scola, che nel ventennale della morte di Fellini sfoglia la memoria, riprende la camera e dipinge un ritratto in prima persona, la sua, dell'amico regista: 'Che strano chiamarsi Federico'. Si conobbero al giornale satirico Marc'Aurelio nei primi anni '50, ebbero in Maccari un comune amico con cui discettare e tirar tardi, sfocarono tra vignette e pellicola, set e realtà, Cinecittà e il Teatro 5, Sordi e Mastroianni le differenze umane e artistiche, nel nome del cinema. Un ricordo para-documentario di attimi e impressioni, archivio e - la redazione del 'Marc'Aurelio' - finzione, che crediamo sarebbe piaciuto a Federico, un Pinocchio ragazzino da cinque Oscar in bacheca e un aggettivo, felliniano, nel dizionario. Tutto il resto è nostalgia canaglia, com'eravamo (e non siamo più) grandi e qualche sintomatica ellissi: dov'è finito Flaiano? O, forse, dobbiamo chiedere a Collodi?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 12 settembre 2013)

"Scritto da Scola con le figlie Paola e Silvia, il docufilm è un ritratto 'cubista', come lo definisce il regista. Mescola materiale di repertorio, pezzi di film, documentari, interviste che hanno per protagonisti due ragazzi, i giovani Federico ed Ettore nella redazione del 'Marc'Aurelio', nei bar che frequentavano insieme, nei lunghi girovagare in macchina che erano per Fellini un antidoto all'insonnia e una fonte di ispirazione. Quando Fellini morì, Scola scrisse sulle pagine de 'L'Unità' questo pezzo: «Quanto al tuo funerale, non sarà una festa con donnine straripanti, capriole di clown e la banda col mazziere: ma la tristezza perché te ne sei andato sarà niente in confronto alla gioia perché ci sei stato.... Unico rammarico è che forse non hai fatto in tempo a dire un'ultima cosa, come quando il tuo treno parte e, dietro il finestrino chiuso ermeticamente per la benedetta aria condizionata, non riesci a comunicare quello che ti è venuto in mente all'ultimo momento, a chi ti saluta sotto la pensilina... Ma questa volta il committente ti amava e il tempo che ti ha concesso ti è bastato. Evviva, Federico! Torna in mente il verso di un poeta come te: «Che strano chiamarsi Federico!». Il parere del grande maestro oggi si è dunque tradotto in questo film documentario." (Sandra Campanini , 'Gazzetta di Reggio, 12 settembre 2013)
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