Chávez - L'ultimo comandante

South of the Border

USA - 2009
4/5
Chávez - L'ultimo comandante
Il regista Oliver Stone concentra la sua attenzione sulla figura carismatica del presidente venezuelano Hugo Chávez. E' davvero la prepotente forza "antiamericana" che i media ci hanno fatto credere?
  • Altri titoli:
    Untitled Oliver Stone/Hugo Chavez Documentary
  • Durata: 102'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUMENTARIO
  • Produzione: OLIVER STONE, JOSÉ IBÁÑEZ, FERNANDO SULICHIN, ROBERT S. WILSON PER PER IXTLAN CORPORATION, IPSE DIXIT ENTERTAINMENT, PENTAGRAMA FILMS, GOOD APPLE
  • Distribuzione: MOVIMENTO FILM (2013)
  • Data uscita 16 Aprile 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Boris Sollazzo
"Spero di vedere prima della fine di questa vita la fine del capitalismo rapace". Parole di Oliver Stone a L'Avana. Stacco. "Obama potrebbe essere il nuovo Roosevelt". Parole di Hugo Chavez. Stacco. Il discorso di celebrazione della vittoria del nuovo presidente americano. Siamo nei minuti finali di South of the Border, e lo schema è esattamente lo stesso della "chiamata alle armi" conclusiva di Capitalism: A Love Story di Michael Moore, amico del regista di Platoon (qui a Venezia sono stati a pranzo, e poi in sala insieme). Segno di un'unità di intenti e di intelletti, forse, ma soprattutto simbolo di un cambiamento reale che fa pensare che la rivoluzione sociale e politica in atto in Nord America non sia solo l'ennesimo sogno americano che si trasforma in incubo. Ma se Moore viaggia nell'America più o meno profonda, Stone prende l'aereo e va in Sud America, per incontrare i presidenti neobolivaristi che stanno cambiando la storia, l'economia, i rapporti di potere di quel continente. Come sei anni fa dedicò ben due bei documentari a Fidel Castro (Comandante e Looking for Fidel), ora, in un sequel ideale e idealistico, riparte dal suo erede, Hugo Chavez, per scoprire la sua verità sui pericolosi capi di governo a sud del Messico che tanto preoccupano analisti e neocon a stelle e strisce. Parte dal venezuelano, tracciando una storia del suo paese e della sua carriera politica degli ultimi 20 anni, per capire se (e come) è un dittatore, se davvero è un pericolo, per l'America e il suo paese, come è stato ostacolato e attaccato dall'amministrazione Bush. Rispetto agli ironici pamphlet di Moore, lui sceglie un'impostazione altrettanto empatica - forte la scena in cui i due, in quanto ex soldati, trovano un legame emotivo - ma forse più solida storicamente e analiticamente. Facciamo insieme a lui migliaia di chilometri, per trovare Evo Morales in Bolivia, coltivatore di coca (le foglie, non la polverina come la propaganda statunitense ama sostenere), Fernando Lugo in Paraguay, vescovo (torturato dal regime precedente come molti leader del neobolivarismo democratico) che crede nella teologia della liberazione, il giovane e sfacciato Correa in Ecuador che ha esordito con una geniale risposta ai "nemici": "volete mantenere la vostra base militare in Ecuador? Bene, allora fatene installare una ecuadoregna a Miami!". E ancora i coniugi Kirchner in Argentina, il sindacalista Lula, il Sud America che sogna un solo parlamento e una sola valuta si mostra nel suo coraggio e nei suoi ultimi anni di progresso e di lotta (di un certo successo) contro la povertà. Tra momenti goliardici (i palleggi calcistici tra Morales e Stone) e discorsi serissimi ecco i nuovi eroi della Revoluciòn, coloro che vengono definiti "La rivincita del Che". Chi più chi meno, hanno tagliato i ponti con l'FMI e le multinazionali Usa, hanno riformato i paesi a favore dei più deboli, cercano una terza via rispetto a ciò che nel secolo scorso ha fallito. Una riflessione profonda, importante, necessaria. Applausi scroscianti, durante e dopo la proiezione, e la voglia e la speranza di un mondo diverso e possibile un po' più viva.

NOTE

- FUORI CONCORSO ALLA 66. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009).

CRITICA

"Dopo essere stato fischiato ai tempi di 'World Trade Center', Oliver Stone fa pace con la Mostra di Venezia ricevendo un boato di approvazione alla proiezione stampa di 'South of the Border', documentario divertente e illuminante sulle svolte politiche degli ultimi dieci anni in America latina. (...) Internazionalismo d'accatto? Alla fine arriva Obama a confermare che lui con questi signori parlerà. Il documentario è fratello gemello del doc di Michael Moore che appare anche qui in una vibrante filippica contro i media yankee. Ecco due grandi cineasti nordamericani che non hanno paura di conoscere gli altri e criticare la loro amata patria." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 07 settembre 2009)

"'South of the Border'non è però un ricatto del premer sudamericano, a differenza dei due film un
po' sdraiati ('Comandante' e 'Looking for Fidel') che Stone ha realizzato su Castro. Il titolo significa 'A sud del confine' ed è un veloce reportage su quanto sia cambiato il 'giardino' degli Stati Uniti, come è stata sempre considerata l'America Latina. Chavez è il personaggio del quale si parla di più, perché la campagna di disinformazione con la quale i media statunitensi lo hanno denigrato è stata impressionante. Ma nel suo viaggio Stone incontra anche i Kirchner (Argentina), Lula (Brasile), Evo Morales (Bolivia) con il quale mastica una quantità industriale di foglie di coca, Rafael Correa (Ecuador) e soprattutto Fernando Lugo (Paraguay), forse il meno noto e il più convincente di tutti, un pastore della Teologia della Liberazione che irrompe nel film senza un grammo di populismo (sempre in agguato negli altri). 'South of the Border' è semplice, forte, schierato. Anche con Obama, visto da tutti - Stone e gli intervistati - come una speranza." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 07 settembre 2009)

"Ma anche se il venezuelano Chavez non sfilasse sul red carpet l'interesse per il film che Oliver Stone ha dedicato all'america latina (a più di vent'anni da 'Salvador') non si ridurrebbe. 'South of the Border' è uno di quei film che vengono realizzati solo per la passione civile e il desiderio di verità dei loro autori, e lo si sente in ogni fotogramma." (Andrea Martini, 'Quotidiano Nazionale', 07 settembre 2009)

"All'inizio il suo film sembra voler sottolineare la dilettantesca approssimazione, quando non le evidenti manipolazioni, che certi canali televisivi hanno fatto della figura e delle scelte politiche di Hugo Chávez, il presidente del Venezuela. Le perle di insipienza che Stone raccoglie soprattutto da Fox News (canale di proprietà di Murdoch, dichiaratamente conservatore) sono involontariamente comiche: c'è persino una conduttrice che confonde coca e cacao! Ma quando Stone abbandona il materiale di repertorio per dare la parola a Chávez, il film diventa eccessivamente agiografico. O meglio: fin troppo schematico nel guardare solo al passato e nel cogliere soltanto le novità più facili del movimento bolivariano, il credo politico che si rifà alle ambizioni panamericane di Simón Bolívar. In questo modo anche le (troppo) brevi interviste che Stone fa con altri presidenti - il boliviano Morales, il paraguayano Lugo, gli argentini Néstor e Cristina Kirchner, il brasiliano Lula, l'ecuadoregno Correa e il cubano Raúl Castro - finiscono per sembrare solo piccole dichiarazioni di principio che la cinepresa si limita a registrare, sfruttate per come possono essere funzionali alla foga politica (e al protagonismo) di Stone. Non certo per spiegare il nuovo che sta nascendo in America Latina." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 07 settembre 2009)

"Stone, alla fine del documentario, passeggia sul lungomare dell'Avana raccontando le sue impressioni. Come Michael Moore è ormai la star de documentario. Ma Moore, per ampi tratti del suo documentario, usa l'ironia, un'arma formidabile. Stone no, solo quando prende in giro la disinformazione della Fox su Chavez ci riesce. Per i primi minuti. Pochi, davvero pochi. Poi diventa Minculpop, Pravda formato visivo, Istituto Luce del Ventennio formato bolivariano. Non ci sono azioni, non si mostra, si dimostra, a parole, con quelle dei politici o della voce fuori campo, che il Sudamerica bolivariano sarà il migliore dei mondi possibili. Perché? Perché lo dice Chavez, che a Venezia ha conquistato tutti, a sinistra ma anche a destra, no global e dirigenti della mostra, e lo ripete anche Stone." (Luca Mastrantonio, 'Il Riformista', 08 settembre 2009)
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