Chéri

GRAN BRETAGNA, GERMANIA, FRANCIA - 2009
Chéri
Parigi 1906. Il diciannovenne Chéri ha conosciuto l'arte di amare grazie a Léa, bellissima e raffinata cortigiana, collega e rivale di sua madre, Madame Peloux. Quando, sei anni dopo, Chéri sarà costretto ad abbandonare la sua amante per sposare Edmée, figlia della ricca cortigiana Marie-Laure, entrambi inizieranno un percorso che li porterà inevitabilmente al doloroso distacco.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, ROMANTICO
  • Specifiche tecniche: D-CINEMA, CINEMASCOPE, 35 MM
  • Tratto da: romanzo "Chéri" (1920) di Colette (ed. Piccola Biblioteca Adelphi, 1984)
  • Produzione: BILL KENWRIGHT FILMS LTD., MMC INDEPENDENT, PATHÉ PRODUCTION
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 28 Agosto 2009

TRAILER

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE JESSICA LANGE.

- PRESENTATO IN CONCORSO AL 59. FESTIVAL DI BERLINO (2009).

CRITICA

"Nel film di Stephen Frears tratto dai due romanzi che molti giudicano il capolavoro di Colette ('Chéri' e 'La fine di Chéri') c'è tutto ciò che dovrebbe rendere un lavoro attraente e personale. Invece, malgrado l'eccellenza del cast e degli autori, 'Chéri' finisce per riflettere quella ricerca di certezze e riconoscibilità, quella volontà di rassicurazione, quella medietà senza rischi che domina molto cinema di oggi. Scandito da una voce narrante che commenta e distanzia il racconto, dominato da Michelle Pfeiffer nei panni della matura e ricca cocotte che si innamora per gioco del figlio 19enne di una collega cresciuto sulle sue ginocchia, salvo poi restare con lui per ben sei anni, 'Chéri' è infatti brillante, accurato, un poco lezioso, godibile nei duetti fra Michelle Pfeiffer e la suocera Kathy Bates, come sempre magnifica; ma anche stranamente atono, languido, senza nerbo, indeciso fra scherzo e dolore, ritegno e effusione. Perché girare oggi questa storia, con una star bravissima ma filiforme, contrariamente a tutte le celebri mantenute della Belle Époque che sfilano opulente e trionfanti sui titoli di testa? (...) Magari ci sono altre ragioni, nessuna però giustifica fino in fondo un film esteriore e decorativo, adagiato sul talento delle primattrici, sul fascino dell'ambientazione, sul richiamo facile di un soggetto che però sfiora appena incorniciandolo fra 'bons mots' e profumi di salotto più che d'alcova. Anche se il giovane Rupert Friend, volto preraffaellita, spleen adolescenziale fugato a colpi di oppio e di piaceri della carne, non sfigura affatto in questo ruolo paraedipico e tutt'altro che facile cui però l''horror vacui' dell'estetica corrente toglie l'arma più forte: il vuoto, appunto, lo smarrimento, la vertigine." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 agosto 2009)

"Il nuovo Stephen Frears è stato in gara a Berlino con 'Chéri', a lezione di sesso da Colette. È un'immersione non proprio profonda nella Belle Époque. Ha i colori decadenti e profumati che ritroviamo in Mucha, una musichetta insolente e generosa, alla Piovani (di Alexandre Desplat); costumi, mobili, Grand Hotel, merletti, gioielli e Cognac d'epoca, mozzafiato, ma la british renaissance sembra tuttora troppo e solo questo, nonostante un manovrare la macchina da presa non privo di giocosità floreale. La Belle Époque, però, coincide con Bismarck e con la spartizione dell'Africa, quando tutte le grandi capitali europee sfoggiavano una ricchezza prepotente e esagerata, palazzi gonfi di inessenziale, esibendo il frutto massimo di una secolare rapina coloniale (rimossa). (...) È il mondo, immondo e spettacolare, che già Vincente Minnelli aveva glorificato e scorticato vivo nell'indimenticabile musical sepolto di Oscar, con Maurice Chevalier, 'Gigi'. E che viene rievocato qui, con un cast all'altezza (vedi Kathy Bates), in una botta di nostalgia e forse autobiografia, da Stephen Frears. Che richiama un'attrice esperta, come l'eroina di 'Viale del tramonto', ma più nuda, Michelle Pfeiffer, sex symbol dimenticata, e qui ancora tipica, piccante eroina degna di Leclos. E Christopher Hampton, sceneggiatore che fu al suo fianco nella trasposizione, 20 anni fa, del geniale manifesto libertino 'I legami pericolosi'. Colette, che scrive non durante la Belle Époque, ma più tardi, proprio quando il potere seduttivo e politico delle donne era stato gravemente compromesso dalla «grande guerra», micidiale per il femminismo rampante, vede nel personaggio della Pfeiffer, Léa, il simbolo di una donna nuova. Che, come la fenice rinasce dalle sue stesse ceneri. Da maga sublime del sesso, lautamente pagata a champagne e smeraldi, a prototipo di una donna libera a venire, che costruirà in sei anni, con il suo giovane amante bruno, affidatogli per una settimana, da svezzare, Chéri, un differente gioco di coppia, quasi un'astronave del sentimento amoroso. Senza la quale macchina avveniristica, il sesso, resta pura meccanica celibe, come la tettonica rispetto all'architettura. Emblema di quello che fu non solo un capitolo occidentale della scienza erotica, ma anche un antidoto, poi paralizzato per decenni, alla civilizzazione sterminatrice." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 28 agosto 2009)

"Produzione tedesca girata in inglese da attori americani in un teatro di posa di Colonia, 'Chéri' prende più il sapore delle storie di Wilde che di quelle di Colette. La leggerezza di questi intrecci d'alcova, ma senza squallori, è tipicamente francese. Non è comunque questa la dote precipua di Frears ('My beautiful Laundrette'), sebbene abbia firmato 'Le relazioni pericolose', tratto dalle pagine di Choderlos de Laclos, e già interpretato dalla Pfeiffer. Sono lei e la Bates a reggere il film, sebbene quest'ultima sia credibile solo per talento d'interprete: le manca invece clamorosamente l'aspetto della donna seducente. Quel che la Pfeiffer conserva senza apprezzabili interventi del chirurgo." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 11 febbraio 2009)

"'Cherì' rimane un bell'esercizio di forma, un film che soddisfa gli occhi e il palato come un buon tè inglese con un'alzata di pasticcini alle cinque del pomeriggio, visto lo sforzo di costumi, trine e location e i dialoghi pimpanti di Hampton, presi a prestito dall'omonimo romanzo di Colette. L'unica nota al risparmio è la voce fuori campo, interpretata dal regista stesso, forse un vezzo o una voglia di risparmiare o un nuovo trend." (Massimo Benevegnù, 'Il Riformista', 12 febbraio 2009)

"L'amore di un 19enne che cede e recede davanti alla bellezza che sfiorisce sulle sembianze della cocotte di lusso Michelle Pfeiffer, nel trasferimento anglo-americano di intraducibili pagine parigine Belle Epoque di Colette, non ci convince. Abiti incantevoli, location letterarie, ardori convenzionali. Per fare 'Cheri', Stephen Frears avrebbe dovuto sottoporsi a una trasfusione si sangue francese." (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 11 febbraio 2009)


"Il film è elegante, cinico, spiritoso: molto british, anche se tratto dal romanzo di una francese." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 11 febbraio 2009)
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