Chaque jour est une fête

GERMANIA, FRANCIA, LIBANO - 2009
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Chaque jour est une fête
Libano. Il giorno della festa dell'indipendenza, mentre le strade di Beirut sono affollate di curiosi e manifestanti, i destini di tre donne dirette al carcere maschile di Mermel a bordo di un autobus di linea si incrociano. Le tre hanno vite e intenti molto diversi: Tamara sta andando a trovare suo marito che è stato arrestato proprio il giorno del loro matrimonio; Lina è determinata a far firmare a suo marito le carte per il divorzio che finalmente è riuscita a far stilare; infine Hala è in preda al panico perché nella sua borsa ha la pistola che suo marito, una guardia carceraria, quella stessa mattina ha dimenticato a casa. Potrebbe essere un viaggio come tanti, ma all'improvviso un incidente cambia il corso degli eventi. Le tre donne, perse in mezzo al deserto, dovranno fare i conti con le loro ansie e le ossessioni che si portano dietro...
  • Altri titoli:
    Every Day is a Holiday
  • Durata: 87'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: THIERRY LENOUVEL PER CINÉ-SUD PROMOTION, SABINE SIDAWI HAMDAN PER ORJOUANE PRODUCTIONS, HANNEKE VAN DER TAS & NICOLE GERHARDS PER NIKOVANTASTIC FILM

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Libano, al giorno d’oggi: donne su un autobus dirette a un carcere maschile. Tre sono le protagoniste: la prima (Raia Haidar) vuole incontrare il marito, recluso il giorno delle nozze; la seconda (Manal Khader) vuole che il coniuge, incarcerato da tempo, firmi le carte del divorzio; la terza (Hiam Abbass) deve riconsegnare allo sposo secondino la pistola che ha dimenticato a casa. Quando l’autista del bus viene colpito a morte, le tre si ritroveranno in mezzo al deserto, tra rumori di esplosioni e sciami di profughi, in un viaggio che combina realtà e immaginazione, incubo e sogno…
Opera prima della libanese Dima El-Horr, già passata da Toronto, Every Day is a Holiday è esplicitamente al femminile per prospettiva, ottiche, interpreti e pubblico d’elezione: lo schermo accoglie tre destini uguali e discordi, tre donne in cerca non di uomini, ma di se stesse, col deserto ad accoglierne aspirazioni e frustrazioni, aneliti e sconforto. Nel raccontare, El-Horr e il cosceneggiatore Rabih Mroué scelgono un realismo di base su cui innestare immagini, al limite del calligrafismo, dall’alto voltaggio simbolico, metaforico. Opzione forse non disprezzabile nelle intenzioni, sicuramente infelice negli esiti: sono aghi in un pagliaio che lo spettatore difficilmente si sforzerà di cercare, ovvero intendere nella loro carica social-simbolica, relegandoli viceversa a immagini-cartolina dalla dubbia efficacia. Se a Venezia Donne senza uomini dell’iraniana Shirin Neshat non ci aveva convinto, la sua “sorella libanese” scontenta ancor più: profughi, martiri, condizione femminile, guerra, tutto svanisce nel conflitto tra simbolo e realtà.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA IV EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2009).

CRITICA

"Film schietto, molto sentito dalla regista, utile per capire un po' meglio quanto avviene nel lontano Libano." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 18 ottobre 2009)

"La regista sceglie la via evocativa senza fornire informazioni sul contesto - che si suppone sia quello della guerra civile - abusando di un'idea di cinema visionario, surreale. Detto altrimenti, senza né capo, né coda. Spicca nel terzetto Hiam Abbas, che nelle ultime stagioni abbiamo avuto modo di ammirare in 'La sposa siriana'." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 18 ottobre 2009)

"Le spose annegate con il velo si perdonano solo a Kusturica. Qui annunciano un bombardamento di simboli, metafore, visioni, allegorie, donne con i tacchi nel deserto, cadaveri nei sudari trascinati da un barcaiolo che prima di ricevere una pallottola in testa guidava il pullman, molte galline, una pistola nella borsetta. Dovrebbe essere il Libano: il suo passato, le sue speranze, le sue delusioni, i suoi maschi e le sue femmine" (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 20 ottobre 2009)
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