Che - L'Argentino

Che

USA, SPAGNA, FRANCIA - 2008
3/5
Che - L'Argentino
Cuba, anni '50. Il Generale Fulgencio Batista mette in atto un colpo di stato, assume il controllo della presidenza e sospende le libere elezioni ma un giovane avvocato, Fidel Castro, incita il popolo alla rivolta. Al suo fianco ci sarà anche un medico argentino, Ernesto 'Che' Guevara, destinato a diventare un eroe rivoluzionario, beniamino dei suoi compagni e del popolo cubano.
  • Altri titoli:
    The Argentine
    Che - 1ère partie - L'Argentin
  • Durata: 131'
  • Colore: B/N-C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO, STORICO
  • Specifiche tecniche: PANAVISION, RED ONE CAMERA, 4K DATA, 35 MM (1:1.85)
  • Tratto da: "Diario della Rivoluzione Cubana" di Ernesto Che Guevara
  • Produzione: LAURA BICKFORD E BENICIO DEL TORO PER LAURA BICKFORD PRODUCTIONS, MORENA FILMS
  • Distribuzione: BIM (2009) - DVD: BIM/01 DISTRIBUTION (2009)
  • Data uscita 10 Aprile 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Silvio Danese

Quante citazioni, memorie eclatanti, pezzi di vita di generazioni possono essere richiamate per dare un'idea dell'icona, del mito, di Che Guevara, spesso (sempre?) fuori dai fondamenti di realtà, come deve essere per i veri miti? Ho trovato un'invocazione su Internet che, nella lista impossibile degli entusiasti, è un possibile indizio di un futuro forse eterno. E' di Lorenzo, e lo scrive così: "C'ho solo 13 anni e l'ho conosciuto da poco ma posso dire con certezza che quest'uomo è un Dio. W Che Guevara!!!".
Come Clint Eastwood, con il doppio film sulla Seconda guerra mondiale, dalla parte degli americani e dalla parte dei giapponesi, ciascuno in forma diversa, Steven Soderbergh ha composto due film su Ernesto Guevara detto "Che". Anche qui, in due forme diverse, il primo dalla parte, oggettiva, della rivoluzione cubana di Fidel Castro, nel cuore degli eventi caraibici a cavallo degli anni '60, il secondo dalla parte, soggettiva, dell'idealismo del militare pansocialista che sogna un Sudamerica unito, nell'ossessiva resistenza nelle foreste boliviane dove, nel 1967, viene ucciso dall'esercito del presidente Barrientos. I due film escono differiti, con due titoli diversi, ma a Cannes il regista aveva richiesto una proiezione compatta, quattro ore e mezza che non ci hanno stancato né entusiasmato. Ma si dimenticano non immediatamente. Interessante la prima, come bigino di storia stampato sul volto intrepido e monocorde di Benicio Del Toro, costruita a incastro tra la celebre invettiva alle Nazioni Unite nel 1964 (in bianco e nero) e la conquista decisiva di Santa Clara, a scoprire anche la nascita di una struttura di rivolta che aveva fondamenti sociali determinanti, coinvolgenti, violenti (si fa onestamente riferimento anche all'inflessibilità, alla durezza del Comandante).
Impressionante, invece, la seconda, ricostruzione dei 300 giorni di Bolivia dove, braccato dalle pattuglie di Barrientos, con un manipolo di fedeli cubani, Guevara sperava di sollecitare i contadini, indigenti, vessati, alla formazione di una forza militare. Qui Soderbegh adotta uno sorta di "stile di guerriglia", camera a mano (la flessibile e leggerissima Red) e concentrazione assoluta sui tempi del reclutamento e poi della fuga. Questa scelta, con effetto espressionista, si allinea al punto di vista emotivo del protagonista, lo incarna, lo proietta. Tenacia e "mission", le due espressioni uniche di Del Toro e della sceneggiatura, informata ma limitata, di Peter Buchman, diventano nel corso della sconfitta una disperata illusione, un patetico e solitario umanesimo che, per qualche momento, ci raccorda all'utopia del Che. Anche a quelle frasi famose che "imbracciava" alimentando una rappresentazione che, in realtà, corrispondeva all'azione: "Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì, è vero. Lo siamo in modo diverso, siamo quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo". Abbandonato, sconfitto, con la complicità di Castro, Guevara viene fermato. Non è un santino, né un ritratto michelangiolesco. Soderbergh non è l'Abel Gance di Napoleon, né l'Herzog di Aguirre o il Sokurov dell'imperatore Hiroito. E tuttavia resta, dopo la proiezione, quell'involontario ritorno delle immagini del film, del secondo film, infisse come una prova carnale, idealista e materica, in cima al ritratto d'epoca, in fondo tradizionale, del primo film, che si dilegua facilmente.

NOTE

- IL PROGETTO INIZIALE DI 'GUERRILLA' ERA STATO AFFIDATO A TERRENCE MALICK CHE LO HA PERO' ABBANDONATO PER POTER REALIZZARE IL FILM "THE NEW WORLD".

- PREMIO COME MIGLIOR INTERPRETE MASCHILE A BENICIO DEL TORO AL 61. FESTIVAL DI CANNES (2008), DOVE IL FILM E' STATO PRESENTATO IN UNA VERSIONE COMPRENDENTE ENTRAMBE LE DUE PARTI DALLA DURATA DI 268' (PARTE 1, L'ARGENTINO: 137', PARTE 2, GUERRIGLIA: 131').

CRITICA

"A quarantuno anni dall'uccisione del comandante Che Guevara nella scuola boliviana de La Higuera ne abbiamo sentite di tutti i colori: dalle mitizzazioni esagerate alle infime delazioni, dalle solerti agiografie al revisionismo galoppante. E Soderbergh, non ha di certo intenzione di accodarsi a fans o detrattori. Semplicemente osserva l'uomo Ernesto Guevara, ritraendolo negli impacci dell'asma, nell'improvvisa e inaspettata popolarità, e soprattutto nello slancio solidaristico di lotta rivoluzionaria a favore degli oppressi. (...) Soderbergh sminuzza i dettagli del viso, del corpo e dell'abbigliamento di Guevara come ci avevano tramandato foto e filmati storici e li ricompone in modo antispettacolare, escludendo i primi piani più convenzionali e includendo improvvisi lampi di genio come la chiusura in soggettiva, dove lo spettatore diventa il Che che guarda gli occhi vuoti e le mani tremanti del suo assassino. Noi cadiamo per terra assieme a Ernesto Guevara, sentendo insieme a lui un fischio fastidiosissimo che ci porta alla morte su schermo bianco. «Non avevo intenzione di idolatrare l'icona da t-shirt - afferma senza enfasi Soderbergh - ma volevo illustrare nel dettaglio lo sforzo psichico e fisico che necessitavano le due campagne di guerriglia dirette da Che Guevara e di mostrare il processo con il quale un uomo dotato di una volontà indomabile scopre la capacità d'ispirare e spronare altri uomini alla rivoluzione. Il Che non l'avrebbe mai ammesso, ma lo stile conta. Conta sicuramente in questo film ed è un elemento cruciale per la comprensione dell'opera nel suo insieme»." (Davide Turrini, 'Liberazione', 23 maggio 2008)

"Quattro ore e mezzo divise in due film e fatte di discorsi, addestramento, guerriglia, prima a Cuba poi in Bolivia. Lo stile antiepico è piano, dimesso, quasi didattico: per evitare l'agiografia, certo. Ma Soderbergh - guardacaso - non sfiora nemmeno le zone d'ombra del Che. Dunque niente o quasi niente sui rapporti con Castro; silenzio sulla gestione del potere; ellisse sull'esperienza africana, sulla disastrosa politica industriale, su tutto ciò che spinse il Che a scegliere la strada impossibile del rivoluzionario a vita. L'insistenza sui rapporti con i compagni, con la Natura, con i nemici, con il senso della propria missione, fino al martirio finale, può ricordare alla lontana 'Giovanna d'Arco' di Rivette, altro film-monstre. Ma la reticenza sui lati più problematici del personaggio evoca un altro film storico americano recente, e mancato: 'Maria Antonietta' di Sofia Coppola. Rifiutare la pesantezza e le convenzioni del film in costume va bene. Ma non basta." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 maggio 2008)

"Capolavoro cinepolitico il film, regista caparbio Soderbergh, che del Che ha amato più che le idee lo stile e l'estetica." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 23 maggio 2008)

"Il 'Che' è vivo. E anche i critici che hanno retto la maratona del doppio film di Steven Soderbergh (quattro ore e mezza) grazie al vezzoso cestino offerto nell'intervallo dalla produzione. Un record che conquista un posto d'onore nell'album dei ricordi festivalieri, ma non si specchia, purtroppo, in un omologo evento cinematografico. I punti a favore dell'ambiziosa saga non mancherebbero: Benicio Del Toro, che ne è anche produttore, è veramente impressionante per come s'incarna con accuratezza mimetica nell'ex dottore argentino, ma anche gli attori alle prese con personaggi come Fidel (Demiàn Bichir), Raul (Rodrigo Santoro) o Cienfuegos (Santiago Cabrera) onorano il ruolo senza ricorrere a patetiche pantomime; la scelta di girare entrambe le parti in spagnolo indica la serietà e la devozione con le quali il regista americano s'è dedicato all'impresa; le ambientazioni sono perfettamente ricalcate su quelle originali di Cuba e Bolivia. Manca, però, il guizzo stilistico decisivo, un'idea-faro di messinscena, una specifica suspense che riscatti la prevedibilità di vicende universalmente note ed incessantemente tramandate e indagate; come manca la giustificazione artistica e spettacolare della rinuncia ad affrontare passaggi decisivi e significativi della parabola guevariana. (...) Se Soderbergh ha tutto il diritto di esserne affascinato, ciò che rende il kolossal un'opera generosa ma inutile è la mancanza di un contatto profondo con il carisma del Comandante: quel grumo magmatico e misterioso, fuori della sua portata didascalica e illustrativa, che impasta l'obiettiva purezza degli ideali, l'obiettiva e spesso sanguinaria caducità del disegno guerrigliero e l'obiettiva forza della società
'imperialista' che ha risucchiato il mito e ne ha fatto un'icona pubblicitaria." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 23 maggio 2008)

"Nel film si avverte la mancanza di qualunque riflessione storica e non sembra interessi al regista andare in profondità per analizzare i veri motivi del fallimento della rivoluzione boliviana. Il racconto resta dunque vittima di una certo piattezza, i personaggi perdono spessore e lo stesso Che non regala mai momenti di piena emozione." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 23 maggio 2008)

"Niente ombre sul guerrillero nel film di Soderbergh. Una biografia che ricorda quelle di 'Una persona che non dimenticherò mai' di Selezione del Reader's digest. Siccome Soderbergh e Buchman ignorano Minà e Di liberto è probabile che siano rifatti alla lezione del più grande maestro di cinema, John Ford. Che ripetutamente quando aveva di fronte la scelta tra la verità e la leggenda, raccomandava: 'Stampate (cioè filmate) la leggenda. La verità storica è spesso deludente. Brutta, mediocre, cattiva. Con una bella frottola, il pubblico lo mandate in paradiso'. E Soderbergh si prova a raccontare la panzana." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 maggio 2008)

"Realizzato con la nuova, agilissima camera digitale Red, quasi sempre in ambienti e con luci naturali, i film sul Che di Soderbergh sono stati una sfida piuttosto ardua per i cineasti, e tali rimangono per gli spettatori: né manifesto ideologico né biografia, sono lontani dall'epica come dalla rarefazione storica. (...) A Soderbergh manca un apparato stilistico sufficiente a reggere l'impresa, che finisce per apparire sì antiretorica e cronachistica, ma anche molto piatta e per nulla emozionante." (Emanuela Martini, 'Il sole 24 Ore', 23 maggio 2008)

"L'immagine poster arriva subito, nei primi minuti di 'Che - L'argentino', parte prima del dittico dedicato al comandante Guevara. La fotografia vira al bianco e nero, indugia sul sigaro torturato fra le dita, lo spicchio di basco e il basettone, quanto basta per ricordare la leggendaria foto del rivoluzionario pi rockstar della storia. Per il resto Steven Soderbergh, regista inafferrabile che cambia genere e stile a ogni film, non coccola affatto il mito, anzi gioca in contropelo. Il Che è interpretato con somiglianza impressionante da Benicio Del Toro (anche coproduttore) in questo primo volet che racconta l'avanzata dell'esercito di Castro verso L'Avana. (...) Il giovane medico avanza tra le insidie della sierra senza aureola, devastato dagli attacchi d'asma, spietato e retorico quanto basta, fotografato per dettagli, quasi di sfuggita, mai frontale in tutta la sua gloria. Sarebbe un ottimo punto di vista se il racconto si reggesse su un'idea forte narrativa: nella sua tigna antieroica, invece, Soderbergh elude il mito e la storia e la temperatura resta tiepida. " (Piera Detassis, 'Panorama', 16 aprile 2009)
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