Caterina va in città

ITALIA - 2003
Caterina va in città
Caterina è un ragazzina di tredici anni costretta a lasciare Montalto di Castro, dove è nata, per trasferirsi con i genitori a Roma. Ambientarsi nella grande città per lei non sarà facile, pressata dall'ambizione del padre che la spinge a frequentare le compagne di scuola appartenenti a famiglie facoltose e il senso di esclusione che ne deriva.
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: CATTLEYA, RAI CINEMAFICTION IN COLLABORAZIONE CON SKY
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 24 Ottobre 2003

RECENSIONE

di Angela Prudenzi
Cantore di un'Italia minore, Paolo Virzì ha sinora preferito le atmosfere di provincia al caos delle grandi città. E' quindi una sorpresa l'ambientazione metroplitana di Caterina va in città, che sin dal titolo sottolinea la scelta eccezionale di raccontare un mondo nuovo e sconosciuto. Tredicenne timida e goffa, con due genitori che imbarazzerebbero anche l'adolescente più ingenuo, Caterina giunge dunque nella più popolate delle città, Roma, alla cui scoperta si getta con un'innocenza che difetta invece alle coetanee  incontrate il primo giorno di scuola. Tanto queste sono decisioniste e sicure di sé, tanto Caterina è un pesce fuor d'acqua in ogni occasione, pronta a sfoggiare di  continuo una patologica indecisione che la porta ora a essere amica della figlia di intellettuali di sinistra, ora della rampolla del sottosegretario di destra. E quando si dice destra e sinistra si intende senza sfumature: la giovane sinistrorsa, avvolta nella kefiah di ordinanza, vive in una stanza-regno della quale gli adulti rispettano la piena autonomia, mentre la più scafata destrorsa sa come ottenere tutto dal padre e se ne va in giro con l'autista a fare shopping neanche fossimo a Berverly Hills. Caterina, per fortuna, dopo l'ubriacatura iniziale capisce che la metropoli è piena di insidie e si sottrae al rischio di confondere  l'identità personale con l'integrazione in un gruppo. Cosa che non riesce al padre, vittima di un profondo senso di frustrazione causato dall'aver inutilmente vagheggiato amicizie potenti e riconoscimenti intellettuali. E così, a ben guardare, è di provincia che ancora si parla. O almeno di quegli atteggiamenti provinciali di cui sembra  essere vittima la maggior parte degli italiani. Infatti fuori dai giochi di potere, intellettuale o politico che sia, persino il professore lettore del Manifesto interpretato da Castellitto, di fronte a Michele Placido, nella parte di se stesso, incoerentemente perde la bussola e si lancia in imbarazzanti ammiccamenti. E' questa l'Italia? Siamo veramente un paese di esclusi che sognano la popolarità? La visione di Virzì è nera, pur ammantata di comicità grottesca. Ma più che un ritratto è forse un grido d'allarme: meglio rispettare la propria natura che credere ai burattinai. Caterina lo impara sulla propria pelle, salvandosi. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

NOTE

- DAVID DI DONATELLO 2004 A MARGHERITA BUY COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA.

- NASTRO D'ARGENTO 2004 A MARGHERITA BUY COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA E PREMIO 'GUGLIELMO BIRAGHI' 2004 AD ALICE TEGHIL.

CRITICA

"Paolo Virzì mostra di essere uno dei cineasti più interessanti in circolazione. Il bozzetto colorito si stempera nello sguardo pietoso, l'acutezza del ritratto sociologico si ispessisce nel ritmo sostenuto, e l'affresco romano che ne scaturisce si anima di personaggi - ora ridicoli, ora arroganti: tutti infelici - dotati di una qualità a tratti romanzesca. Se Sergio Castellitto rende con riflessi patetici la frustrazione dell'aspirante scrittore, Margherita Buy nei panni della moglie burina, soffocata di complessi è una lieta sorpresa." (Michele Anselmi, 'Il Giornale', 24 ottobre 2003)

"'Zecche' e 'pariole' in classe echeggiano 'Porta a porta', il ministro di An e gli intellettuali radical-chic sfiorano la caricatura, la protagonista e il suo piccolo mondo restano un mistero. 'Caterina va in città', insomma. Peccato che per raccontare la città Paolo Virzì trascuri Caterina". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 ottobre 2003)

"Virzì, insieme con il suo collaboratore di sempre, Francesco Bruni, attraverso gli occhi di Caterina ci fa guardare a questi due mondi così diversi l'uno dall'altro in cui si distingue oggi a Roma un certo tipo di borghesia; ci fa, attorno, guardare anche a Roma, evocata dalla fotografia suggestiva di Arnaldo Catinari, e naturalmente, dato che è il suo personaggio narrante, ci fa anche guardare alla tredicenne incapace di scegliersi le amicizie, estraniata sempre più dalla famiglia e pronta a sciogliere i suoi nodi solo attraverso il canto cui si dedica con molta passione per la musica classica corale. Qualche nodo non riuscirà a scioglierlo, così ci sarà anche un tentativo di fuga, alla fine, però, dato che a fuggire sarà il padre, tutto si ricomporrà in una nuova famiglia, anche se in coro, rifacendosi a Donizetti, si sente cantare 'In pace un attimo mai si sta'. Forse i molti temi non sempre sono veramente ordinati, le ambizioni di rappresentarci, oltre alle tredicenni di oggi, i diversi spaccati di società che le esprimono, non sono risolte fino in fondo, ma questa nuova commedia di Virzì, con il suo basso continuo di amarezza, può convincere. Grazie anche a Sergio Castellitto e Margherita Buy, i genitori e all'esordiente Alice Teghil, Caterina." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 24 ottobre 2003)

"Mi aspettavo di fare quattro risate assistendo a una commedia e invece sono stato sulle spine per tutto il tempo della proiezione di 'Caterina va in città', anche se alla fine il film ti manda via rassicurato. (...) Fra i molteplici omaggi che nel decennale si rivolgono a Fellini, questo singolare film di Paolo Virzì è forse il più significativo: pur non rivelando niente di felliniano nello stile, che semmai strizza l'occhio a Scola o a Monicelli. Giova ricordare che il primo titolo di 'La dolce vita' era proprio 'Moraldo in città', che l'idea di base era quella di un immigrato alla conquista di un mondo attraente e respingente nello stesso tempo. Sicché a distanza di oltre 40 anni i due film tendono ad assomigliarsi, tranne che per l'aggettivo dolce. Oggi di dolce non c'è davvero più niente. Consumismo, intrallazzo, intrighi politici e stupidità trionfano, mancano riferimenti e modelli, non sappiamo a quale santo votarci. Se quella di Fellini era 'La bella confusione' (primo titolo di '8 e ½'), la confusione attuale è brutta e basta. Non resta che 'coltivare il proprio giardino', magari fuggendo in moto come papà, trovando un altro uomo come mamma o facendoci scudo del coro di Santa Cecilia come la brava Alice Teghil. 'Caterina va in città' conferma che il cinema italiano attraversa un momento bellissimo, forte d'ispirati miniaturisti della recitazione come Sergio Castellitto e Margherita Buy; o come il sorprendente Claudio Amendola, che per mettere allo spiedo il suo uomo politico deve essersi preparato su 'Porta a porta'." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 25 ottobre 2003)

"Vi pare che echeggi 'Ferie d'agosto'? Avete ragione. In chiave meno affettuosa il regista panoramica su un verminaio generale dove neanche i burini qualunquisti sono umani, figuriamoci quelli che girano intorno al potere girotondini inclusi. Claudio Amendola fa Fini che si vergogna dei camerati a braccio teso. Castellitto cesella il personaggio, Buy lascia a bocca aperta con un profilo inedito." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 26 ottobre 2003)

"Virzì non scampa ai morsi del film di costume e si addentra senza paura in un mondo feroce e rischioso. Ma Virzì ha ben presente la commedia all'italiana e rifà Gassman e Satta Flores e Giovanna Ralli in un 'C'eravamo tanto amati' trent'anni dopo, orfano di un'Italia che lì finiva nel settantaquattro e che di cose ne aveva viste, tra miracolo e riformismo, congiunture e sessantotto, stragi e rapimenti ma mai come questa Italia, la cui fine quelle figurine ancora gigionesche e da commedia non potevano neanche immaginare. Ecco, forse, quest'Italia non può più essere raccontata dalla commedia all'italiana, che un tempo fu un ottimo strumento d'analisi sociale, ma che oggi rischia di diventare la sua barzelletta, anche quando è dura, arrabbiata e delusa come questa, che non risparmia nessuno, destra e sinistra, casalinghe e professori, adolescenti e genitori." (Dario Zonta, 'L'Unità', 7 novembre 2003)
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