Che - Guerriglia

Che

USA, SPAGNA, FRANCIA - 2008
Giunto all'apice della sua fama e del suo potere il 'Che' improvvisamente sparisce per poi ricomparire in incognito in Bolivia dove, con un piccolo gruppo di compagni cubani e alcune reclute boliviane, darà inizio alla grande rivoluzione latino-americana. Il destino ha però in serbo per lui una tragica fine che lo consegnerà per sempre alla storia come simbolo dell'idealismo e dell'eroismo.

CAST

NOTE

- IL PROGETTO INIZIALE DI 'GUERRILLA' ERA STATO AFFIDATO A TERRENCE MALICK CHE LO HA PERO' ABBANDONATO PER POTER REALIZZARE IL FILM "THE NEW WORLD".

- PREMIO COME MIGLIOR INTERPRETE MASCHILE A BENICIO DEL TORO AL 61. FESTIVAL DI CANNES (2008), DOVE IL FILM E' STATO PRESENTATO IN UNA VERSIONE COMPRENDENTE ENTRAMBE LE PARTI CON LA DURATA COMPLESSIVA DI 268' (PARTE 1, L'ARGENTINO: 137', PARTE 2, GUERRIGLIA: 131').

CRITICA

"A quarantuno anni dall'uccisione del comandante Che Guevara nella scuola boliviana de La Higuera ne abbiamo sentite di tutti i colori: dalle mitizzazioni esagerate alle infime delazioni, dalle solerti agiografie al revisionismo galoppante. E Soderbergh, non ha di certo intenzione di accodarsi a fans o detrattori. Semplicemente osserva l'uomo Ernesto Guevara, ritraendolo negli impacci dell'asma, nell'improvvisa e inaspettata popolarità, e soprattutto nello slancio solidaristico di lotta rivoluzionaria a favore degli oppressi. (...) Soderbergh sminuzza i dettagli del viso, del corpo e dell'abbigliamento di Guevara come ci avevano tramandato foto e filmati storici e li ricompone in modo antispettacolare, escludendo i primi piani più convenzionali e includendo improvvisi lampi di genio come la chiusura in soggettiva, dove lo spettatore diventa il Che che guarda gli occhi vuoti e le mani tremanti del suo assassino. Noi cadiamo per terra assieme a Ernesto Guevara, sentendo insieme a lui un fischio fastidiosissimo che ci porta alla morte su schermo bianco. «Non avevo intenzione di idolatrare l'icona da t-shirt - afferma senza enfasi Soderbergh - ma volevo illustrare nel dettaglio lo sforzo psichico e fisico che necessitavano le due campagne di guerriglia dirette da Che Guevara e di mostrare il processo con il quale un uomo dotato di una volontà indomabile scopre la capacità d'ispirare e spronare altri uomini alla rivoluzione. Il Che non l'avrebbe mai ammesso, ma lo stile conta. Conta sicuramente in questo film ed è un elemento cruciale per la comprensione dell'opera nel suo insieme»." (Davide Turrini, 'Liberazione', 23 maggio 2008)

"Quattro ore e mezzo divise in due film e fatte di discorsi, addestramento, guerriglia, prima a Cuba poi in Bolivia. Lo stile antiepico è piano, dimesso, quasi didattico: per evitare l'agiografia, certo. Ma Soderbergh - guardacaso - non sfiora nemmeno le zone d'ombra del Che. Dunque niente o quasi niente sui rapporti con Castro; silenzio sulla gestione del potere; ellisse sull'esperienza africana, sulla disastrosa politica industriale, su tutto ciò che spinse il Che a scegliere la strada impossibile del rivoluzionario a vita. L'insistenza sui rapporti con i compagni, con la Natura, con i nemici, con il senso della propria missione, fino al martirio finale, può ricordare alla lontana 'Giovanna d'Arco' di Rivette, altro film-monstre. Ma la reticenza sui lati più problematici del personaggio evoca un altro film storico americano recente, e mancato: 'Maria Antonietta' di Sofia Coppola. Rifiutare la pesantezza e le convenzioni del film in costume va bene. Ma non basta." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 maggio 2008)

"Capolavoro cinepolitico il film, regista caparbio Soderbergh, che del Che ha amato più che le idee lo stile e l'estetica." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 23 maggio 2008)

"Il 'Che' è vivo. E anche i critici che hanno retto la maratona del doppio film di Steven Soderbergh (quattro ore e mezza) grazie al vezzoso cestino offerto nell'intervallo dalla produzione. Un record che conquista un posto d'onore nell'album dei ricordi festivalieri, ma non si specchia, purtroppo, in un omologo evento cinematografico. I punti a favore dell'ambiziosa saga non mancherebbero: Benicio Del Toro, che ne è anche produttore, è veramente impressionante per come s'incarna con accuratezza mimetica nell'ex dottore argentino, ma anche gli attori alle prese con personaggi come Fidel (Demiàn Bichir), Raul (Rodrigo Santoro) o Cienfuegos (Santiago Cabrera) onorano il ruolo senza ricorrere a patetiche pantomime; la scelta di girare entrambe le parti in spagnolo indica la serietà e la devozione con le quali il regista americano s'è dedicato all'impresa; le ambientazioni sono perfettamente ricalcate su quelle originali di Cuba e Bolivia. Manca, però, il guizzo stilistico decisivo, un'idea-faro di messinscena, una specifica suspense che riscatti la prevedibilità di vicende universalmente note ed incessantemente tramandate e indagate; come manca la giustificazione artistica e spettacolare della rinuncia ad affrontare passaggi decisivi e significativi della parabola guevariana. (...) Se Soderbergh ha tutto il diritto di esserne affascinato, ciò che rende il kolossal un'opera generosa ma inutile è la mancanza di un contatto profondo con il carisma del Comandante: quel grumo magmatico e misterioso, fuori della sua portata didascalica e illustrativa, che impasta l'obiettiva purezza degli ideali, l'obiettiva e spesso sanguinaria caducità del disegno guerrigliero e l'obiettiva forza della società
'imperialista' che ha risucchiato il mito e ne ha fatto un'icona pubblicitaria." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 23 maggio 2008)

"Nel film si avverte la mancanza di qualunque riflessione storica e non sembra interessi al regista andare in profondità per analizzare i veri motivi del fallimento della rivoluzione boliviana. Il racconto resta dunque vittima di una certo piattezza, i personaggi perdono spessore e lo stesso Che non regala mai momenti di piena emozione." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 23 maggio 2008)

"Niente ombre sul guerrillero nel film di Soderbergh. Una biografia che ricorda quelle di 'Una persona che non dimenticherò mai' di Selezione del Reader's digest. Siccome Soderbergh e Buchman ignorano Minà e Di liberto è probabile che siano rifatti alla lezione del più grande maestro di cinema, John Ford. Che ripetutamente quando aveva di fronte la scelta tra la verità e la leggenda, raccomandava: 'Stampate (cioè filmate) la leggenda. La verità storica è spesso deludente. Brutta, mediocre, cattiva. Con una bella frottola, il pubblico lo mandate in paradiso'. E Soderbergh si prova a raccontare la panzana." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 maggio 2008)

"Realizzato con la nuova, agilissima camera digitale Red, quasi sempre in ambienti e con luci naturali, i film sul Che di Soderbergh sono stati una sfida piuttosto ardua per i cineasti, e tali rimangono per gli spettatori: né manifesto ideologico né biografia, sono lontani dall'epica come dalla rarefazione storica. (...) A Soderbergh manca un apparato stilistico sufficiente a reggere l'impresa, che finisce per apparire sì antiretorica e cronachistica, ma anche molto piatta e per nulla emozionante." (Emanuela Martini, 'Il Sole 24 Ore', 23 maggio 2008)
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