Captain Phillips - Attacco in mare aperto

Captain Phillips

3/5
Captain Phillips - Attacco in mare aperto
2009, al largo della costa Somala. La nave porta container americana Maersk Alabama, comandata dal Capitano Richard Phillips, viene sequestrata da una banda di pirati Somali. Il Capitano Phillips si troverà a confrontarsi con la sua controparte Somala, Muse, su una rotta di collisione incontrovertibile; entrambi, infatti, si troveranno a pagare il prezzo alle potenze economiche che sfuggono al loro controllo.
  • Durata: 134'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA/ARRICAM LT/ARRIFLEX 235, ARRIRAW (2.8K)/4K/SUPER 16/SUPER 35 (3-PERF) STAMPATO A 35 MM/D-CINEMA (1:2.35)
  • Tratto da: autobiografia di Richard Phillips "A Captain's Duty: Somali Pirates, Navy SEALS, and Dangerous Days at Sea" scritta in collaborazione con Stephan Talty
  • Produzione: MICHAEL DE LUCA PRODUCTIONS, SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, TRANSLUX, TRIGGER STREET PRODUCTIONS
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA - DVD E BLU-RAY: UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT (2014)
  • Data uscita 31 Ottobre 2013

TRAILER

RECENSIONE

Mancava solo l'acqua. Unico elemento finora a non trovare spazio nella filmografia di Paul Greengrass, dopo la terra scippata di Sunday Bloody Sunday, i cieli violentati di United 93 e la polveriera mediorientale, letteralmente messa a fuoco in Green Zone.
Captain Phillips, con le sue navi alla deriva, le turbolenze oceaniche, il fragore spumoso delle onde e dei fucili a mitraglia, chiude il cerchio elementale. Nel cinema di Greengrass non si tratta solo di varianti geografiche, coordinate spaziali, ambienti, ma della materia di cui sono fatti i film. La mdp attraversa la chimica del mondo assorbendone il sapore: la fangosità della terra, l'asettico gelo dell'aria, il sabbioso pizzicore del deserto, l'umido salmastro del mare. Non importa localizzare, bensì restituire un punto di riferimento percettivo. Esperienza sensoriale, trascesa però da uno sguardo telescopico. La legge interna al suo cinema stabilisce sempre una dialettica tra un apprendistato fisico, epidermico, e una conclusione logica, figlia di una coscienza tecnica, razionale. Da una parte abbiamo uomini che vivono gettati nella mischia, rovistano nel fango, masticano sangue, annaspano in mare. Dall'altra tecnocrati e adepti al controllo, depositari del sapere e figure del comando. Terra, aria, fuoco, acqua. E il vortice del potere che mulina e rimescola, così tutto si confonde.
Richard Phillips è un capitano senza medaglie, un comandante senza plotone, l'eroe involontario di una guerra che non è la sua. Effetto collaterale della sperequazione, della fame per decreto e della ricchezza per esproprio. E più ancora gli altri, i pirati somali con i loro occhi scavati e i corpi ossuti, venuti fuori da qualche melmoso pozzo di terra per avere anche loro una fetta di speranza. Pezzi di carne del Capitale Globale. Lui e loro, uomini sbagliati nel posto, al momento, sbagliato. Come i passeggeri dello United 93, persone reali, testimoni che è tutto vero. Eppure è cinema, alla potenza. Greengrass racconta che cosa succede quando due mondi così, due mondi che di norma non dovrebbero incrociarsi, fanno un frontale. Captain Phillips è un tragitto tra l'innesco e lo scoppio, la storia una miccia, lo spettatore seduto sopra una bomba a orologeria.
Il procedimento sempre lo stesso: narrazione multipolare, con le diverse linee d'azione – la nave mercantile, la marina americana, l'imbarcazione dei pirati - che convergono verso il centro del dramma. L'azione stessa viene spezzettata, sezionata, frantumata nel montaggio, internamente mossa, braccata dalla macchina a mano. Lo spezzatino è servito, la frenesia è movimento, il gesto disperato di un tempo deperibile.
Captain Phillips è già il terzo survival movie che Hollywood recapita in pochi mesi– con All is Lost di Chandor e Gravity di Cuaron – e qualcosa vorrà pur dire. Ma è soprattutto un grande film, il raccordo in assonanza dello shock percettivo e informativo di anni sciagurati. L'indice puntato sul caos creato ad arte. Perciò Greengrass non si limita a focalizzare l'attenzione sul “suo” capitano – cui Tom Hanks fornisce un'interpretazione di straordinaria intensità, con un climax terribile - ma dà eguale risalto (e dignità) alla controparte somala. Dalla lunga sequenza dell'ingaggio alle brevi ma incisive scene all'interno di imbarcazioni sudice e rattoppate, il film ci introduce all'interno di un mondo dove i pirati sono solo uomini, il volto un patire, la violenza una necessità, miseria il nascere. Nulla di nuovo, ma inedita da quelle parti è la pietà.
Ecco quattro scalcagnati triturati in un gioco più grande di loro. Non sono fondamentalisti, non odiano gli yankee, vorrebbero soldi, sbarcare in America con una macchina nuova di zecca ("It's just business”, dirà il loro leader a Richard Phillips). Resta lo scacco, la consapevolezza che i guasti di questo mondo non sono addebitabili a un gruppo di ragazzini impauriti che scorazzano su una piccola barca in mezzo al mare. Golia è altrove. Scende dal cielo con una corazzata di angeli neri, i Navy Seals venuti a riportare il mondo dov'era, ingiusto com'era.
Ecco che questo spettacolo immersivo e pulsante, specchio di un mondo concitato, scomposto, conteso da potenze in lotta per imporre le proprie ragioni, rivela l'inganno. Il gioco è truccato, l'arbitro nascosto nella torre di controllo, alla consolle dei radar, dei grafici, delle linee di comunicazione. Rimonta tutto secondo logica, consolidati assetti, gerarchie. Ecco l'antidoto all'universo anomico delle immagini.
Il mondo è cinema, il demiurgo seduto in cabina di regia.
Gianluca Arnone

NOTE

- PRODUTTORE ESECUTIVO: KEVIN SPACEY.

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2013 PER: MIGLIOR FILM (CATEGORIA DRAMMATICO), REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (TOM HANKS) E NON PROTAGONISTA (BARKHAD ABDI).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2014 PER: MIGLIOR FILM, SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, ATTORE E NON PROTAGONISTA (BARKHAD ABDI), MONTAGGIO, MONTAGGIO E MISSAGGIO SONORO.

CRITICA

"Primo dirottamento di una grande nave americana, la Maersk Alabama verso il Kenya, a bordo materiale umanitario, che si consuma nel breve ma estenuante sequestro di cinque giorni, 8-12 aprile 2009 da parte di quattro scheletrici pirati, pronti a tutto. E rivive con tutta la passione del regista inglese Paul Greengrass che ha cipiglio da reporter ma col cuore in attività, avendo raccontato in 'Bloody Sunday' l'eccidio di pacifisti cattolici irlandesi da parte dei soldati britannici nel '72, l'attacco dell'11 settembre in uno degli aerei kamikaze ('United 93') e anche due episodi della saga Jason Bourne-Matt Damon per tenersi in esercizio con la finzione, ma qui alle prese con un problema concreto. (...) II film ci racconta, dosando a gocce la tensione, la cupa atmosfera di attesa dei «pirati», dizione folklorica per identificare i quattro avventurieri allucinati, in aperta discontinuità con Johnny Depp, che pretendono 30 milioni di dollari (ma in cassaforte ce ne sono solo 30.000) e invadono la nave con antica rabbia in una sequenza magistrale. (...) È un film suggestivo, lungo ma ben distribuito nei passaggi narrativi e pieno di tensione accumulata: recupera da un lato il gusto dell'avventura marina ma dall'altro non dimentica la realtà di un reportage finito bene. Soprattutto Greengrass non è un manicheo, non eccede nel distribuire le colpe sui somali, beninteso colpevolissimi ma anche irresponsabili, disperati, nevrotici e con la paura dei «vecchi» del villaggio. Psicosomaticamente perfetti, con volti ossuti e scavati dalla fame, fanno paura e Barkhad Abdi, che impersona il capo è straordinario, si dice sia in odore di Oscar: i filibustieri debuttanti sono stati reclutati nella comunità somala americana di Minneapolis, espressivi nel denunciare violenza e ostinazione, coraggio e incoscienza. Anche Tom Hanks ha nel suo cine-passato destini assai avversi, solitari e infelici, da Robinson Crosuè di oggi: ex astronauta in panne, naufrago su un'isola o in un terminal, paraplegico e malato di Aids (quindi due volte Oscar), egli rappresenta, e qui lo fa ancora una volta con gran misura e la prima barba sale e pepe, l'americano medio che accetta il destino di Eroe ed è trascinato nella leggenda contro la sua volontà. Scritto da Billy Ray, creatore di favole, fotografato da Barry Ackroyd, che ha lavorato con Ken Loach, il racconto ha una precisione a cronometro che studia anche gli affanni e vede dietro e oltre, muovendosi con adrenalina ma anche con circospezione fino a fermarsi in un finale da ricordare." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 31 ottobre 2013)

"Quanto dura un attacco dei pirati? Un sacco di tempo. Lo scopriamo con questo film che rievoca la storia - vera - del cargo Usa attaccato nel 2009 da un pugno di pirati somali che rapirono il capitano. Il capitano (Tom 'faccia pulita' Hanks) sa con grande anticipo che i pirati stanno arrivando ma non può farci niente. Le loro barche sono più veloci. Li guarda arrivare, tenta manovre diversive, aziona gli idranti per tenerli lontano dallo scafo, ma l'ineluttabile accade. Molto lentamente, all'inizio. È la parte migliore di questo film diretto dal regista di 'The Bourne Supremacy', molto più dotato per l'azione che per atmosfere e psicologie. Eppure qui la guerra psicologica è tutto. Tanto più che gli americani sono gli unici a raccontare la favola di Davide e Golia al contrario. Golia non solo vince, ma se lo merita. Roba davvero sleale. Infatti abbondano i colpi bassi. Hanks ha affetti, famiglia, si preoccupa per l'equipaggio e anche per loro. Loro hanno solo rabbia, miseria, fame (e masticano qat per vincerla), non si distinguono uno dall'altro, sono infidi e violenti anche tra loro. Soprattutto, non hanno un mondo alle spalle (il film non spreca un minuto a farcelo capire). Così, dopo la prima parte, scatta la routine. Arrivano i Seals, sappiamo tutti come finirà. Nel frattempo sarebbe bello capire com'è fatta quella buffa scialuppa su cui i pirati tentano la fuga col capitano. Ma Greengrass insiste sui primi piani e non ci dà mai una visione d'insieme della barca, né dei rapporti al suo interno. Un vero peccato." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 31 ottobre 2013)

"«Capitano! O mio Capitano, il nostro tremendo viaggio è concluso» cantava il poeta Walt Whitman, riferendosi al presidente Lincoln, questo è vero; ma sono versi adatti anche a commentar l'impresa del capitano Richard Phillips (...). Per rievocare l'episodio, l'inglese Paul Greengrass - che nel 2006, fra un 'The Bourne Supremacy' e un 'The Bourne Ultimatum', aveva realizzato 'United 93' su uno dei dirottamenti aerei dell'11 settembre - sceglie, sia pur senza rinunciare a qualche spettacolare coloritura di thriller, la strada della ricostruzione realistica di scuola britannica. E la stringata, tesa sceneggiatura di Bill Ray lo supporta, mettendo l'accento sul fattore umano e badando a sottolineare che i cattivi di turno non sono terroristi né cattivi-cattivi, bensì miseri pescatori sfruttati da cosche locali. Costituito di non professionisti, il cast somalo (in cui spicca il capo Barkhad Abdi) è di indubbia naturalezza, e tuttavia quando è in scena il grande Tom Hanks nulla e nessuno risulta altrettanto vero e credibile." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 31 ottobre 2013)


"È stato il regista della trilogia dedicata all'agente Jason Bourne, ma ha saputo anche raccontare con grande maestria fatti drammatici della storia recente. Con 'Captain Phillips - Attacco in mare aperto' Paul Greengrass ci riporta al 2009, quando un cargo americano venne sequestrato insieme all'equipaggio da un manipolo di pirati somali che tennero il capitano in ostaggio per tre giorni. Girato con grande senso del ritmo, il film catapulta lo spettatore sulla nave e lo tiene inchiodato lì, insieme agli ostaggi, con il fiato sospeso e gli occhi puntati sull'uomo che riuscì a tenere a bada i criminali." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 31 ottobre 2013)

"Il britannico Greengrass si cimenta nel cine-adattamento, e ne confeziona un action-thriller mozzafiato sulla resistenza e dignità umane. Capitan Tom Hanks ci mette il suo. Della serie Capitani coraggiosi 2.0, dedicato a Francesco Schettino." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 31 ottobre 2013)


"Piacerà a tutti quelli che s'infileranno in sala (il passaparola funzionerà molto a favore). Il merito è soprattutto di Paul Greengrass, un regista che il dramma avventuroso lo sa guidare come pochi (da 'United 93' a due film della serie «Bourne»). Anche Hanks è credibile come eroe per forza. Chi l'avrebbe detto ai tempi di 'Forrest Gump'?" (Giorgio Carbone, 'Libero', 31 ottobre 2013)


"L'ultimo quarto d'ora è da applausi(e brividi) a scena aperta, ma è tutto 'Captain Phillips - Attacco in mare aperto' che finora si candida a migliore film della stagione. La formula applicata dal cinquantottenne regista britannico Paul Greengrass è, del resto, quella basica del cinema-cinema, il massimo di suspense e tensione coniugato con uno sguardo problematico, ma non didascalico sui dati della cronaca (...) al di là del ritmo, le psicologie e i colpi di scena che non perdono un colpo, si percepisce appieno come, in realtà, si parli anche di globalizzazione o meglio di ciò che può succedere quando i percorsi dei più ricchi e dei più poveri dell'economia mondiale s'incrociano, è proprio il caso di dirlo, in campo aperto. (...) Tom Hanks nelle vesti del capitano preso in ostaggio e Barkhad Abdi in quelle del capo dei sequestratori si fronteggiano, dunque, senza alcuna schermatura eroica o sospetto patriottico: il primo è il cittadino comune dell'epica hollywoodiana classica, uno Jimmy Stewart dei nostri tempi costretto dalle circostanze eccezionali a trovare motivazioni imprevedibili; il secondo un ossesso di ferocia e determinazione, ma anche di disperazione perché evidentemente se non tornerà coi soldi del riscatto, subirà la vendetta di un Signore della guerra. Fantastici entrambi, entrambi credibili per l'Oscar. Greengrass, del resto, ha già dimostrato d'essere un regista che sa governare il cosiddetto impegno ('Bloody Sunday', 'United 93') e la cosiddetta evasione (la trilogia di Bourne), magari non all'altezza della Bigelow di 'The Hurt Locker' e 'Zero Dark Thirty', ma con una strategia mista di ripresa - prima inquietanti campi lunghi marini e l'angosciosa camera a mano dell'abbordaggio, poi campi e controcampi immersi nel silenzio dell'attesa e dello stallo, infine il contrasto tra il rifugio claustrofobico di una scialuppa in plastica e il vortice di montaggio innescato dalla discesa in campo della soverchiante forza bellica americana - che, in mirata sinergia con la fotografia di Barry Ackroyd, consentono al film di guadagnare qualità senza mai farsene vanto." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 31 ottobre 2013)

"Se uno dovesse limitarsi a vedere alcuni dei film di Greengrass, come 'United 93' o due dei capitoli della saga di Bourne (l'agente segreto che stava per soppiantare Bond) e ci mettesse anche questo 'Captain Phillips' potrebbe dire senza paura di sbagliare che il suo cinema accoglie un modello di narrazione tipico del cinema americano, e con questo buona parte della sua ideologia. Eppure Greengrass non è americano, ma inglese e nella sua filmografia c'è un anche un film Orso d'Oro a Berlino, 'Bloody Sunday', sui noti fatti irlandesi. Di irlandese in 'Captain Phillips' c'è solo il nomignolo che il capo dei pirati dà a Phillips, «Irish», per il resto la sagoma da anti-eroe di Tom Hanks garantisce buona parte della prosopopea yankee. Dunque, se il film lo si volesse vedere sotto il profilo politico o ideologico è facile dire che qui viene replicata la morale governativa di non abbandonare mai un cittadino americano nelle mani del nemico, costi quel che costi, e qui il cittadino di turno è il capitano stesso, preso in ostaggio dai pirati in fuga. La prova muscolare è pura atletica militare, il risultato è scontato. Se invece ci si abbandonasse alla forza della narrazione, disattivando per un attimo il super-io politico, si rimarrebbe senza dubbio conquistati dalla capacità del regista di raccontare un conflitto quasi claustrofobico, nonostante si sia in alto mare. In questo senso 'Captain Phillips' ricorda le imprese di 'United 93' che racconta con piglio davvero realistico la sorte del quarto aereo dell'11 settembre. Anche in questo «attacco in alto mare» si sta quasi sempre dentro il ventre di un cargo, e nell'elemento claustrofobico Greengrass, spesso anche sceneggiatore, riesce a dare il meglio. Ci sono film che se anche discutibili, sono lo stesso perfettamente funzionanti e questo Captain Phillips funziona lasciando ad epopea conclusa molto amaro in bocca perché nella battaglia, in questa battaglia, non c'è solo un perdente." (Dario Zonta, 'L'Unità', 31 ottobre 2013)
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